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17/11/25

“Stasera non morirà nessuno”

31° Incontro Nazionale dei TEATRI INVISIBILI
 Direzione artistica   Laboratorio Teatrale Re Nudo

 

GIULIETTA E ROMEO
Stai leggero nel salto

Drammaturgia Roberto Latini

con
Roberto Latini e Federica Carra

Musiche e suono Gianluca Misiti

 

Teatro Concordia - San Benedetto del Tronto
15 Novembre 2025


“Stasera non morirà nessuno”


      È su questa battuta di Latini/Romeo, che il sipario idealmente cala. Non sugli shakespeariani amanti ma sulla rotazione completa intorno al proprio asse che quella tragedia immortale ha fatto stasera, uscendo dalla fissità cui la sua stessa bellezza l’ha condannata nel tempo, e arrivando fino al nostro presente per raccontarci qualcosa di noi, dell’immutabilità delle sorti umane che del tempo si fa beffe. 
Cosicchè il dramma lontano è oggi più che mai vicino, e ciò che è consegnato al mito torna a parlarci col linguaggio del quotidiano.

 

Il salto è “leggero”?  Lo è, pur nella profondità degli interrogativi che ci vengono incontro: che come nel salto restano per secondi sospesi a mezz’aria, che come nel salto possono portarci lontano o farci ricadere giù, mancando la meta. 

 

Ci dice questo, la pluralità delle brevi storie che si alternano sullo schermo: volti giovani-non giovanissimi, forse il doppio degli anni dei due tragici adolescenti veronesi, e dell’amore hanno già incontrato il disincanto e le trappole, la bellezza e la forza. Ne parlano, il linguaggio è colloquiale, non perciò meno intenso: ne accolgono il richiamo il “Romeo” e la “Giulietta” sul palco, e intanto si calano con ironia nei miti divistici del nostro tempo malato - così l’imitatore di Elvis, così l’imitatrice della Winehouse - ma sanno bene, nel farlo, di non voler sottrarre quei frammenti di un discorso amoroso al confronto necessario ed eterno con ciò che viene da lontano, con la potenza dei classici che tutto già hanno detto di noi perché tutto di noi hanno già conosciuto e compreso.

 

È così che il dramma elisabettiano si fa oggi metateatro mescolandosi ai neon, ai bauli, alla telecamera, ai microfoni, al registratore a nastro, mentre la poesia percorre - nelle voci di Latini (timbrica alla Carmelo Bene) e della Carra - le strade sperimentate da secoli sui palcoscenici dove la vita e la morte dei due sventurati amanti si sono incontrate milioni di volte.

 

Le parole sono quelle dell’amore e della preghiera – Esaudisci è il verbo sussurrato fuori campo come un’eco continua – dalle poche scene che nel dramma elisabettiano vedono i protagonisti insieme, quando tutto deve ancora compiersi, quando la tragedia è ancora presagio vago benché prossimo, quando l’amore potrebbe ancora sradicare i giovani amanti dall’aiuola triste che li stringe.
È in questo bagliore - di vita e di speranza, di passione - il centro poetico, nell'annuncio di una felicità dovuta e intravista, e che sarà negata.

 

Nel dramma shakespeariano, emblematicamente, sono soltanto i giovani a morire e (come nel nostro tragico presente) muoiono per le colpe e l’odio degli adulti (“Tutti siamo stati puniti […] Una cupa pace porta con sé questo giorno” sono le parole del Principe di Verona): così su questo palco protagonista è, dei giovani, la disillusione, è la caduta delle speranze, è il rimpianto di una felicità cercata e mai raggiunta.

 

Eppure siamo in fondo tutti noi a poterci rispecchiare nel dramma antico. 
È ciò che il particolarissimo impianto teatrale di questa riscrittura scenica ci invita a fare: riconoscerci portatori - alcuni sani, altri no - di rimpianto. Per le occasioni mancate, per ciò che abbiamo interrotto, per l’incertezza che ci ha trattenuti al di qua del salto, per tutte le volte che avremmo potuto essere, e non siamo stati, leggeri nel salto.
 

 

Non giurare. Sebbene ne gioisca, 
Stanotte non provo gioia per questo patto.
È troppo rapido, improvviso, inaspettato,
Troppo simile al lampo che cessa di esistere 

Prima che si possa dire “lampeggia”.

       (W.Shakespeare, Romeo e Giulietta, II.2) 
 

 

Sara Di Giuseppe - 17 novembre 2025

 



12/11/25

Trash test

 Andrea Cosentino
 
 Sala Kursaal – Grottammare
 9 Ottobre 2025
 
 31° Incontro Nazionale dei 
 TEATRI INVISIBILI
 
 Direzione artistica
 Laboratorio Teatrale Re Nudo
 
 

Se un pomeriggio d’autunno un clown nichilista ….

….incontra un’Intelligenza Artificiale, molte cose possono accadere, ma non che il clown e il suo teatro cessino d’essere Invisibili nell’accezione migliore del termine. 

Perché un clown nichilista – come Cosentino definisce sé stesso -  è esattamente ciò che sono i Teatri Invisibili da ben 31 anni: “spettacolo autentico” - così nella definizione di Artaud - libero dalla sudditanza al testo e lontano dalla sclerosi dell’ufficialità, vicino a quello spazio vuoto che per Peter Brook è da riempire fisicamente ed emotivamente alla costante ricerca di senso.

Di certo, niente è più antitetico di un Clown - perfino nichilista! - e di una Intelligenza Artificiale: figura antica, buffone medievale o maschera della Commedia dell’Arte  (“il più bel teatro del mondo”) il primo; quanto di più futuribile la tecnologia renda oggi disponibile, la seconda. 

E dal contrasto nasce la lezione di teatro in Trash test (“Collaudo distruttivo delle potenzialità dell’Intelligenza Artificiale di produrre materiali teatrabili”): che è corpo a corpo – esilarante, straniante, stralunato – fra l’attore-clown-uomo e la macchina; fra l’attore e il suo pubblico; tra il perfetto e il perfettibile, tra ciò che è umano e fallibile e sconnesso, e la raggelante levigata imperturbabilità della macchina.

È il gioco di Trash test: quanto mai serio, pur nella comicità che sprigiona, nel lasciare che agiscano l’essere in scena, l’improvvisazione, l’imprevisto, la compresenza col pubblico, il superamento della demarcazione fra attore e autore, il prendersi gioco dell’autorialità e del tipo di spettacolo - legato ai vecchi codici - che ne deriva.

Da un lato dunque il testo che non c’è, il testo che è l’attore stesso: improgrammabile, modificabile, questi coinvolge il pubblico, sollecita e provoca, fornisce input argomentativi e ne riceve a sua volta, attraversa da funambolo i registri linguistici, disfa la lingua e la ricompone e perfino “convoca” in scena i grandi (Foscolo, De Filippo…), crea un micro, personalissimo caos. 
Dall’altro quella voce generata dalla macchina, immutabilmente disponibile, educata, imperturbabile. 
Quasi vera ma perfetta, perciò non vera… 

Ma siamo al centro del gioco: Cosentino offre suggerimenti e spunti alla macchina, invita, inventa nomi e personaggi - Peppino e Pasqualino, spiccatamente regionali, offrono concretezza alle macchiette da costruire – e si delineano i contorni di una storia da narrare - “Chi lascia la strada vecchia…” – dalla trama incerta, che forse si narrerà o forse no. 
L’uomo provoca, deraglia, improvvisa, inciampa, sbaglia…”fa teatro”. 
Homo sum….
ChatGPT sta al gioco, corrette e sempre innocue le risposte, totale la disponibilità; si nega solo al coinvolgimento su temi omofobici o razzisti… è irremovibile, troppo umani quei contenuti, il suo territorio è altro, deve restare neutro, nessun conflitto che trascini nel magma dell’umano. 
L’homo sum non le appartiene. 

Ecco infine la sfida maggiore: comporre la trama di un film distopico. 
ChatGPT raccoglie ed esegue con efficienza, organizza prontamente gli input, la trama è delineata sullo schermo, si raccolgono suggerimenti dal pubblico, si disegnano linee temporali, tipologie attoriali. 
Il plot è strampalato quanto basta, vi sono gli uomini e i topi e i belli di Hollywood, signori la distopia è servita. 
L’IA ha eseguito il suo compito con perfezione algoritmica priva di scintilla. 
La sfida può spingersi oltre, adesso: si crei dunque una storia bellissima, e così bella che duri per sempre. 
La macchina accetta, non esita: elegante e tranquilla, imperturbabile.

 

Ma è qui l’inciampo, è qui il cortocircuito: l’eternità non è dell’umano, e il clown –  troppo umano - esce di scena.

 

Il saluto affettuoso del pubblico, il calore e i lunghi applausi dicono ancora che Cosentino è “dei nostri”, patrimonio d’umanità degli Invisibili da sempre,  di certo per i prossimi 31 anni e oltre…
 
Sara Di Giuseppe . 11 novembre 2025
 
 

28/10/25

“Omaggio a Stefano Benni”

con Piergiorgio Cinì

fisarmonica Sergio Capoferri


Teatro dell'Olmo 
San Benedetto del Tronto
26 ottobre 2025 h18

 


31° Incontro Nazionale dei TEATRI INVISIBILI
San Benedetto del Tronto  - Grottammare
26-28 Ottobre - 8-9-15 Novembre

 

Direzione artistica
Laboratorio Teatrale Re Nudo

 

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“È momentaneamente vivo” si legge nel sito in cui lui, Stefano Benni, parla di sé. 
La data non c’è e non importa: è noto, parola di monsieur de Lapalisse, che chiunque prima della dipartita è vivo.
Nel caso di Benni riteniamo anzi da fondati indizi che vivo lo sia tuttora: per esempio continua a farci ridere di gusto; per esempio Re Nudo e gli Invisibili gli dedicano un recital teatral-poetico-musicale e la sua satira sociale continua a colpire nel segno senza tregua: roba da vivi, no?

E dunque.

Piergiorgio Cinì e Sergio Capoferri fanno già da soli una compagnia teatrale: Cinì parla, mima, declama, spumeggia; Capoferri risponde a suon di fisarmonica e Piazzolla irrompe dalla lontana Buenos Aires fra i legni affettuosi del Teatro dell'Olmo. 
I testi di Benni strappano risate e meraviglia, sono una festa della parola e del paradosso, sono il trionfo dell’iperbole ma sono anche la verità su di noi e ci mettono a nudo, bizzarre creature davanti a uno specchio deformante.

 

Ecco allora il mercante d’armi rivendicare la propria buona fede e perbacco, se avessi saputo che un cliente / può diventare nemico / della mia patria/ dell’Occidente (…) gli avrei fatto pagare / il cinquanta per cento in più… Quando si dice il rigore etico sposato alla solida morale… Avercene!

 

Ecco l’amore, ecco “Le piccole cose che amo di te”; ecco “Ti amo”, e “Prima o poi l’amore arriva”: già, l’amore. Quello che, comunque lo vedi, declinato dal quotidiano al surreale al grottesco come in Benni, sempre rende imprevedibile e surreale ciò che è ordinario e Benni sa come prendersi gioco di "questo guazzabuglio del cuore umano" . 

 

Ecco l’impareggiabile “Storia di Pronto Soccorso e Beauty Case”: amore anche qui, e tanto, e paradossi e iperboli. Sedici anni lui, passione per i motori ereditata seguendo il padre sul lavoro cioè a rubare le gomme;  quindici lei, figlia di una sarta e di un ladro di Tir, così piccola che la madre le cuce le  minigonne con le vecchie cravatte del babbo. 
S’incontrano, s’innamorano una sera di prima estate, si baciano dalle nove e un quarto alle sei di mattina, e “sono innamorato” confesserà Pronto a quattro scarafaggi che dalle nostre parti parlano piuttosto colorito e rispondono di conseguenza. 
Tra una carambola e l’altra di Pronto Soccorso – nomen omen, in un anno s’imbustò col motorino duecentoquindici volte sempre in modi diversi - alla fine la legge arriva nella persona di Joe Blocchetto, spietato comminatore di multe: per Pronto sarebbe finita, se tutto il quartiere di Manolenza - entri che ce l’hai ed esci senza - non si mobilitasse scatenando il più colossale ingorgo che memoria di vigile ricordi: il quale vigile, va da sé, esce fuori di testa. Ma tutto finisce in gloria: il feroce Joe Blocchetto dopo un periodo in manicomio dirige ora un autoscontro, e Pronto e Beauty si sono sposati, lui trucca le auto, lei le pettina.

Potere dell’amore! Perfino se è quello, mercenario e proibito che - ne “Il porno sabato del cinema Splendor” - sconvolge il paese di Sompazzo il cui cinema (il primo ad essere aperto in paese!) inserisce nella programmazione un film a luce rosse, sconvolgendo codici morali ed equilibri famigliari; e dove per involontario scambio di bobine invece che il secondo tempo del porno viene proiettato l’arrivo di Coppi al Giro d’Italia e l’accaduto viene così commentato: Coppi è bestiale. Pensa, nel primo tempo scopa per un’ora di fila, poi salta in bicicletta e vince” .

 

Il Piazzolla degli intermezzi alla fisarmonica del maestro Capoferri – durante i quali l’umorismo dei testi sembra raccogliersi in momenti di abbandono e riflessione – evoca mondi ben lontani dalla colorita provincia emiliana di Benni: eppure il vitalismo porteño che occhieggia nella melodia struggente di Astor (“negli accordi ci sono antiche cose / l’altro cortile e la nascosta orditura”: così il tango, nei versi di Borges) si coniuga intimamente  col microcosmo “diabolicamente” smascherato da Benni, col caleidoscopio di voci e di volti che ci vengono incontro: stralunati o struggenti, e tutti - grazie all'immaginario di Benni, alla scrittura acuminata, al sorriso in agguato dietro la malinconia e viceversa - sono eroi senza medaglie di quell’avventura che tutti ci accomuna ed è la vita. 
“E a morire non riuscirò mai”, scriveva Benni nella sua Canzone per De André.
 Ed ha avuto ragione: non c’è riuscito.
 

 

 
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Povere genti che ai menestrelli credete
Dimenticarvi di me non potrete
E io di voi scordarmi non posso
Dentro un tramonto feroce e rosso 
Dentro un cielo di sangue e vino
Ascoltate come sembra il primo 
L’ultimo accordo che io imparai
Io non voglio non voglio morire 
E a morire non riuscirò mai.
 
[S.Benni Quello che non voglio  (una canzone per Fabrizio De André ) – 2011]



 

21/10/24

LA SINISTRA TIMIDA E I SUCCHETTI



30° Incontro Nazionale dei

TEATRI INVISIBILI

 Direzione artistica

Laboratorio Teatrale Re Nudo



LA SPARANOIA

Atto unico senza feriti gravi purtroppo


di Niccolò Fettarappa


con

Niccolò Fettarappa, Lorenzo Guerrieri


e il contributo intellettuale di Christian Raimo

 

17 Ottobre 2024 h 21

Teatro Concordia – San Benedetto del Tronto

 
Se non disturba nessuno noi di sinistra timida facciamo una merenda “Coi succhetti.
Il succo di frutta in brick, quello che ha segnato generazioni: indelebile, rassicurante come la merenda e la nutella, le assemblee d’istituto, i cortei, le agitazioni, la tivù dei ragazzi… 
 
Quei ragazzi sono oggi i trentenni della generazione Z, cresciuta dalla metà degli anni Novanta, generazione passata da Digos boia agli slogan gridati bevendo succhetti e cantando Jovanotti.
 
E i settantacinque minuti di questa Sparanoia senza feriti gravi purtroppo sono una discesa nelle malebolge poco tragiche e molto grottesche del nostro tempo malato e di un’età – è stato scritto – "dimissionaria da sé stessa".
 
Ci sono tutti, i simboli del ripiegamento, giovanile e non solo; ci sono le sbarre di prigioni  mascherate che hanno ingabbiato slanci e speranze, fatto sì che  la miccia crepiti sempre senza che la bomba della rivoluzione riesca ad esplodere; ci sono gli stereotipi massmediatici - droga, movida, manifestazioni, fumogeni - che criminalizzano una generazione in catalessi politica, figlia del fallimento dei padri e di ceti dirigenti mediocri e feroci: il nulla alle spalle, davanti il disciplinato ritorno alla merenda e ai succhetti

Generazioni compresse da un nuovo ordine garantito da mediocri pagliacci istituzionali in manganello e divisa, da un’Italietta di decreti legislativi plasticamente titolati Me prudono le mano…
 
Lo spazio perimetrato da quattro tralicci preclude altri possibili orizzonti: lo occupa al centro un domestico stendino bianco, “segno scenico della repressione casalinga”, estensione delle mamme-droni dalla presenza soffocante e ossessiva; lo circoscrive il notiziario tivù: ci sono solo “Cattive notizie”, lo conferma autorevolmente “Il Resto del Merdino” e d’altra parte va tutto male nel mondo e anche loro, i trentenni, non stanno per niente bene, fra depressione e ansia e la psicologa quando la nutella non basta più.
 
Le scene scandiscono una dopo l’altra, incalzanti, l’esilarante eppur amara incursione nel disincanto “degli giovani”, orfani di una sinistra pavida e sconfitta, segnati dal fallimento dell’utopia e dei progetti rivoluzionari.  
Nello spazio che si restringe, nella repressione manesca che indossa il cappello d’alta uniforme (col pennacchio!) del carabiniere amicone, i mondi immaginati diventano quella piastrella da un  metro quadro che è la casa o l’aspirazione ad essa, prigione da un metro quadro appunto, però - s’intende - abitabile e calpestabile...
Le velleità degli antagonismi, l’illusione di chi ha creduto di far politica e realizzare sogni - per tutti prima che per sé - si spengono in discreti, educati flash mob e sit-in con le gambe a farfallina - “Tu mi assicuri che questa ginnastica sia propedeutica alla lotta di classe?”
 
Non resta che convogliare il disagio interiore, il senso di colpa anzi il senso di golpe per il non fatto - c’ho i disordini mentali, dottoressa, c'ho il Marx mentale - nell’analisi della terapeuta; non resta che vedere il pugno chiuso della Rivoluzione trasformarsi in un paccuto pugnaccio di destra… Un destro, appunto.
Sarà infine l'interminabile nastro bianco e rosso da crime scene a circondare il tutto, a ingabbiare nelle sue spire Niccolò della sinistra timida, e il grido della rivoluzione sarà solo un infinitamente reiterato, allucinato, Grazie!...
 
Lorenzo e Niccolò, con la loro “atletica agitata della parola”, la contundente inventiva di quest’imprevedibile teatro dell’assurdo, le audacie semantiche e gli artifici retorici, la pirotecnica abilità nel maneggiare simboli e dissacrare totem e tabù, non avrebbero potuto rappresentare più plasticamente la fine dei sogni, “la tragedia di un tempo ridicolo” e ciecamente appagato che innalza da solo, con zelo,  i muri della proprie prigioni.
 
Possano almeno, col loro talento e l’impegno artistico, contribuire ad alimentare l’indignazione.     
A giudicare dalla scarsa (quasi “invisibile”) partecipazione sambenedettese, speranze pochine ma non stupisce:  è San Benedetto, bellezza.
 
 
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L’interrogativo più acuto che dobbiamo porci è perché questo disagio interiore non diventi coscienza di classe, perché questo basso continuo di recriminazione abbia raramente un acuto di rabbia. Figuriamoci se si manifesta come ribellione!”
     (Christian Raimo  - Riparare  il mondo -  2020)
 
Sara Di Giuseppe, 19 ottobre 2024
 

19/10/23

DIO, SAN PIETRO E NANNINELLA

 


29° INCONTRO NAZIONALE DEI TEATRI INVISIBILI

Laboratorio Teatrale Re Nudo

“INCANTO DI PAROLE”

Voci recitanti

Piergiorgio Cinì – Pierluigi Tortora

15 Ottobre 2023

Teatro dell’Olmo – San Benedetto del Tronto

 

“Ma com’è che si dice,

caro quel mio Pierino,

che la Terra è infelice?

 

 (Salvatore Di Giacomo, Lassammo fa’ Dio)

 

 

È una festa della parola e della poesia, questa conclusione del 29° Incontro Nazionale dei Teatri Invisibili: appuntamento annuale che non delude mai ed è di per sé un monumento alla resilienza contro indifferenze e sordità assortite. 

 

Due soli gli interpreti, Piergiorgio Cinì e Pierluigi Tortora, e l'intensa fisarmonica di Sergio Capoferri come cornice ora popolare e scanzonata, ora classica e drammatica. 


E già loro sono un'intera compagnia teatrale; ma pure il palco che non c’è, nel piccolo affettuoso Teatro dell’Olmo, è strapieno: di personaggi immaginari e poetici; di figure reali che hanno attraversato il tempo e lasciato l’orma per sempre; di poeti e di scrittori che dell’anima umana hanno estratto il comico e il tragico, lo sberleffo e il pianto e il dolore eterno dell’uomo. 

Festa itinerante, quella di oggi, nel tempo della storia e nello spazio della poesia; e nella geografia, anche linguistica, d'Italia.

 

Intanto è pieno di napoletani, stasera. Di quelli veraci di una volta, però, perché a Napoli oggi puoi andare solo attraverso la poesia e lì lo trovi ancora, quel sapore eduardiano e quell’aura di mito antico che malgoverni, malaffare, camorre, arraffo, turismo-tritatutto e tanto altro hanno fagocitato ed esistono ormai solo nella retorica qualunquista e benpensantista di cui siamo maestri. 


Ed ecco uscire, dal poemetto-quasi-epico di Salvatore Di Giacomo Lassamme fa’ Dio, un sorprendente San Pietro santo napulitano, proprio lui nientepopodimeno, il capo guardapurtone del Paradiso: suo è il compito ingrato di informare domineddio - sceso sulla Terra per concedersi un po’ di vita dato che è Pasqua e prendersi una limonata in Piazza Dante - che quaggiù non è tutto ‘sto gran paradiso che sembra a Lui (che come si sa vive fuori dal mondo come tutti i governanti). 

E conciosiacosaché domineddio prende atto, volgendo lo sguardo alle miserie che Pierino gli mostra, che la situazione di quegli umani è davvero afflittiva,  gli viene la genialata di portarseli tutti in Paradiso. Una goduria per tutti i poveretti, salvo per la guastafeste che, va da sé, è una donna e pure pezzente. Perché a questa Nanninella le salta l'uzzolo di volersene tornare sulla Terra per stare col figlioletto e al paradiso preferisce la vita benché misera e l'amore, quello del figlio - E chella, / comme fosse mpazzuta, / cammenava, curreva, / nciampecava e cadeva, / e s’alzava… E fuieva… / Chiammatela! Addò va?!…

 

E il provvidenzialistico “lassammo fa' Dio” non vale per lei che la vita vuol scegliersela da sé, ed esser lei la Provvidenza di sé stessa. Lo capisce perfino Lui: – Zitto… – dicette ‘o Padre Eterno / Lass’ ‘a fa… lassa ‘a fa..’.

 

Ed è ancora un molto napoletano Paradiso in versi endecasillabi quello di De Pretore Vincenzo, del grande Eduardo

Un Paradiso che un mariuolo dedito al furto proprio non vuole accoglierlo - perché è sempre mariuolo e doppo morto resta segnalato – nonostante il povero Vicienzo si sia scrupolosamente raccomandato in vita a San Gennaro che come santo è di quelli che contano assai.

Ma di fronte all’intero Gotha paradisiaco che per protesta, causa danno d’immagine che ne verrebbe per il respingimento, minaccia a catena di andarsene – comincia San Giuseppe che il più vecchio dopo Dio, e poi Maria che è la moglie, e Gesù Cristo che è il figlio, e sant’Anna che è la cognata e giù giù di parentela in parentela (un trionfo di nepotismo, il paradiso) - il Padreterno allarmato (Si o veramente ascite, o ve ne jate, / ‘o Paraviso nun ‘o pozzo fa), dopo opportuno interrogatorio al sunnominato Vicienzo, decide che Chistu napulitano resta ccà

Ed è così che De Pretore Vincenzo, sparato a morte durante un furtarello, dopo aver sognato il Paradiso mentre sta per spirare, chiude gli occhi per sempre dopo una vita da emarginato e forse in paradiso ci va veramente.

 

Da Napoli a Roma, ed è una Roma incazzata questa di Trilussa che affida l’invettiva contro la guerra e l’abominio di quella da poco scoppiata –  vedesse le altre… - ad una Ninna nanna della guerra (ottobre 1914) affilata come una lama… Ninna nanna, tu nun senti li sospiri e li lamenti de la gente che se scanna per un matto che commanna […] o a vantaggio de la fede per un dio che nun se vede ma che serve da riparo ar Sovrano macellaro…

Ma in questo magico Teatro dell’Olmo succede pure che dopo Napoli e Roma si finisca dritti in Sicilia: Chistu unn’è me figghiu - Questo non è mio figlio - è il grido di Felicia Impastato, mamma di Peppino, ucciso dalla mafia a Cinisi provincia di Palermo. 

Sciabolano il buio della sala i versi di Felicia, detti in siciliano e in italiano: perché quarantacinque anni dopo le ossa di Peppino e il grido della madre non hanno cessato di reclamare giustizia e Questa bara piena / di brandelli di carne / non è di Peppino. / Qui dentro ci sono / tutti i figli / non nati / di un'altra Sicilia.

Riprendiamo fiato dopo i brividi, e Il pornosabato del Cinema Splendor (1987) di Stefano Benni non è solo risata liberatoria ma anche imperdibile performance degli interpreti: il testo si anima, prende vita dai leggii, le macchiette evocate sembrano materializzarsi sulla scena, e il partenopeo e il romanesco e il siculo lasciano il posto all’emiliano arguto e dissacrante.

È quanto ci serve per diradare le ombre, la narrazione di come qualmente il paese di Sompazzo venga sconvolto dall’apertura del primo cinema della sua storia, e nella programmazione di suddetto cinema venga inserito anche un film a luci rosse, e questo rivoluzioni codici morali e relazioni famigliari; e di come infine un involontario scambio di bobine faccia sì che al posto del secondo tempo del film a luci rosse, quel fatidico sabato venga proiettato l’arrivo di Coppi al Giro d’Italia… e di come, nelle cronache del giorno dopo, l’accaduto venga così commentato: "Coppi è bestiale. Pensa, nel primo tempo scopa per un'ora di fila, poi salta in bicicletta e vince" .

Non meno pittoresco in chiusura, dallo scoppiettante scritto di Chiara Bellabarba, il battibecco spettegolante (in chiesa! Ora pro nobbi!) di due tostissime comari marchigiane.

Impossibile lasciarli andare, i nostri due pirotecnici interpreti, senza chieder loro ancora una perla: ed è l’ironia disincantata e saggia del De Curtis per tutti Totò, che ci congeda col suo 'A livella e quell'indimenticabile finale: Sti pagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive / nui simmo serie… appartenimmo à morte!

 

Sara Di Giuseppe - 19 ottobre 2023