19/11/16

Ognuno ha le sue ragioni. Vincenzo Di Bonaventura e l'Esodo. Da Canale Mussolini di Antonio Pennacchi


   Capita di rado che il romanzo si sposi col teatro (normalmente accade col cinema, e gli esiti sono spesso infausti). 
   Il teatro di Di Bonaventura è una di quelle preziose rarità. La grande narrativa che con lui si fa scena assume voce e gesti e moti che ti inchiodano come talvolta fa la pagina scritta, quando ti risucchia al suo interno e sei suo, e non sai più lasciarla.
      L’attore-solista (“questo” attore) e il testo: quanto basta perché le figure di quella Comédie Humaine che è “Canale Mussolini” balzino dal romanzo con la forza di altorilievi su un nudo fondale.
       L’epica del romanzo si intreccia alla memoria dell’attore, che di quei tempi tragici ha scolpiti in mente i racconti famigliari intorno al fuoco (“ce le sentiamo un po’ addosso, queste reminiscenze di guerra e di morte”): il nonno ucciso in guerra in Macedonia, la violenza di un’Italia miserabile che non può assolversi, il sangue sparso senza ragione o soltanto - ed è la stessa cosa – perché “Ognuno ha le sue ragioni”, come nel romanzo risponde Adelchi, tornato dalle atrocità italiane in Abissinia - le stragi, l’iprite, la ferocia - in un discorso “pieno di sangue” e vuoto di senso, al candore del nipote che lo interroga. 
Italiani brava gente un cavolo, dirà Di Bonaventura.
      La famiglia padana dei Peruzzi, al centro del romanzo, è come moltissime altre danno collaterale della nuova politica economica di Mussolini nel ’26 (la “quota 90”): rovinata dalla perdita di quei terreni a mezzadria che erano "industria a mano" e trapiantata con migliaia di altri “cispadani” - nel Lazio, in quelle Paludi Pontine che il fascismo iniziava a bonificare, nostrano Eldorado e Terra Promessa, da nessun dio benedetta.
       La narrazione ha la plasticità della sceneggiatura filmografica, e come l’epica omerica è anche catalogo enciclopedico e compendio di saperi: dà conto con minuzia descrittiva - sorta di moderno scudo di Achille - di luoghi, ambienti, lavori (i razionali poderi dell’Opera Nazionale Combattenti, il Podere 517 della famiglia Peruzzi), perfino della costruzione del principale canale della bonifica, il canale “Mussolini” (di cui non ci viene risparmiata neppure la composizione dell’asfalto!); ricostruisce la marcia dal nord verso il sud, attraversamento di un nostro Mar Rosso da cui germinerà la nuova popolazione “veneto-pontina”; modella i riti di un lavoro duro e ostinato perché la terra deve imparare ad essere fertile. Intorno e dentro vi è la Storia: le guerre del Fascismo, la sciagura e la follia del potere, la tragedia di un’epoca e di un’umanità travolte.
      L’attore-solista assume su di sé l’io narrante della storia, e il linguaggio adotta le cadenze e i dialettismi di una popolazione tanto simile alla sofferente umanità verghiana quanto da essa geograficamente distante. 
Mimesi poderosa che trasforma l’attore nell’uno o nell’altro personaggio-chiave: è lo zio Pericle che con l’altro zio Temistocle giunge a Roma in bicicletta - una settimana in bici - per parlare col Rossoni (“siamo i Peruzzi di Codigoro”) e tutti e due finiscono in cella, pestati; è Adelchi che spara all’impazzata quando vengono a prendergli gli animali (perché ai Peruzzi, se gli tocchi quella piega dell’anima, quella piega si apre…); è il coro solidale delle famiglie dove i figli nascono a frotte perché si è poveri (“Per la fame. Siamo venuti giù per la fame”); è la nonna che sogna un manto nero, annuncio di sciagure, ogni volta che si compie un atto contro Dio; è la schiera delle sorelle e delle donne unite nella condanna di Armida, bella e poetica creatura segnata dalla colpa (“putana” e “bruta spórca maiala”).
      L’attore diviene per noi un tutt’uno con quel  filò che è grande narrazione e dramma corale: sulla scena egli è al tempo stesso gli uomini e le donne, gli animali e la terra, gli alberi e il paesaggio, gli spietati e i deboli, i vincitori e gli sconfitti, quelli che “la fiumana del progresso […] ha deposto sulla riva dopo averli travolti e annegati”.  Perché “ciascuno […] ha avuto la sua parte nella lotta per l’esistenza” (Verga).
      Volano le brevi due ore e il filò si conclude ormai; ma non vogliamo, ancora ci inchioda la narrazione, e l’attore ci attrae generoso con una delle scene più incredibilmente “dantesche” del romanzo: quella di Armida, moglie fedifraga del valoroso Pericle, la peccatrice che parla con le api - con le quali vive una simbiosi totale (“camminava per i campi col suo pancione e le api dietro”) - che è da queste salvata sul terreno zeppo di mine dove la ferocia degli uomini la spinge. 
      L’attore è ora egli stesso un’Armida di caravaggesca potenza, che muove un piede alla volta e le api la precedono e con le variazioni del loro strepito le fanno da metal detector; che, attraversato l’inferno, perde le acque, e le api sapienti su di lei ad asciugarle le gambe; che sotto l’albero, sfinita, partorisce il figlio della colpa, abbandonata dalla pietà degli uomini e circondata dalle api compassionevoli che avvolgono di se stesse il nudo neonato in un’amorosa calda coperta.
      Sacra rappresentazione, narrazione, spettacolo: una serata che ci rigira l’anima. Con questo Pennacchi, con questo Di Bonaventura.

Sara Di Giuseppe

Paolo Di Sabatino e Ben Dover al CottonLab. Il Rodhes sta al Nord come l'Hammond alla Farfisa


Serata particolare, questa organizzata dal Cotton Lab nel suo “ridotto”. Particolare perché a noi riascoltare la timbrica particolarissima del mitico “Rhodes” della Fender piace da matti e perché, l'esperimento di Paolo Di Sabatino con il fratello Luca (Ben Dover), esperto, fautore, produttore ed esecutore di musica elettronica ci intriga. Immaginiamo, in chiave Jazz, quello che altri musicisti, dai Van der Graaf Generator ai Popul Vuh, hanno dato al Rock contaminandolo con la musica elettronica. Un esperimento alto, insomma, in grado di offrire una chiave di volta all'asfittico panorama musicale italiano contemporaneo. Ci sono dei momenti, quando andiamo ad ascoltare un concerto, che il bagaglio delle ore trascorse in compagnia della musica torna prepotentemente a galla, e i riferimenti storici e stilistici diventano inevitabili. Sarà che nella vita abbiamo cercato di non farci mai mancare nulla dal punto di vista delle novità, ma oggi, delle eclettiche contaminazioni di qualche tempo fa, sentiamo funebremente la mancanza.
L'impatto con la presentazione di “Orbits” non è stato dei migliori. Al posto del Rhodes c'era uno Stage della Nord e questo già, ci ha leggermente indispettito. Volendo fare un paragone, sempre relativo alle tastiere, è come se a Brian Auger o a Keith Emerson avessero messo davanti un Farfisa invece dell'Hammond, Leslie compreso. Non è solo una questione di suono, di sound, ma soprattutto di impatto emotivo con uno stumento, il Rhodes, che ha fatto la storia delle tastiere soprattutto nel rock e nel pop.


Che nulla di tutto questo sarebbe stato, lo abbiamo intuito già dall'inizio, dalla presentazione della serata da parte di Emiliano D'Auria, direttore artistico del CottonJazzClub. Senza aver ascoltato una sola nota, non appena abbiamo sentito parlare di “cassa dritta” (il cuore pulsante della musica House), ci siamo guardati intorno come se fossimo stati colti da un attacco improvviso di prurigine acuta. Ci siamo rilassati un attimo ripensando alla bravura di Paolo Di Sabatino, dicendoci: non è possibile. Ma poi i fatti, nonostante contaminazioni “alte” come il Jazz, la Sudamericana e la Classica, non ci hanno riconciliato con il progetto “Orbits”. E per un po' abbiamo vagato andando alla ricerca del cuore/senso del progetto, in poche parole ce l'abbiamo messa tutta ma, l'operazione in sé, non ci ha entusiasmato. Siamo andati alla ricerca allora, di altro, di punti di riferimento, di attracchi possibili di una nave con il timone in avaria. C'è tornata in mente la produzione della storica Motown, quella di Stevie Wonder, delle Supremes, dei Temptations ma anche di Marvin Gaye e qualche riferimento lo abbiamo trovato. Abbiamo scavato nei nostri ricordi Soul, e pure in questo caso qualche risultato lo abbiamo raggiunto. Siamo passati quindi attraverso il Sound of Philadelphia, i MSOB e The Three Degrees, sfiorando perfino i Jackson Five, ma qui ci siamo impantanati. 


Le dita di Paolo Di Sabatino hanno continuato a volteggiare da par loro sulla tastiera del Nord, modello Stage, mentre Luca (Ben Dover), ha cercato in tutti i modi di fornire un tappeto elettronico il meno piatto possibile all'abilità riconosciuta del fratello, però non sempre riuscendoci. Difficile, anzi difficilissimo, costruire un brano non avendo praticamente varianti alle due armonie di base elettroniche.
Nessun commento invece sul video che ha concluso la serata “promozionale” di Orbits. Onestamente, dopo essere usciti lo avevamo già dimenticato.

Massimo Consorti

14/11/16

Nero di tromba. Ripensando il Jeremy Pelt Quintet al Cotton Lab


Gustosissimo jazz, quello del Jeremy Pelt Quintet, anche se alle dieci di sera lo scelto pubblico del Cotton Lab ha già cenato. Concerto al “Nero di Tromba”, appetitoso e speciale. Sarà Jazz Jazz: note sghembe, invenzioni senza rete, musica senza telaio e senza muffa.

       Protagonista la tromba tutta nera di Pelt, e lui che la "lavora" è uno chef stellato: ne estrae un suono essenziale, avaro, carico solo di aria e di anima. La tromba nera, senza riflessi, di notte invisibile. Dà soggezione. Sarà di vetroresina, di nylon, di criptonite, bah, con quel curioso opaco bocchino a tronco di cono.

       Chi suona la tromba suda anche parecchio, si sa, altrimenti suonerebbe l’arpa, ma Pelt di più: è che la sua tromba nera esige la massima energia pure quando riposa. Cattura luce e  pensieri, colora senza enfasi, riempie senza strafare, accarezza con unghie pronte. Sarà per la sua geometria artigianale, per quell’arco di tubo esterno divenuto parabola…


       E c’è Victor Gould il pianista. Con quel cognome. Appartato, impassibile, avvitato al piano, gli occhi fissi su un punto dello spartito. Scenografico l’aspetto, avrebbe davvero il fisico dello chef del “nero di tromba”…Quietamente, infatti, cucina note e note, sostanziose sapienti e sobrie, attento agli equilibri, alle dosi, ai silenzi.

     Ha i capelli alti e la camicia a quadri Jonathan Barber il batterista, è un ragazzo. Pare un calciatore di moda, nell’Inter o nella Roma c’è chi gli somiglia. Ma non somiglia a nessuno quel suo modo di suonare: non sta lì a “tenere” il tempo, lui “fa” il tempo. Ne fa migliaia, anzi: colorato tappeto di ritmi stranieri tra loro, antitetici al rigore formale della tromba nera. Ci senti N.Y. Con tracce di Brasile, forse di Colombia, scorciatoie di foresta… Il suo assolo è un’orchestra. S’intende con la collega alle percussioni: sincronizzati, complementari, sono loro due il piccante ingrediente segreto del “nero di tromba”.

      Non c’è Archer al contrabbasso, stasera, ma un sostituto, Ginsbourg (spero di non sbagliare). Il loquace Jeremy ci spiega perché, in inglese. Svolto un lavoro-di-spola durissimo, continuo, elegante - tutto scritto, ovvio - il giovane Ginsbourg non farà più panchina, dopo stasera: s’è guadagnato il posto da titolare, c’è da scommetterci.



      E c’è Jacqueline Acevedo alle percussioni, attesa da tutti: quelle cose bizzarre di sapore esotico, molto strane in un quintetto jazz. Prima del concerto ad aggirarsi in sala c’è una giovane Stefania Sandrelli, è Jacqueline… 
Musicista di talento, più che di fantasia. Mai abusando dell’abbondante armamentario a disposizione - pure una spiritosa collana di sonagli e un cembaletto legati a una caviglia - con gusto e maestria duetta e duella perfino con sua maestà la tromba nera.

      E’ andata così. Al Cotton Lab di venerdì c’è sempre un menu che non tradisce

PGC

12/11/16

Jeremy Pelt Quintet. È il Jazz, bellezza senza bicicletta


Cerchiamo di metterci d'accordo sui termini, altrimenti corriamo il rischio di non capirci. Dotiamoci di un codice linguistico-musicale condiviso, sennò ognuno sfarfalla come meglio crede. Il Jazz è il Jazz e, nonostante tutte le semplificazioni che ci piace fare per inquadrarne generi e tendenze, resta la musica regina dell'improvvisazione: dato un mood, ognuno contribuisce ad arricchirlo per come può e soprattutto, per come sa. Onestamente, sinceramente, con il cuore in mano, diciamo senza usare metafore distorsive, che il Jazz degli standard e degli schemi prefissati ci ha cordialmente (mica tanto) annoiato. Vecchio e ripetitivo, quel tipo di musica nel quale o emerge la linea melodica o non vale nulla, sta alla creatività come lo stilo alla bic, un salto nel tempo di svariate decine di anni, forse qualche secolo. Cos'era il Jazz fino a qualche anno fa? Uno schema, fisso, immobile, ripetitivo fino all'ossessione. Lo traduciamo? Bene. Pianoforte, sax o tromba, contrabbasso, batteria, per ricominciare subitaneamente, con batteria, contrabbasso, sax o tromba, pianoforte con relativi assoli di qualche minuto, tanto per far respirare gli altri. E mentre in America il Jazz compiva passi da gigante, in Europa e in Italia, si continuava sempre e per sempre, con quello che avevamo imparato ascoltando dischi o qualche concerto nei pochi locali “illuminati”. Se non si capisce che oggi una qualsiasi band che si possa definire tale, è composta da solisti e non da accompagnatori, si comprende benissimo perché il Jazz proposto da Jeremy Pelt e dal suo quartetto, ha esaltato pochi e deluso molti altri. Perché un tipo di musica che non si presta a tutte le orecchie abituate a Fedez, può anche annoiare fino al sonno che arriva violento e fa fuggire alla fine della prima parte del concerto. Questo Jazz è un diesel, per viaggiare veloce occorre che il motore si scaldi, bisogna ascoltare e vedere i musicisti fare la propria parte e, se qualcuno ha avuto la fortuna di suonare uno strumento musicale, cogliere quegli aspetti che ai più è negato: vietato insomma l'ingresso ai suonatori di campanelli, citofoni e clacson.


Jeremy Pelt è un trombettista di levatura mondiale, non lo diciamo noi ma chi ne sa molto di più. È stato ed è, negli ultimi cinque anni, la “Rising Star” di Downbeat Magazine, nonché concertista di fama con Frank Wess, Ravi Coltrane, Frank Foster e tanti altri. Parliamo di calibri e non di mezze calzette. Suona una Harrelson nera, modello Summit, che gli hanno cucito addosso, fatta su misura per lui e si sente. Pelt non indulge in vibrati, evita accuratamente di scaldare i cuori profondendo note secche e decise, più da trombettiere dell'esercito americano che da jazzista ruffiano. Non ha nessuna voglia di giganteggiare anche se in qualche momento, la tendenza al virtuosismo è lapalissiana. Capisce perfettamente di essere circondato da solisti altrettanto bravi (altro che “quattro ragazzotti presi a scuola”), e si mette al servizio della musica pur dandole il suo stile. In First Touch ci ha letteralmente rapiti, non sapevamo dove sistemare le terga sulla sedia né dove guardare, perché gli altri quattro si esibivano mostrando non solo le capacità strumentali, ma anche una grandissima raffinatezza. 


Victor Gould (cognome impegnativo da sopportare), suona il pianoforte guardando sempre lo spartito. Quando ci siamo resi conto che, soprattutto uno, riportava due righe di pentagramma e lui suonava ininterrottamente da dieci minuti, tutto è stato chiaro. Non ci ha convinto nella prima parte del concerto, ma nella seconda, seguendone le dita, ci siamo resi conto della sua bravura e del viaggiare sulla tastiera senza stereotipi e schemi devianti. Jonathan Barber, il drummer, il batterista, è un ragazzino. Sembra essere uscito direttamente dalla Berklee School di Boston (forse per questo il “ragazzotto” di cui sopra ascoltato da uno spettatore), invece è un batterista conscio del suo valore, della sua potenza, dell'estrema abilità e agilità che ne contraddistingue i movimenti. Qualche assolo in più ma strameritato. Vorremmo segnalare l'uso delle spazzole in First Touch, qualche batterista nostrano ha impiegato anni per usarle nello stesso modo. Jacqueline Acevedo è la percussionista colombiana del gruppo, la ricchezza aggiunta, il surplus musicale della band. Il suo è un lavoro instancabile di cesello, di intrusioni studiate e mentalmente pianificate, di quei tocchi che nell'economia di un brano Jazz, rappresentano non una riempitura ma un completamento. Non c'è Vicente Archer, il contrabbassista di colore è stato sostituito da un bianco, tanto che, quando i musicisti sono entrati in scena, non ci riportavano i conti e lo avevamo scambiato per l'occhialuto manager della band. Invece, Joshua Ginsbourg, si è rivelato un bassista di gran valore fino a comporre, con la batteria e le percussioni, una base ritmica di prim'ordine, aspetto che in Cry Freedom è emerso in tutta la sua virulenza.
D'accordo sul codice linguistico-musicale, aggiungiamo che la grandezza del Jazz è un dato di fatto. Peccato per chi, nonostante l'esecuzione pressoché perfetta, si sia lasciato andare al sonno ristoratore. Il Cotton Jazz Club di Ascoli Piceno, in questo caso, non rimborsa i biglietti.

Massimo Consorti

11/11/16

Roma Youth String Orchestra. Da 11 a 16 anni: come fare bene musica



Suonano insieme da due anni soltanto, sotto la direzione del maestro Alberto Vitolo, ma lunedì 31 ottobre, nella chiesa di S.Francesco a Ripa, a Roma, hanno mostrato maturità e sensibilità musicale fuori dal comune: non un miracolo di S. Francesco (che nei luoghi di questa chiesa ha dimorato) bensì il concretarsi di un impegno e di un’attenzione alla musica da cui è scaturito il concerto:bello nel programma, esatto nell’esecuzione, sensibile nell’interpretazione e…tenerissimo nei volti dei musicisti ragazzi(ni).

Perché un concerto sia bello non basta che abbia nel programma nomi altisonanti di compositori, se tra questi manca un raccordo tematico.
Telemann, gli Scarlatti e Vivaldi hanno la giusta omogeneità (non stilistica, certo) di una ragionata scelta “barocca” dell’ambient da realizzare: un concerto è pur sempre una magica atmosfera e bisogna che profumi di magia….

Esattezza non significa solo corretta esecuzione delle sequenze di note e accordi sul pentagramma: è anche capacità di eseguirli alla giusta “altezza” (e in un’orchestra di soli archi non è cosa da poco), con l’esatta “intensità” che faccia convivere armonicamente i suoni deboli e quelli forti, con il giusto “timbro” che consenta di individuare gli strumenti. Tre elementi costantemente presenti in questo concerto: qualche minima incertezza o piccole inevitabili sbavature d’insieme (che l’esperienza saprà correggere) non sminuiscono la bella esecuzione di questi “pargoli”.

Il concerto per 4 Violini in G major di Telemann - il "Vivaldi" tedesco - presenta un carattere vigoroso e al tempo stesso ricco di umore e immaginazione. L’esecuzione, pur lievemente “acerba”, sa cogliere la pacatezza malinconica del “Largo” del 1° movimento, la riflessività dell’ “Adagio” del 3°, ma anche la brillantezza dell’ “Allegro” e del “Vivace” del 2° e del 4° movimento.

Il conte F. M. Zambeccari, acuto indagatore dei costumi musicali della propria epoca e contemporaneo di Alessandro Scarlatti, scrive: “E’ un grand'uomo, e per essere così buono, riesce cattivo perché le compositioni sue sono difficilissime e cose da stanza, che in teatro non riescono, in primis chi s'intende di contrapunto le stimarà; ma in un'udienza d'un teatro di mille persone, non ve ne sono venti che l'intendono” …E pensare che questi fanciulli ne hanno suonato il Concerto Grosso n.3 in modo davvero encomiabile!

Come scrive il pianista/clavicembalista A.Sollazzo a proposito di Domenico Scarlatti “Le Sonate si nutrono di una estrema libertà timbrica difficile da immaginare legata solo al clavicembalo. […] La fantasia di Scarlatti trascende lo strumento a sua disposizione…”. E’ proprio quella “ libertà” che la giovane orchestra trasfonde negli archi della Sonata n.5, creando un corpus compatto ma agile, articolato e mai dissonante, con - anzi - totale rispetto della cantabilità italiana, trascinata da un superbo Alberto Vitolo specie nel 1° movimento.

La sinfonia “Al Santo Sepolcro” di Vivaldi è di certo una scelta coraggiosa del M.o Vitolo. Qui contano non solo la musica (intesa come suono) ma soprattutto l’intensità emotiva che ne scaturisce.

Il primo movimento, col suo grave incedere intriso di religiosa meditatività e intimo cordoglio per la Passione di Cristo, esprime tutta la sua intensità con l’accurato dosaggio del raddoppio dei violoncelli (rigore della tessitura quasi fiammingo), mentre il carattere fugato del secondo movimento non impedisce ai ragazzi(ni) di cogliere il raccoglimento profondo evocato dal breve richiamo all’adagio iniziale, all’interno del 2° movimento stesso.

Per tornare alla vivacità occorreva un brano forse unico nel suo genere per difficoltà, asciuttezza e impeto: la “Follia” di Vivaldi (chi altri?).

Genere musicale nato in Portogallo intorno al 1500-1600 per accompagnare danze di pastori e contadini in occasione di un rito della fertilità – in cui i danzatori portano sulle spalle uomini vestiti da donna - la Follia, pur depurata in funzione del lento e maestoso incedere delle celebrazioni della corte di Francia, in Vivaldi riacquista un che di demoniaco: il crescendo di variazione in variazione sul tema iniziale ripetuto ossessivamente (ora più lento ora più veloce come un pensiero martellante), fino ad esplodere nei due ultimi minuti in una percussione degli archi impetuosa ed esplosiva; il trasformarsi in un sempre più frenetico volo di archetti sulle corde, sempre conservando l’eleganza delle forme vivaldiane, fino all’assopirsi, esausto il cervello, nel finale.

Realizzare tutto questo è compito abbastanza ingrato per qualsiasi ensemble, anche smaliziato: sentirlo e vederlo (meravigliosi i volti nello spasmo della “furia”) così ben interpretato da musicisti “ragazzi(ni)”, è una carezza al cuore e alla mente.

Francesco Di Giuseppe

03/11/16

I tematici contest fotografici di UT

Dante Marcos Spurio - La magia
Dopo nove anni e mezzo di lapalissiane prove di esistenza in vita (le pubblicazioni periodiche puntuali e bimestralmente cadenzate), la redazione di UT ha deciso di aprire anche l'ultimo spazio chiuso che restava, quello dedicato alla fotografia. Su suggerimento di Dante Marcos Spurio, che di questo spazio è stato il protagonista assoluto, abbiamo avvertito l'esigenza di entrare in contatto con altre esperienze, altre sensibilità, altre tecniche. È per queste ragioni che, fatto salvo il discorso sulla tematicità degli interventi, tutti i fotografi (e sono tanti) presenti sul nostro territorio nazionale e quello internazionale, possono partecipare ai nostri contest.

Daniele Cinciripini - L'ingenuità
Partiamo con il prossimo tema: “La sposa”. Proseguiremo con “La piazza”, “I segreti” e “Il Profumo”, tema che chiuderà il decimo anno editoriale.
La migliore foto giunta (in alta definizione) in redazione, sarà pubblicata sulla rivista cartacea mentre, le altre cinque ritenute meritevoli di essere socializzate, troveranno posto sul nostro sito, “Il mondo di UT” (http://ilmondodiutblog.blogspot.it/), all'interno di una pagina appositamente creata.

Samuele Galeotti - UT La fuga
Le foto, scelte insindacabilmente da Dante Marcos Spurio e dalla redazione di UT, dovranno essere inedite e, oltre a un breve profilo dell'autore, dovranno riportare i dati tecnici dello scatto. Secondo la migliore tradizione dei contest, non sono ammesse foto ritoccate anche se, considerati gli ultimi accadimenti, distinguerle dalle originali è quanto mai complesso. Ricordate però, che gli uttiani hanno un occhio particolare e molto attento alle bufale.

Gabriele Geminiani - UT L'ipocrisia
Si possono inviare foto anche per i prossimi temi (basta specificarlo).
La partecipazione è libera e gratuita.

La redazione

01/11/16

PRIMO CONCORSO NAZIONALE DI BRASSBAND. “Jury, are you ready?”


A BrassBand schierata, direttore sull’attenti e riflettori puntati, c’è un sacrale super-silenzio nella penombra del Ventidio Basso, quando Lito Fontana pronuncia la frase di rito “Jury, are you ready?”. Dopo attimi di pausa ecco il sì, uno squillante DINN... un suono di campanello: come un fischio d’arbitro, o un BANG in atletica. Partiti. 
Per le ferree regole di questi importanti concorsi nessuno - men che meno la giuria (tutta straniera, qui ad Ascoli) - sa il nome della Band, da dove viene, ignoto perfino il suo direttore. 
Tutti muti, prima e dopo, anche un “grazie” finale potrebbe tradirne la provenienza… Dal palcoscenico, “solo” radiosi emozionati faticati riconoscenti sorrisi, ma anonimi, impersonali, come frenati. 
Nella sobria presentazione, Lito aveva rivelato - a pubblico e giuria (in inglese, of course) - soltanto i nominativi degli autori (stranieri, ovvio) delle due musiche per ciascuna Band da eseguire in successione. Per noi tapini, ignoti pure quelli. Non ci resterà che applaudire, sorpresi entusiasti e convinti.
Tre le BrassBand in concorso: la n°1, la n°2, la n°3. [ZAC. Lapidario. Numeri.] Tutte in rigoroso elegante nero d’ordinanza, ma: cravatta bianca (e bretelle bianche, i percussionisti) la n°1; cravatta rossa la n°2; papillon bianco la n°3 (esibitasi per prima, forse a sorteggio). 


Dunque: “cosa” hanno suonato. Eh, non lo so, ad eccezione del tema di John Barry dal film Goldfinger eseguito dalla n°3, l’unico riconoscibile. Poi mistero e sorprese. 
E’ che forse noi abbiamo dei pregiudizi su formazioni similari: solo fiati e ottoni, senza strumenti a corda o comunque di legno, più al massimo piatti e grancassa. Le nostre care bande. Scorrazzanti per le strade paesane alla Festa del Patrono, o rinchiuse in quei palchi tutti lampadine, variopinti come giostre. Che suonano anche dignitosamente, magari in affanno. Ma quasi solo operette, romanze, spezzoni di lirica, marce, marcette, canzoni napoletane. Musica popolare, affettuosa, orecchiabile - si può dire prevedibile? - che ti rimane in testa per un po’ o ti perseguita per giorni… 
 Ecco, questo delle BrassBand è invece un pianeta a parte. E’ musica speciale: studiatissima, complicata, impegnativa da ascoltare e da seguire, difficiletta da comprendere. Ti ci vuole un po’, ma poi ti prende e l’apprezzi con entusiasmo. 
Musica concepita e progettata ad hoc, come scritta su “altri” pentagrammi, con tempi mutanti che mai si ripetono, invenzioni da lasciar di stucco, connubi di frequenze, di strumenti, di note inimmaginabili; sorprese continue, e niente linee melodiche né canoniche armonie e accordi standard. Altri schemi. 
Non le dissonanze e le fantasie del Jazz, eppure… Niente a che vedere con la ostica musica contemporanea, eppure… Non esistono “atmosfere”, eppure… Qui è matematica, non geometria. E niente tecnologia, si capisce. Il bello è che tutto si dissolve mentre l’ascolti, dopo ti ricorderai niente e tanto, e dovrai quasi dare una “numerazione” alle emozioni, altrimenti sono nuvole… 


Abbastanza “tradizionale” invece il colpo d’occhio, però con più movimento e leggerezza delle Orchestre di Classica. E, almeno nei concorsi, si bada anche ai dettagli: ho visto prendere e posare con simultaneità svizzera 6 sordine per tromba; avvitare altrettanto agilmente grosse simil-pentole (e le chiamano sordine…) sui bassotuba allineati come soldati; e percussionisti balzare come acrobati da una postazione all’altra; direttori pesantucci volteggiare; l’armeggiare di buffi coni di cartone dal bordo rosso; il roteare di bastoncini sui vibrafoni; e quei pensosi, rari, colpetti di triangolo, che stile…
Musicisti di ogni età, soprattutto giovani, alcuni quasi bambini, un quattordicenne dell’Alto Adige (scovato dopo, fuori, nei suoi panni di ragazzetto, parla tedesco). Quelli pittoreschi con barbe e baffi da concorso, quelli normalissimi come elettricisti, quelli addirittura troppo timidi. Ma perchè mi appaiono tutti marziani… 
Non so se Ascoli si sia resa conto della fortuna che le è capitata, di cosa ha ospitato nel suo Teatro cittadino, di che genere di musica ha potuto godere e di che livello: niente meno che il Primo Concorso Nazionale di (nordiche) BrassBand, qui nelle Marche! 
Una “follia” di Lito Fontana, un regalo, puro slancio di musicista. 
Forse dopo, alla Serata di Gala - gratuita - ci sarà stato il solito pienone di sorridenti politici-notabili-bellagente da red carpet; ma giuro che il pomeriggio, c’era più gente a vagolare nella vicina Piazza del Popolo e all’ennesimo mercatino Piazza Arringo, o incollata alla tivù sotto gli stonati gazebo-a-ombrello a palpitare per la partita Ascoli contro Vattelappescachi, che al Concorso dentro al Ventidio, a nutrirsi - gratis! - la mente e il cuore con un evento che non ricapiterà più. 
Ma perché sorprendersi: comunicazione quasi zero, manifesti quasi zero, silenzio-assenza dei giornali prima e dopo (a parte qualche contrattuale fuggevole velina)… e nelle scuole, ne avranno parlato? 
Io mi sarei aspettato che per un evento eccezionale come questo, il Comune  - come minimo - avesse riempito vie e piazze di trombe, tromboni, bassotuba e bombardini, li avesse appesi luccicanti e festosi ad ogni angolo di strada…

PGC

22/10/16

TROMBANDONEON ®. Paolo Fresu & Daniele Di Bonaventura


Due strumenti fusi in uno: il Trombandoneon. Va solo ad aria naturale, aspirata o spinta (sopporta l’aria condizionata). Niente elettricità, niente diavolerie, niente trucchi. Funziona, cioè suona, se gli si premono i tasti rotondi mentre gli si dà l’aria giusta. Ha due “corpi” indipendenti, staccati, uno più bello dell’altro. Non si toccano mai, forse lo desiderano: uno volteggia brillando, l’altro si accuccia e si allunga a dismisura… In compenso si guardano sempre, non si perdono mai di vista.

       Il Trombandoneon è agile, non ingombra come un contrabbasso, non pesa come un pianoforte, non è immobile come un organo di chiesa, si trasporta facile: bastano due trolley da RyanAir. Strumento più unico che raro, inventato e costruito dalla Premiata Ditta Paolo Fresu & Daniele Di Bonaventura.
       E’ vero che in giro ce ne sono di simili, sai com’è la concorrenza, ma avendo tutti qualche piccolo o grande “difetto di fusione” non sono perfetti come questo. Fusione che non ha ragioni fisico-chimiche o matematiche, né dipende dalla qualità dei materiali o dalla temperatura, e neanche dalla serietà della fabbrica, dal costo… ma solo - guarda un po’ -  da chi alla fine manda l’aria e preme i tasti! Dalla qualità umana, dall’intesa spirituale dei due che suonano. Pare facile.
       Sicchè oggi, è dimostrato, l’unico Trombandoneon è quello di Paolo Fresu e Daniele Di Bonaventura. Diffidare delle imitazioni. Se vi impegnate, potete trovarlo “nei migliori negozi di musica” o ai concerti. Soddisfatti o rimborsati.

Noi, ieri sera, dal Cotton Lab siamo usciti felici.

PGC

21/10/16

Il Di MARTE-Dì di Vincenzo Di Bonaventura. V.V. Majakovskij: BENE! (Chorosciò!) 1927


Stasera c’è anche la dolce Toffee bianca e miele. Inseparabile dal suo Vincenzo, di Vladimir V. Majakovskij sa tutto a memoria, educata e vispa scodinzola il giusto, si concede felice alle coccole.
E ci sono i bravi musicisti Igor e Fabrizio, strumenti e ritmi gustosamente accordati al linguaggio scenico del nostro attore-solista: abbiamo tutto il meglio, in questa serata seconda della trilogia su Majakovskij.
Pubblico di soli aficionados, meno dei manzoniani venticinque; non istituzioni, non giornalisti, non notabili e bellagente (“…che farsene di quella ciurma / di chiacchieroni?” V.V.M.).
Ci furono tempi di leggenda / ma sono passati”: il poema Chorosciò (Bene!) precede di soli tre anni il suicidio (Il tempo è qualcosa d’insolitamente lungo); scrittura d’intervento che lacera la trama stagnante di una società umiliata e offesa, che inchioda la matita sui fogli perché “il fruscio delle pagine sia come il fruscio delle bandiere sul fronte degli anni”.
Vincenzo non recita Majakovskij, lo vive. Lo parla, lo suona, lo canta; lo balla perfino, con passi e movenze di lontane danze folkloriche. E’ teatro oltre il teatro.
E’ un mondo contadino - quasi arcaico pur se solo del secolo scorso - quello che Vincenzo narra prima di iniziare, ed è il suo, è terra d’Abruzzo. Dalla memoria …un filo s’addipana:  il nonno e il suo “dialetto feroce”; a un angolo della bocca il sempiterno sigaro che, asportato il tumore, è solo passato all’angolo opposto; il gesto perentorio del bicchiere scosso dopo la bevuta, “come fanno i russi”; il lavoro nei campi coi “vecchi Landini di una volta che sembrava non avessero il motore”; il vomere trainato dalle spalle possenti dei buoi e il brontolio soffice della terra rivoltata; “l’idea dell’aratro” assaporata da ragazzo e non più ritrovata. (Ci vorrebbe più consapevolezza dei nostri padri e delle nostre madri, dirà più tardi congedandosi).   


  E alla terra si rivolge Majakovskij, perché puoi dimenticare “il tempo e il luogo dove hai messo su pancia e gozzo”, ma non puoi dimenticare “la terra con la quale hai diviso la fame” (Siedono i padri /con le barbe simili a scope: / ognuno di essi / è un saggio: un poco ara la terra / e un poco scrive poesie).
Così, il ricordo si fa poesia e la poesia ricordo: il mondo che pullula sanguigno nel filo che Vincenzo addipana è solo a noi più vicino, nel tempo e nello spazio, di quell’altro che “asciuga il sudore con la manica” e grida nei versi del poeta ribelle, e muto e febbrile irrompe in  Ottobre, “il film di Ėjzenštein sulla Rivoluzione”.
Due giganti, il poeta e il cineasta, celebravano i dieci anni della Rivoluzione, in quel 1927 in cui essa era ancora promessa di vita e vita promessa (La felicità incalza / e non per voi dovremo rinunciarvi. / Incantevole è la vita, / sorprendente): non è ancora il tempo in cui per il poeta sarà “all’improvviso come se non ci fosse nulla per cui vivere” e “alla fine quella pallottola [del suicidio già tentato] andrà a segno” (Lili Brik). 
Dietro, sullo schermo, l’epico affresco di “Ottobre”: rivoluzionario e violento, sarcastico e commovente, lirico e barocco.  Mi sento trasparente – dice Vincenzo – e forse è vero, perché la sua figura e la sua voce, la poesia, sono ora un imponente tutt’uno con le immagini alle sue spalle e con la musica; questa dà voce alle mute scene di massa, accompagna con ironico saltarello le divise del potere in marcia, sottolinea il visionario sperimentalismo e le allegorie, le figure riprese dal basso, quasi dal fango - “attori” reclutati sul posto - che giganteggiano pur nella miseria dei corpi e dei volti allucinati.


E’ la stessa stralunata umanità che affolla i versi di Majakovskij: umiliata nel sopruso e nella fame; il pizzico di sale elemosinato – perché “è capodanno, domani” – che s’è gelato tra le dita; il lutto sotto l’ondeggiare delle bandiere abbrunate, il sangue degli uccisi ancora caldo; la febbre tifoidea su Mosca mentre “sui boschi s’inerpica strisciando il sole-pidocchio”…  Ma ora il Palazzo d’Inverno è circondato, s’invadono i saloni di velluto, i maestosi corridoi;Kerenskij fugge, fuggono i ministri - profumo di barbe fatte di fresco – e cadranno come pere mature nascosti sotto le cravatte, Fuori! / il vostro tempo è finito, e ora sulla testa “il cielo azzurro-seta non è mai stato così bello”.
Amo l'immensità / dei nostri piani, / lo slancio / dei loro passi chilometrici, e il “canto dei nostri dolori, delle nostre vittorie, dei nostri giorni quotidiani” è arrivato fin qui, oggi, oltre il tempo e la storia: e s’è fatto teatro, luogo di tutti e voce che ci salva, spazio senza tempo di cultura e civiltà.

Sara Di Giuseppe