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27/05/25

BIANCO E NERO


Il bianco del papa, il nero dei calciatori. Il Napoli, eh, mica calciatori qualsiasi, non vai dal papa se non sei da scudetto; e ci vai in tiro: tutti neri come a lutto. 
Con le sneackers bianche però, che fanno figo. 
Prima di loro c’era stato il rosso carota di Sinner (ma pure lui in nero), che s’era portato mamma e papà; loro si sono portati presidente e staff tecnico, i genitori l’hanno lasciati a casa, so’ grandicelli. 

Ti viene il dubbio, da cotanto affollamento di sport in Vaticano, che Leone aspiri a diventare presidente del Coni.

Che vai a pensare. È così che si fa, i bravi sportivi vanno dal papa, ogni tanto pure da Mattarella: l’uno e/o l’altro fanno il discorso edificante, loro fanno la faccia della domenica a messa, quella da eh sì signora mia; a volte si commuovono, la lacrima virile dona, agli uomini duri che non devono chiedere mai.

E poi Leone ha toccato punti importanti nel discorso, sapete: soprattutto nel parlare dell’aspetto educativo del calcio, del suo valore sociale e del fatto che “quando lo sport diventa business” rischia di perdere la sua valenza educativa.

Ma non mi dire. 

E chi se lo immaginava, che il calcio potesse diventare business. Sport puro come acqua di sorgente, del tutto estraneo agli affari loschi, alle violenze, allo sperpero di denaro, alle cifre che gira la testa a sentirle e sfamerebbero metà della popolazione del pianeta. Tutto ciò non tocca certo il calcio, signori miei!

 

Dunque il monito di Leone era rivolto in astratto al “pericolo”, tout court, che il valore educativo del calcio venga messo in discussione da qualche morto ammazzato, dalle curve naziste, dalle infiltrazioni di mafia, dagli scandali delle società, dagli affaracci eccetera. Tante bruttissime cose che il calcio in realtà non l’hanno mai sfiorato e però bisogna vigilare perché ciò non avvenga.

Se poi qualche malmostoso sostiene che “il gioco del calcio è il più grande mattatoio di cervelli che sia mai esistito”, è  solo livore, o invidia.

Tutto chiaro? Ma certo.

 

Meno chiaro è perché il papa, che è anche capo di uno Stato e non solo capo religioso, che è dunque una figura politica oltre che carismatica, non eserciti questa sua funzione diversamente, avendone l’autorità e la legittimità.
Convocando in Vaticano, per esempio, non dei bambinoni viziati e milionari ma coloro che in questo momento tragico e folle della nostra storia rappresentano e praticano la negazione di ogni valore, di ogni umanità, di ogni etica. 

C’è l’imbarazzo della scelta, di politici criminali da neurodeliri siamo pieni, e hanno in mano le sorti del pianeta: ma dovrà cominciare senz’altro dal macellaio Netanyahu. 

Poi potrà sbizzarrirsi a piacere, a riceverli uno dopo l’altro c’è da riempirsi le giornate, e naturalmente il fervorino edificante dovrà essere sostituito da un paccutissimo stock di  scomuniche.
Intanto salverebbe un bel po’ di vite dal macello, dalle bombe e dalla fame, e il silenzio degli innocenti non peserebbe anche su di lui.

 

No, eh?
 
Sara Di Giuseppe - 27 maggio 2025

04/04/23

Non è successo niente, pesce d’Aprile

 San Benedetto Tr.  1°Aprile ore 9  Sala Consiliare 
(ribattezzata “Sala del Teatro Tragicomico”)
 

 

Squadroni di Polizia in tenuta antisommossa che neanche a Belfast ai tempi d’oro dell’IRA; più un carcerario cellulare Iveco Daily; più tanti Carabinieri che neanche per la partitona dell’Arsenal.

Muscolare arcigno impiego di Forza Pubblica per il belante patetico Consiglio Comunale Aperto sul BALLARIN (“di fuoco”, titolavano i pennivendoli).

 

Purtroppo non li hanno portati via.

Persa l’occasione di fare qualcosa di utile. Eppure era facile riconoscerli, individuarli e prenderli: erano tutti quelli col microfonoseduti a semicerchio e in alto dentro l’emiciclo.

Non avrebbero opposto resistenza, solo frignato un po’. 

Per l’archistar-dio-lo-benedica invece, avrebbero dovuto fare più strada, fino alla Canali Associati di Parma.

       Allora sì che lo spazientito appassionato pubblico avrebbe applaudito di cuore, cantato l’inno glorioso della Samb, srotolato gli striscioni come allo stadio, gridato CORNUTI mentre l’anima del Ballarin, per lo scampato pericolo, sulla curva Sud faceva capriole di goduria come ad una promozione in Serie B.  

Ma oggi era il 1°Aprile.

PGC - 1° aprile 2023

16/01/23

Un VUOTO di nome "Ballarin"

 

San Benedetto. Questione Ballarin.

Niente premessa, non serve. Ma se qualcuno ha avuto notizia del Consiglio Comunale Aperto dell’altro ieri, o se per sfortuna ci è andato, capirà.


La sostanza è che, pericolosamente e di fretta, ci si imbarca in un “progetto di riqualificazione” assurdo, costoso, estraneo e vanitoso. Morbidamente arrogante, inutile e sciapo. Archistar Canali non c’entra, l’hanno chiamato, pregato, pagato, lui fa il suo ammirato lavoro, firma incassa e se ne va. 


Solo che ci lascerà un Ballarin peggiorato, farcito di optionals zuccherosi e fuorvianti, alla moda o di tendenza, ma al confine con la presa per il culo: il laghetto a sogliola specchiante, le cascatelle e il ruscelletto “longitudinale”, essù! E le rampicose pianticelle a mascherare d’eleganza il vecchio scheletro di cemento della curva sud che continuerà a fare da “tappo”? e le gobbe sul prato collegate da stradine pavimentate? e la siepe di piante strane? e il campetto di bocce? Con l’immancabile baretto (che si sa cosa diventerà)…  Ma dài…


A me pare una boiata pazzesca, e non credo di essere il solo. Mancano perfino le parole, per spiegare la desolazione. Dico solo che così il “nostro” Ballarin sparisce per sempre, anche nel senso del ricordo. Diventerà uno spazio ibrido, che per accontentare tutti non accontenterà nessuno. Mentre noi diventeremo più poveri, in tutti i sensi. 

     Quindi io dico fermiamoci. FERMIAMOCI! Fermiamoci coi progetti, a cominciare da questo. Abbiamo ancora la possibilità di non sbagliare, ma anche di fare la cosa giusta: lasciare VUOTO il Ballarin. Proprio VUOTO, senza niente. Intorno si abbatta tutto il brutto, le tribune nord, sud, est e pure il novello Muro del Pianto. Resti solo l’antico rettangolo verde, libero, vuoto e pulito, per camminarci, pensare, guardare lontano e basta. Non per gli sport, non per concerti, feste, fiere, giochi per bambini, messe papali…

San Benedetto è ormai fuori controllo: per la disordinata edilizia, le strade strozzate, le piazze violentate, il traffico assassino, l’esagerata concentrazione abitativa, i servizi assenti o scadenti… vogliamo riempire anche l’ultimo vuoto? I vuoti urbani sono indispensabili alla vita, per disintossicarsi. Chi non li ha dovrebbe inventarli. 

Noi che ne abbiamo ancora uno, non sprechiamolo, preserviamolo. L’unico modo per farlo è lasciarlo così. Meravigliosamente VUOTO. Altro che vuoto-a-perdere.

 

PGC - 15 gennaio 2023

13/08/21

Nicola era bravo

A 10 – 12 anni io ero già una schiappa al calcio. Nicola invece era già bravo, molto bravo.
Dopo la scuola, con la nostra banda, andavamo a giocare a pallo’ nei gibbosi campetti in fondo a via Sabotino, tra i mattoni e i mucchi di ghiaia dei cantieri. Con palle o palloni rimediati, rubati, d’emergenza, troppo pesanti, troppo leggeri, troppo sgonfi, poco rotondi, toccava accontentarci di qualsiasi corpo rotondeggiante. Ci si faceva pure male.
Ma un giorno, non ricordo come né da chi, ricevo in regalo un vero pallone di cuoio, con tanto di camera d’aria, coi lacci come le scarpe. Color cuoio grezzo, pure un po’ peloso, giacchè era nuovo.
Nicola, oh Nicola, cosa non fece: palleggi, tiri di destro e di sinistro, colpi di tacco, di testa, rovesciate, stop di piede, di petto, tiri d’effetto, a giro, a rientrare, tunnel, discese, traversoni…
Noi incantati. Io al solito in porta, tra due sassi. Bombardato.
Si fa notte e vado a riprendermi il mio pallone per pulirlo e portarlo a casa. Nicola mi guarda, con quella faccia un po’ così quell’espressione un po’ così… e noo, lu pallo’…
Succede tutto in un attimo: un baratto, il mio pallone diventa di Nicola.
Ci furono altre partite, tutte con quel pallone. Poi i ricordi si spengono. Con Nicola siamo rimasti strani amici: sorridenti ciao e basta. Ma amici veri. Ad ogni ciao io tornavo a quel felice momento del baratto, e penso anche lui.
Oggi ho rivisto ancora Nicola su quel campetto, mi faceva gol.
Ciao Nico’
                     
Gio’
 

12 agosto 2021 

 

21/06/20

IL VIRUS SEMPLIFICATO

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“… poiché la follia è del tutto consona alla specie umana
       Erasmo da Rotterdam, Elogio della Follia – 1509

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        Dell’era geologica pre-Covid conoscevamo il 730 semplificato, poi il virus ci ha rivelato i presidenti di Regione semplificati, e dopo ancora ecco la Maturità semplificata (le disgrazie non vengono mai sole); la burocrazia semplificata è attesa per cena.


        Oggi conosciamo, in più, la quarantena semplificata del Calcio, assoluto colpo di genio firmato Figc, Comitato tecnico-scientifico della Protezione civile e stanze dei bottoni assortite.

        Funziona così: se il contenimento del contagio richiede che per un positivo o malato accertato, plotoni di congiunti-qualunque-cosa-voglia-dire e parenti fino al nono grado e amici, colleghi, conoscenti e la cassiera che t’ha fatto lo scontrino, se ne stiano 14 giorni in quarantena e il gatto di casa pure lui va sorvegliato chè non si sa mai, per un calciatore contagiato invece, solo lui va in quarantena e non la squadra al completo, l’allenatore, la panchina, il tosaerba Ferrari turbo e le gradinate dello stadio.

Semplice, no? Anzi, semplificato.


        Genialata degna del pianeta calcio - fucina di agili intelligenze e vivaio di fulgido pensiero - cui s’accompagna sacrosantamente che Ministero, vertici calcistici del tutto scevri da interessi di bottega, inguaribili politici-tifosi e decisori di rango abbiano riesumato tutti i campionati, lasciando quelle cassandre di medici e immunologi e virologi a stracciarsi le vesti. Dovrebbero sapere, le cassandre, che calciatori e tifosi sono virus-repellenti: su di loro il coronato non attecchisce, Atalanta-Valencia docet (San Siro, 19 febbraio).
Anzi, ciascuno di noi mortali contagiabili dovrebbe munirsi di un tifoso o di un calciatore come del Vape antizanzare o come amuleto, altro che vaccino.


        Va da sé che a campionati riaperti, i tifosi lungamente repressi festeggeranno il festeggiabile: non solo a Napoli, certo, ma in qualunque stadio e città si giochi e si vinca (perfino a San Benedetto, se per la categoria miracoli & affini la Samb vincerà qualcosa). Sono soddisfazioni.

        D’altronde la ripartenza dei campionati si basa sulla ben riposta fiducia nella compostezza austroungarica delle italiche genti, il cui senso civico fa scuola nel mondo.
        E’ vero, qualche animula vagula blandula avrà candidamente pensato che, con la partita napoletana giocata a porte chiuse, i tifosi avrebbero festeggiato a casetta loro intorno al tavolo di cucina con lo spumante, le mascherine e niente abbracci e figurarsi i baci tempestosi, al massimo dai balconi l'Inno di Mameli  a palla. Fesserie.
E poi lo dice pure De Luca – e De Luca è uomo d’onore – che il contagio non c’è più, gli dispiace dover riporre il lanciafiamme.


        Anzi diciamo la cruda verità: il virus non c’è mai stato e non esiste, è solo un complotto ordito dai poteri forti in combutta con Bill Gates, Nonna Abelarda e la Banda Bassotti per dominare le masse.
Sappiamo pure che le lunghe colonne di camion militari con le bare di Brescia e Bergamo erano scene sapientemente girate in studio con sofisticata regia, proprio come il finto sbarco sulla luna nell’ottimo film “Capricorn One” di Hyams. E che le immagini delle sterminate fosse comuni nella brasiliana Manaus, Stato di Amazonas, sono montaggi elaborati da mistificatori senza scrupoli per diffondere il panico.

        Tuttavia, a voler proprio esser previdenti e saggi, perché non si sa mai / non si sa mai / quello che al mondo ci può capitar - cantavano Cochi e Renato - le immagini delle sterminate fosse comuni amazzoniche dovrebbero esser stampate su poster giganti, e issati questi ultimi in bella evidenza dentro e fuori gli stadi di calcio, nonché nelle piazze, e ad ogni angolo di strada delle nostre città, qualcuno in più nei quartieri della movida frequentati dai notturni avvinazzati microcefali. Con funzione di memento mori come le Danze Macabre del tardo Medioevo, gettonatissime durante le periodiche pestilenze. O no?


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       «Un contesto così socialmente aggregante ed empatico come il calcio è l’antitesi dei comportamenti che si devono avere nell’emergenza sociale di un virus. Una minaccia per definizione».
Corriere dello Sport, intervista a Francesco le Foche, immunologo all’Umberto I di Roma.

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Sara Di Giuseppe - 21 Giugno 2020