29/02/16

POESIA DELL’AZZURRO ovvero L’architettura del colore. La mostra di Nicola Rosetti in Palazzina Azzurra





         Esco dalla mostra con in testa Azzurro di Paolo Conte,
          segno che sono bei quadri.
          Tanti azzurri e tanti altri colori pieni,
          Nicola Rosetti cerca colori tutto l’anno…
 
          Quadri con accostamenti cromatici forti e geometrici,
          ma facili da guardare, non t’intontiscono, non parlano difficile.
          Quadri pieni d’infanzia e di viaggi
          e di sole (il sole è un lampo giallo al parabrize…)
          mentre tutt’intorno è blue tangos, verde milonga e Palazzina Azzurra.
 
               Una mostra utile, se sapessimo seguirne l’anima architettonica,
               come è già stato fatto a Santiago del Cile e a Graz:
               ridisegnare le città (solo) con il colore,
               linee e forme geometriche colorate per far ri-vivere le piazze,
               per ri-modellare lo spazio urbano.
               Colori forti e sicuri, accostamenti quasi violenti, apparenti stridori tra colori primari.
               Geometrie inaspettate. Sapori di architetture razionaliste, di Futurismo.
               I nostri posti sgraziati ne avrebbero bisogno.
 
                    Ma non succederà niente.
                    Gli azzurri e i colori di Rosetti resteranno sulle tele,
                    come la poesia dentro un accappatoio azzurro.

PGC
 

24/02/16

ORIZZONTE PIATTO [San Benedetto. Libreria “NUOVI ORIZZONTI” chiusa]


Ha chiuso “MÍDDIO”, ha chiuso “Patata”.
Ha chiuso l’ultimo porto franco.
Piccoli e indipendenti si muore. MONDADORI mangia tutto.
 
Adesso, che tu arrivi o parta, in zona Stazione
puoi goderti tutto l’orrore di San Benedetto:
cemento, macchine, rumori, pozzanghere, aria pesante,
facce scontente e faccioni elettorali.
Senza più quel minimo conforto libresco.
 
Il mostro MONDADORI, ingordo, le fauci sempre aperte,
ti aspetta in centro, con le sue prepotenti torri di libri
senza orizzonti.

PGC

UT/52/2015-16/9°anno


UT/52/2015-16/9°anno

Il buio
cinquantaduesimo numero di UT

venerdì
26/02/’16/18.00
day / month / year / hour

Sala del tè 

“Flauto Magico”
Via Custoza / Via Mentana - San Benedetto del Tronto


Saranno presenti personalmente o con i loro testi e opere:
Giovanni Baldaccini, Theocharis Bikiropoulos, Stefano Brandetti, Carla Civardi, Giampietro De Angelis, Victoria Esposito, Isabella Franchellucci, Anna Genovese Kalcich, Jean-Marc Georgel, Enrica Loggi, Alceo Lucidi,Mariagrazia Maiorino, Americo Marconi, Bianca Maria Massi, Michaela Menestrina, Alessandra Morelli, Martina Luce Piermarini, Luca Olivieri, Michele Ortore, Giuseppe Piscopo, Carlos Sanchez, Dante Marcos Spurio, Francesco Terzago,e... il trio di UTMassimo, Francesco e Pier Giorgio.

Prenota una o più copie di UT ‘Il buio’ rispondendo alla presente e-mail, e potrai averla a € 12,00 fino alla sua presentazione, anziché a € 15,00, compreso del quarto ed esclusivo... 

SottobicchierUT
La serie verrà completata con il sesto numero del nono anno,
sempre a tiratura limitatissima, grazie al sostegno dell’Azienda Agricola Falleroni

La Dispensa del Contadino 


Vedi tutti i numeri precedenti


Nella rivista: opera Stefano Brandetti, fotografia Dante Marcos Spurio, vignetta Giuseppe Piscopo

PLAY AREA
Ululì ululà: Al miglior ‘ululato’ in sala (solista o in coro), con tanto di mimica guardando all’insù, verrà assegnata una copia in omaggio di UT,
a insindacabile giudizio del ‘trio’.

Graphic & Communication
Francesco Del Zompo

https://www.facebook.com/events/218574821827626/

Grazie a...

Oltre al già citato sponsor, aggiungiamo sinceri ringraziamenti alla Sala del Tè
Flauto Magico per la cordiale ospitalità. 








22/02/16

Voto Otto. Mauro Ottolini & Smashing Triad(s) al Container di Grottammare

“Le donne odiavano il jazz, non si capisce il motivo”, canta Paolo Conte. Ma a Grottammare e dintorni non le donne, proprio tutti odiano il jazz. A questo concerto di Ottolini (un po’ meno ai precedenti di Rava e Cafiso) imbarazzante il quasi-vuoto di pubblico. Meglio la tivvù, fessbuc, la partita, l’apericena, il cinema fesso dei Centri Commerciali, la famiglia (mavalà) - no no un libro mai. Diverso quando arrivano i panariello, i giannimorandi, i corona-condannati, i pompati di Sanremo, insomma i “personaggi”: pienone sicuro di pubblico e notabili, anche a 40 euro di biglietto. Ma la buona musica, il buon teatro, specie il buon jazz non ce li filiamo, ai concerti non andiamo, né a 12 euro, né a 19, né a 5, né gratis. Con qua intorno fior di Conservatori Istituti e Scuole di musica, strepitosi negozi Giocondi che vendono strumenti a palate, allievi sapientoni che cantano e suonano forte (intendo ad alto volume), con i  rispettivi insegnanti e genitori (certo è meglio se un figlio te s’appassiona a lu pallo’)…
E’ il deserto-culturale, bellezza. Oggi più di ieri. 
Hai voglia NOTEDICOLORE, a svenarti per portare artisti bravi seri e rari, scoprirne di nuovi, organizzare eventi in solitudine ma bene (niente soldi pubblici, sponsor rari come mosche bianche); e tu CONTAINER, a farti (con pazienza) sempre più comodo e bello. 90 – 60 – 35 paganti. Numeri così. Eh… non si capisce il motivo… Invece il motivo c’è: è in questa sacca maledetta, stagnante come palude, gorgo perfido dove il degrado morale italian-style ha prodotto e cementato - ma è successo anche l’inverso - una politica amministrativa ancor più bassa, nutrita d’ignoranza arrivismo arroganza supponenza ineducazione egoismi e (loschi) affari. Senza ritorno. Basta osservare le “nuove leve”, il plotone di nuovi-vecchi candidati sindaci del circondario e le loro corti: nessuno ai concerti, e per un posto in prima fila manco pagano… 
Così è, caro Paolo Conte. Non è colpa dei duemila enigmi del jazz, né di troppe cravatte sbagliate.  Addio sogni fortissimi… Poveri noi. Bocciati a vita. Voto 0.
Un bell’OTTO (almeno) si merita invece la stramba band di Mauro Ottolini: dietro l’affettuosa grancassa, Terra al banjo che con naturalezza fa tutta un’orchestra; l’acrobatico Bomba al clarinetto-svisatore, che non sfigurerebbe alla London Symphony Orchestra; la preziosa voce-strumento di Vanessa-Taglia, fisico da tennista - penso alla tedesca Pektovic, ma sorridente - nonché “cuoca” di suoni profumati (mica di bue…) con le sue pentole cromatiche (!); e il nostro Mauroottolinidettootto, che “respira” assieme al suo bestiolone in spalla che pare un’anaconda mini (bianca e con le stelle, non grigia) - scommetto lunga più di otto metri, se la srotola - mentre col piede sinistro preme e ripreme il charleston come farebbe con la frizione di un’Alfa Romeo 1750 Sport alla Mille Miglia…
Pezzi gradevolissimi. Atmosfere dixieland anni 30-40, incantevoli beguine, Veinte Años da Buena Vista Social Club, rallentata… per far ondeggiare con maggior grazia l’anaconda, blues lenti lenti lenti (alla Arbore), “sgangherati” arrangiamenti di sapore-Capossela e di vecchio circo, musiche balcaniche alla Goran Bregovic, e poi un po’ d’Africa in jazz, quella languida canzonetta del Trio Lescano… e ancora ragtime, Benny Goodman, uno o due brani di tradizione ebraica, la lentissima malinconica e sognante Petit Fleur di Sidney Bechet e altro ancora. Musiche così. Più o meno note, più o meno jazz. Arrangiamenti inconsueti per eleganza anima e gusto, e ogni tanto qualche “sorpresa”: succede, quando si usano strumenti e “mezzi psichedelici”. Con Otto e il suo trombone-anaconda a dar sempre quell’originale profonda ma calda “timbrica” che sui dischi un po’ si perde… ma noi al concerto non ci siamo persi niente, tiè!
      Applaude per il doppio, il rado pubblico pagante. Soltanto quelli tirati di voti danno OTTO.

Pier Giorgio Camaioni

14/02/16

“ Un grido fioco si leva dalla terra…” La poesia per il Nepal di Enrica Loggi in occasione di “Le fil rouge”, Asta di beneficenza

Pubblichiamo la poesia inedita che Enrica Loggi ha dedicato al Nepal colpito un anno fa dal terremoto. Il testo è stato letto ieri dall’autrice nell’ambito dell’evento d’Arte e di Solidarietà “Le fil rouge”, organizzato dall’Associazione Omnibus Omnes , al Palazzo dei Capitani di Ascoli. Qui è stata allestita, a cura di Raffaella Milandri e Riccardo Lupo, una mostra di svariati artisti del nostro territorio che hanno donato una loro opera per un’Asta di beneficenza il cui ricavato andrà devoluto a favore della ricostruzione di una scuola elementare del Nepal.

Un grido fioco si leva dalla terra
dove il cuore degli uomini ha trovato il suo sepolcro.
L’aria si è rarefatta e dentro gli occhi
è diventata polvere.
Il vento forte ha soffiato dentro i muri
svelando a fiotti la sua nudità.
Abbiamo trovato un’altra voce
negli occhi dei bimbi ancora ignari,
ancora pieni di perdono nella piega dei sorrisi,
mentre la città ha perso le sue porte
i suoi balconi le sue vesti.
Il cielo non ha dimenticato quel suo grido,
s’è fatto azzurro sulle mani tese,
di fuoco nella curva dei pensieri.
Un canto d’ogni colore ha sconfitto anche la pena
del suolo crollato, di chi spera di rinascere
e quello che ci chiede è un altro cuore,
il ritmo senza sosta del donarsi.
Vivere e poi morire è un’altra cosa
in questa oasi di virgulti, di corpi arresi
di canti resuscitati
di occhi che chiedono e danno.
La poesia trova per loro il suo volo
riconosce il dono da fare
con la parola che non può ferire,
e trova ancora un tetto sotto il sole.

Enrica Loggi




01/02/16

HUMAN LOCOMOTION. Laterna Magika - Nová Scéna al Národní Divadlo di Praga

“Le moderne forme di comunicazione con camere digitali non sarebbero state possibili se non ci fossero stati Muybridge e le sue ricerche”. Così Martin Kukučka e Lukaš Trpišovský, ideatori e registi di “Human Locomotion”, spiegano come la figura e gli studi del fotografo e inventore Eadweard Muybridge (1830-1904) abbiano ispirato loro nel 2014 - a 110 anni dalla morte - l’originalissimo progetto coreografico e multimediale per il Teatro Nazionale di Praga.
     Gli studi di Muybridge sul moto umano e animale nascevano su incarico del magnate delle ferrovie, allevatore ed ex governatore della California, Leland Stanford. Per scommessa (25.000 dollari) questi intendeva verificare quanto asseriva Étienne Marey inventore della cronofotografia: che nella corsa dei cavalli vi è un momento in cui le quattro zampe sono contemporaneamente sollevate da terra (come in molte stampe e dipinti: famoso fra tutti “Le Derby d'Epsom” di Th.Géricault esposto al Louvre). 
    Il fotografo giungeva da New York (dove era famoso per le sue foto di paesaggi e parchi americani pubblicate con l’etichetta Helios) nella California della corsa all’oro, della fede nella scienza e nella tecnologia, della nascita di intere nuove città, quando la grande espansione delle ferrovie e la crescente velocità dei trasporti inducevano significativi mutamenti nella umana percezione della distanza e del tempo. Nella sequenza fotografica “The horse in motion” pubblicata a conclusione delle ricerche commissionate da Stanford, Muybridge dimostrerà come, durante il trotto, gli zoccoli del cavallo davvero si sollevino da terra contemporaneamente, ma senza assumere la posizione di completa estensione spesso rappresentata nei dipinti. I suoi successivi studi sul movimento, gli esiti delle sue geniali intuizioni applicate alla cronofotografia, saranno “precursori della biomeccanica e della meccanica degli atleti” e forniranno stimoli alle ricerche in campo anatomico e medico: la fotografia non sarà mai per lui unicamente espressione artistica ma anche e soprattutto metodo - benchè non scientifico - di ricerca.
     La scomposizione del movimento umano e animale attraverso una successione di piccoli frammenti di movimento, è la grande intuizione di Muybridge.  Essa non soltanto anticipa le tecniche cinematografiche catturando e ponendo in sequenza singoli istanti del movimento, ma rivoluziona finanche la possibilità di analizzare lo sviluppo delle emozioni e - accertandogli errori di pittori e scultori nel rappresentare il moto – sarà ben presente alle avanguardie artistiche del Novecento. Sempre più artisti, da lì in poi, si affideranno alla fotografia per riprodurre con esattezza una realtà che spesso l’occhio umano confonde. Il fondamentale “Nu descendant l'escalier n.2 ” di Marcel Duchamp del 1912 (fulcro della ricerca cinetica dell’artista) è certamente influenzato dalla sequenza “Donna che scende le scale” pubblicata da Muybridge in Animal Locomotion del 1887. 
     Il lavoro coreografico e multimediale “Human Locomotion” del Teatro Nazionale (Laterna Magika) di Pragamuove dalla geniale visionarietà delle intuizioni di Muybridge e trasferendole nel linguaggio lirico e stilizzato della danza, le intreccia ai passaggi salienti di una biografia drammatica e fortemente chiaroscurata: l’invenzione di macchine rivoluzionarie come lo zoopraxiscopio (precursore del cinema dei Lumière); i successi e la notorietà (nel giugno 1890 il primo photofinish è utilizzato in una corsa di cavalli in New Jersey); il matrimonio con Flora Shallcross Stone che ha la metà dei suoi anni; la relazione di questa col maggiore Harry Larkyns; la scoperta del tradimento legata ad alcune lettere; l’assassinio del rivale (“Good evening, Major, my name is Muybridge and here’s the answer to the letter you sent my wife”), omicidio dal quale verrà sorprendentemente assolto in quanto “atto giustificato”; il divorzio da Flora che morirà soltanto tre mesi dopo.
    Il cavallo nell’aria, sospeso per un istante dal terreno, è metafora della stessa vicenda esistenziale di Muybridge, del suo disancorarsi dai luoghi – la natia Inghilterra per gli Stati Uniti, poi N.Y. per la California – inseguendo i grandi sogni della sua personalità avventurosa. Come nella vita di Muybridge, così sulla scena di Human Locomotiondominano il bianco e il nero: neri i costumi, nere le linee geometriche che scandiscono e frammentano lo spazio bianco; bianca dalla parrucca agli abiti è la bella Flora, che canticchia con svagata ripetitività “You are my sunshine, my only sunshine” mentre seduce il maturo Eadweard; bianche le danzatrici dalla grande testa equina nella ipnotica coreografia evocatrice dell’ossessiva osservazione del moto animale. Sola macchia di colore, il viola dell’antagonista – Larkyns – che irrompe nel fragile equilibrio della coppia portandovi la frattura insanabile.
     Intorno ai protagonisti si muove il “coro”: il corpo di ballo è ora al centro della scena in aggregazioni e frammentazioni che nella danza sottolineano e commentano - come la voce corale nella tragedia antica - le dinamiche psicologiche e relazionali dei protagonisti, ora è sullo sfondo come materializzazione degli esperimenti fotografici sul movimento umano (magistrale il quadro al rallentatore della lotta fra due corpi maschili). Quanto più intenso è il pathos dell’azione, tanto più stilizzate e geometriche – come quadri astratti – si fanno i movimenti coreografici, austero e presago contrappunto al precipitare dei protagonisti verso l’epilogo tragico. Nell’algido bianco/nero della scena, anche l’abito di Flora si trasforma nell’imponente nerissima veste che come un lugubre uccello notturno plana su di lei e la avvolge. 
     “Il nostro progetto, unione di danza contemporanea, teatro fisico e arte visiva – dichiarano i due registi - è un omaggio all'uomo il cui lavoro ha avuto un decisivo impatto sulla forma dei mezzi di comunicazione visiva fino ad oggi. “Laterna magika” ha molto in comune con il lavoro di Eadweard Muybridge: movimento, fotografia, cinema, sono questi i punti di contatto che ci collegano al versatile fotografo che ha precorso l’era della cinematografia”.

Sara Di Giuseppe

31/01/16

NICCHIA SECONDA. 23 gennaio - chitarra - M. Antonio Molfetta Università e Nobil Collegio degli orafi ed argentieri dell’alma città di Roma

“Li diletti figlioli dell’Università delli Orefici in Roma di costruire ed edificare et di far fabbricare una chiesa, ovvero cappella, sotto detta invocazione di Sant’Eligio, in strada Giulia e in loco che per tale effetto si trovasse più comodo”. (“Breve” di autorizzazione di Papa Giulio II della Rovere).

Il concerto per chitarra di Antonio Molfetta si muove in un ambito armonicamente tradizionale ma è, come il concerto della sera precedente del violinista Paolo Perrone, ugualmente di nicchia e di pregevolissimo spessore, costruito su un impianto programmatico temporalmente logico e musicalmente coerente, con la solare pacatezza di quel meraviglioso strumento che è la chitarra.
Antonio Molfetta è uno di quei musicisti che ama presentare i brani che suonerà; non sembri banale, essendo questo un uso apprezzabilissimo dal quale imparare davvero qualcosa, che tu sia esperto o no; se lo si fa, poi, anche simpaticamente, la condivisione del momento musicale ne guadagna.

Paragonare - come fa il maestro Molfetta - le ariose e mediterranee composizioni di Mauro Giuliani, nella paludata Vienna, ad un terremoto musicale come quello prodotto da Jimi Hendrix nel mondo del rock, denota il musicista intelligente, non dogmatico, curioso ed assolutamente non paludato. Per il suo tramite si entra facilmente in sintonia con quanto suonerà: ed è questo la vera significazione della parola interpretazione.
La Rossiniana n. 1 è infatti questo: un capolavoro assoluto di garbato equilibrio tra i profumi di mare, di frutta, di vino, di festa tra amici, pienamente restituito dal tocco leggero e sicuro del M°. Molfetta.

Dire che la “Frescobalda” (aria con variazioni) è il “solito” Frescobaldi non suoni come bestemmia: è infatti il solito capolavoro innovativo del solito genio rivoluzionario; se Ligeti nella sua Musica Ricercata (XI) volle dedicarla al suo insegnamento fu perché nella sua musica, come in quella di Bach, c’è la purezza del cantar-suonare armonioso che evoca gli affetti degli ascoltatori, e il rigore compositivo di chi padroneggia l’arte di mescolare qualunque elemento musicale. Lo stesso rigore esecutivo e gli stessi affetti che ritroviamo dell’interpretazione del M° Molfetta. Coinvolgente e attenta anche l’interpretazione di Ponce (Sonatina meridional) e Rodrigo (Invocation et dance), con quel tanto di astrazione, paradigmatica del ‘900, e quel “Sabor de España” immancabile – e guai se così non fosse - nei compositori iberici: una sorta di contrappunto tra intere forme musicali.
Nel conclusivo “Light frameworks” anche l’ottima mescolanza e sintesi di stili che connotano le composizioni di Jappelli, trovano un’esecuzione di prim’ordine grazie alla delicatezza nel tocco della chitarra e al sentimento di pacatezza che ne promana.

Grande il merito dell’Università degli orafi nell’aver creato, con le serate dedicate alle nicchie, le condizioni per fruire di straordinari momenti musicali, preziosi quanto i lavori di arte orafa esposti nelle vetrine, e di piacevole intimità, odorosa di legno antico, tra interpreti e pubblico.
Due serate, due gioielli d’oro fino come la cornice che li ha incastonati.
D’altra parte, stare a via Giulia da cinquecento anni vorrà dire qualcosa…!

Francesco Di Giuseppe

30/01/16

NICCHIA PRIMA. Università e Nobil Collegio degli orafi ed argentieri dell’alma città di Roma. 22 gennaio - violino solo - M. Paolo Perrone

"Da lungo tempo esisteva a Roma la corporazione degli orefici, dapprima associati ai sellai e ai fabbri; separatisi da costoro nel 1509 si costruirono, col beneplacito di Giulio II, la chiesa di S. Eligio in Via Giulia, il cui progetto è di Raffaello". (Gregorovius, Storia di Roma nel Medioevo).

Ci si sente bene ad entrare in luoghi così: si ritrova il profumo del legno antico, un’intimità elegante e discreta che induce a parlare a bassa voce. Ci si sente “leggeri e puliti” come le linee dell’architettura raffaellesca che disegnano la chiesa. Anche gli appellativi delle cariche istituzionali - Console Camerlengo, Console, Probiviri – richiamano l’incomparabile stagione del Rinascimento romano. Poi, si è colti da un fremito di stupore allorché si scopre che lì, da cinquecento anni, si è pensato il Bello, ci si è occupati del Bello (e si continua…): merce sempre più rara ahimè… ahinoi!
Dove se non qui, d’altronde, eseguire musica di altissimo livello, con un musicista di rango come Paolo Perrone al violino?
Egli fruga nella “nicchia” delle composizioni barocche “a violino solo senza basso”, dunque senza l’accompagnamento di clavicembali, violoncelli e altro, tipici del basso-continuo.
Particolarità che Bach consegnò all’empireo della musica con le Sei Sonate e Partite per violino solo BWV 1001÷ 1006 (o come lui le chiamava: Sei Solo a Violino senza Basso accompagnato), e che Telemann, Pisendel e Von Biber, a loro volta, scandagliarono alla ricerca di tutte le “potenzialità polifoniche del violino”*
Opere che sperimentavano strade fuori dal comune comporre dell’epoca: quando, non esistendo il brano per solista, si richiedeva la capacità di ricavare dallo strumento anche le tonalità basse di accompagnamento e sottolineatura normalmente svolte da altri strumenti.
La moda del virtuosismo sfrenato (si privilegiava più l’interprete che il contenuto!) era di là da venire, e ciò rende evidente quanto realmente virtuosi fossero i violinisti dell’epoca.
Paolo Perrone lo dimostra tutto questo con un’esecuzione impeccabile: vi si coglie il primo balenare dello stile definito “classico”, tangibile in alcuni accenti del primo movimento della Fantasia IV di Telemann; ma anche l’asciuttezza astratta (non sfigurerebbe in tante composizioni contemporanee) dell’esecuzione del secondo movimento; e infine, nel terzo, il ritorno all’alternanza contrappuntistica di bassi e alti tipicamente barocca: come i grandi del passato.
Nella Passacaglia in sol min (l’Angelo custode) di Biber, il M°:Perrone legge con esattezza la cifra devozionale impressa dall’autore ad una forma musicale di origine profana e popolare, usata da musicisti girovaghi; del resto chi conosce la profondità religiosa delle sue meravigliose Messe comprende facilmente le motivazioni di tale operazione: è un canto-preghiera accorato e struggente. Le “contaminazioni” - oggi di moda – in fondo hanno già qualche secolo ed autorevoli antenati da Vivaldi a Bach da Liszt a Rachmaminoff: l’importante è saperle fare…
L’esecuzione della Sonata in la maj. di Pisendel sottolinea per intero “l’italianità” delle influenze di Torelli e Vivaldi sull’autore: melodiosità, dolcezza, espressività ed eleganza - in una parola la Cantabilità - pur in un brano cui è sottesa comunque la forma musicale di Bach.
Della Partita n.2 di Bach è superfluo parlare, tale ne è la perfezione, se non per dire che il M° Perrone rende quasi fisicamente palpabile la stratosfera in cui si realizza la musica del genio di Eisenach.
La lezione che discende da un concerto siffatto si può riassumere in un: evviva le nicchie. “Nicchie” musicali che magistralmente guidano a capire a fondo la grandezza di quest’arte, stimolando a “ragionar” di musica e non a subirla e consumarla come genere di svago. Che aiutano a percepirla non come ottuso sottofondo del quotidiano o, peggio, come truce attrattiva da botteghino (la sfrenata e ripetitiva “sinfonimania” così in voga oggi) ma ad elevarla, presso noi limitatissimi mortali, al giusto rango di paradigma etico ed estetico della nostra stessa esistenza.

Francesco Di Giuseppe

*Dal programma di sala

28/01/16

A Fermo, l'appuntamento con la memoria di Antonio Santori. Le parole necessarie, la Poesia incontra la Vita

Ieri, nel tardo pomeriggio, ho assistito a un evento di grande momento, nel Centro Congressi San Martino a Fermo, nel cuore di una città assonnata nel buio precoce. Ho faticato a trovare il luogo, su e giù per i vicoli del centro che sembrava un quaderno aperto davanti a me e mi lasciava una libertà urgente e legata al sentimento che rincorrevo. L’evento era legato alla grande figura di Antonio Santori, il poeta marchigiano prematuramente scomparso nel 2007, autore di capolavori come il poemetto “Saltata”, un’opera indimenticabile, accanto ad altri, numerosi interventi suoi nel terreno della poesia, come la fondazione del Laboratorio di Poesia a Sant’Elpidio a Mare, che a suo tempo ho in parte frequentato. Lo ricordo con immenso affetto: Antonio ci regalava le sue parole di grande Lettore ed Autore, il suo humour e la disponibilità ad ascoltare ciascuno di noi suoi discepoli e colleghi, mostrandosi come guida delle nostre parole che incrociavano quelle di poeti come Mario Luzi, Piero Bigongiari, Maria Luisa Spaziani solo per citarne alcuni. Ogni volta che andavo in questo luogo eletto che era il suo Laboratorio era come andare a un pellegrinaggio fatto di attese, di tensioni positive, della gioia di chi si sente chiamato a qualcosa che supera la quotidianità ed investe nella parola ogni segno del suo esistere. 
Quello che è accaduto ieri, per l’intervento del critico letterario Irene Mezzaluna e del poeta Davide Rondoni, nella penombra del luogo solenne che fu una chiesa, è stato più di una commemorazione! Irene, che è stata anche allieva di Santori, ha ricordato la figura del Professore-Poeta mettendone in risalto il carisma e la dedizione assoluta alla Poesia come forma fondamentale di Conoscenza e di rapporto autentico con l’Altro, come imprescindibile avventura esistenziale da vivere con sempre rinnovato coraggio. Davide Rondoni ha ripreso questo tema del rischio e dell’azzardo del poeta che deve “scomparire” nella sua ricerca e allo stesso tempo domandare in prima persona il senso della sua comunione con la vita. Quest’ultima, definita da Rondoni come “un’impronta, un pieno, un vivente, un presente che è anche un vuoto…” e nel cui gioco l’essere lascia un segno di sé nonostante tutto, per costruire “un dialogo che è dono e legge organica dell’esistenza“. Quindi il problema essenziale per il poeta e per ognuno di noi è quello di ricreare continuamente uno spazio del dono in cui la poesia fa da ponte e meta del colloquio tra i viventi.
Le parole di Rondoni suonavano anch’esse come un dono che scaturiva da una passione profonda, da un insegnamento e da un legame d’amicizia che ci veniva trasmesso e letteralmente resuscitava la figura di Antonio, che con la sua grande , dolce umanità ci accompagna ancora.
Riportiamo i primi versi del suo poemetto “Saltata”, Edizioni L’Albatro - I Quaderni del Battello Ebbro, 2000.

Enrica Loggi


Saltata. Sono stata
saltata. Una sera
lui parlerà di me,
dirà: peccato non averla
mai incontrata,
e berrà vino di Francia
dimenticando ancora
la mia vita.
Riderà, raccontando
di altri libri e di donne
perdute nell’Oceano.
Non mi rimpiangerà.
Io che potevo cambiarla
la sua vita.
Mi ha semplicemente
ignorata.
Ha scorso veloce
la pagina accanto
(il viso infuriato)
chiudendo di scatto
il libro pregiato
in cui sono nata.

Avrei preferito non esserci
mai stata.
Nel vento che mi apriva
(mi inseguiva)
inseguivo un’altra pagina
(nell’aria)
che diventava, come me,
una cosa inviolata,
non necessaria.


Eppure avrei potuto cambiare
la sua storia. Improvvisarla.
Dentro di me la gioia, l’intesa
sibillina che ci salva,
dentro di me la voglia
dell’attesa (dentro di me)
dentro di me la nostra storia.

Dentro di me.

Dentro di me la gioia,
la strada silenziosa
senza porta.
Non andare. Non andare.
Non c’era una volta…

19/01/16

Esce "Gli orfani", primo libro di racconti di Davide Nota, collaboratore di UT



Quasi in sogno un io sepolto da anni di incallimento culturale (soggetto ad acculturazione) mi dettò questo mucchietto di dolci parole di fantasia brucata dai tarli della vita sterminatrice, una sorgente d'acqua spaccava la superficie terrestre reclamando un diritto antico di raccontarsi una favola non compromessa con l'ironia della sterile borghesia nemica della visione, nemica del cattivo gusto, nemica del sacro, nemica del ridicolo, nemica della mia stirpe inferiore fedele ad ogni cosa.