Autoctophonia Festival 2026
Recitals Koncert
Poesia Musica Teatro
Officina teatrale Aikot27 – Gruppo Aoidos
“PER L’AMOR DEI POETI”
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Giacomo Leopardi:
I fiori del deserto – Grandi Idilli
con
Vincenzo Di Bonaventura
Patrizia Sciarroni
24 – 25 giugno 2026
Ospitale delle Associazioni
Grottammare
“AL DI LÀ DI ANDROMEDA”
…parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi.
[G.Leopardi, Cantico del Gallo silvestre, 1824 - in Operette Morali, 1824-‘32]
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Del Recital leopardiano di Carmelo Bene a Sirolo, Teatro Alle Cave, Vincenzo ricorda - nel suo “Il guardatore del Carmelo” (2024) - i 10.000 watt di potenza pura, “prototeatro in sintesi futurista”, finalmente al di là di Andromeda.
Inizia da qui il nostro viaggio: decenni dopo quello, e qualche mila watt in meno, eppure anche noi in trance alfa come allora Vincenzo in ascolto di Carmelo Bene.
Due serate di leopardiani suono e poesia, che possono rigirarti l’anima al contrario.
E le voci: la vox strumenta di Vincenzo come quella di Bene; la voce di Patrizia che attraverso la poesia disegna, di quell’anima, il titanismo e la vertigine cosmica, il vuoto senza risposta.
Sono un tronco che sente e pena… scriverà Giacomo "Agli amici suoi di Toscana" .
E il verso s’innalza nudo e potente: che sussurri o che grida, che si chini sulla materia dolente dei ricordi, che sia ansia d’infinito e fervore di vita o ribellione aspra e ironia sdegnata, sempre è esperienza di sé che si fa meditazione sul destino umano.
Sono così stordito dal niente che mi circonda… scrive il poeta, fallito il tentativo di fuga dal borgo selvaggio; e ancora “Quanto a Recanati […] io ne partirò, ne scapperò, ne fuggirò subito ch’io possa…”: frammenti di vita, itinerario di un sentire sempre più alto e lungo il quale si fa chiara la coscienza di un destino comune all’intera umana specie.
E possente, canto dopo canto emerge la filosofia "disperata ma vera", il rifiuto dello spiritualismo consolatorio, il feroce rigetto delle mistificazioni antropocentriche - Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? - il titanismo polemico nei confronti di una Natura matrigna che Se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei, perpetuo circuito di produzione e distruzione del tutto indifferente alla felicità o infelicità degli uomini.
Di quella filosofia, illuministicamente contrapposta allo spiritualismo cattolico del secolo, il poeta rivendica il valore positivo e umanitario (“La mia filosofia […] di sua natura esclude la misantropia, di sua natura tende a sanare […] quell’odio che tanti e tanti portano cordialmente ai loro simili…”) ed è tuttavia filosofia dolorosa perché la lotta a cui il poeta chiama l’umanità è disperata, e la vittoria non spetta all’uomo.
Sullo schermo si materializzano immagini, la grafia elegante del poeta, i versi di “A Silvia”, le correzioni: le voci attoriali “sono” quel poeta, c'è lo stesso Leopardi “dentro” quelle voci che frantumano stereotipi e scolastiche immaginette.
Ci restituiscono, del poeta, l’ansia di vita, il piacer vano delle illusioni, l’insaziato bisogno d’amore e il farsi, di questo, contemplazione sensuale e tragica disillusione; e, su tutto, la coscienza di un dolore universale che supera le ragioni autobiografiche dell’infelicità ma non cerca risarcimenti e fa anzi, di quelle ragioni e di quella infelicità, formidabile strumento conoscitivo.
Brani classici incastonano il disteso ritmo e la lirica leggerezza dei primi idilli; le percussioni poderose raccolgono invece e sostengono la commossa nudità dei Canti e la struttura ritmica dell’ultimo Leopardi, i brevi periodi carichi di risonanze nei quali pulsa la tragica consapevolezza dell’infinita vanità del tutto.
Necessarie e testimoniali, queste voci e la titanica modernità di quel pensiero ci hanno sottratti, nelle nostre due serate, allo strepito di un oggi che parla di poesia vaneggiando di brand e promozione turistica; ci hanno scagliati - come i millemila spettatori di quella lontana sera Alle Cave - al di là dell’assordante satolla indifferenza di queste tristi plaghe, finalmente al di là di Andromeda.
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…un po’ morivi, un po’ viaggiavi, nell’infinito, sentivi la Poesia grande, del più grande poeta italiano.
(V.Di Bonaventura, Il guardatore del Carmelo - cap.6, Alle Cave, 2024)
Sara Di Giuseppe - 28 giugno 2026
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