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25/03/26

LA SOSTANZA DEI SOGNI

 

 

BALLETTO DI SIENA
“Fellini. La dolce vita di Federico”

Coreografia e regia 

Marco Batti


Musiche 

Nino Rota, Nicola Piovani, Max Richter


Senigallia – Teatro La Fenice – 20 Marzo 2026



 

 

 

… e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita.

    (W.Shakespeare, La tempesta)

 

 

     Se è vero che siamo della sostanza di cui son fatti i sogni, allora è il cinema di Fellini quello che più di ogni altro ha attraversato il reale con la leggerezza del sogno, consegnandoci una visione del mondo che nelle sue sorprendenti folli sfaccettature è stata soprattutto e sempre sguardo interiore, certezza che se la vita è sogno, “è pur sempre una festa, la vita”. 

Lo dice sornione il Guido Anselmi/Fellini in Fellini 8½ ; sembra pensarlo il giovane Fellini in questa coreografia, spettatore disincantato e curioso a un tempo della comédie humaine che davanti a lui si srotola come di un film la pellicola e come in un gioco di specchi rimanda la visionarietà del suo genio che plasma figure di struggente bellezza.

 

    Hanno, queste, il volto di Gelsomina e di Zampanò e del Matto coi loro universi di solitudini e di silenzio, hanno la coralità barocca del pianeta circense, hanno la sensualità ingenua dei ricordi adolescenti, la grazia stravagante delle storie cucite sul labile confine tra realtà e sogno, drappeggiate in un danzare fastoso che fonde l’eleganza dei corpi al vigore di un tessuto musicale di ineguagliata suggestione.


     E nell’incerto spazio tra il reale e l’onirico, disegnate dal sicuro talento dei danzatori e dalla sapiente regia, prendono forma e corpo le immagini e le maschere - struggenti e comiche, grottesche e tristi, sempre universali - di quel cinema e di quella poetica. 

Così l’inebetita provincia italiana de I Vitelloni trascolora nelle atmosfere decadenti e glamour di una Dolce vita romana che è soprattutto miraggio e malinconia; si volge al passato in un intimo Amarcord in bilico fra sogno e memoria sullo sfondo di un presente che inquieta; diviene affresco di una realtà che l’alter ego felliniano osserva ironico dalla nebbia delle proprie dissonanze interiori  in Fellini 8½


Ed è dalla Gelsomina de La strada - là dove per Federico tutto comincia - che la coreografia attinge nel disegnare l’artista che in quegli anni lontani tracciava strade nuove per il cinema italiano, e nella cronaca di una marginalità desolata e cruda superava stereotipi e conformismi, scandalizzava il benpensantismo dell’italietta bacchettona di allora. E soprattutto creava poesia. 


     Termina infine nel punto stesso da cui era iniziato, il viaggio di stasera intorno a Fellini: con rigoroso andamento circolare, le note de La strada aprono e chiudono la narrazione della sua parabola artistica e di quel suo “sciamanesimo misterioso” - nella definizione di Andrea Zanzotto - che la danza sottrae qui agli stereotipi celebrativi per restituircene intatto il prodigio; perché è nella danza che il pianeta felliniano sembra trovare la forma che più somiglia alla leggerezza, alla creatività visionaria e geniale del regista.


     E su questo palco non abbiamo visto solo l’eccellenza dei danzatori, interpreti a tutto tondo; né solo il rigore di una regia colta e attenta; né solo l’alchimia che fonde il tessuto musicale all’alfabeto della danza. Ciò che abbiamo visto è anche l’omaggio affettuoso e intenso, trascinante e devoto, all’artista che ha lasciato l’orma dei grandi nel cinema e nella realtà di tutti noi; che non smette di parlarci con la grazia leggera dei classici; di ricordarci che, se abbiamo noi stessi la sostanza dei sogni, ogni sogno è allora possibile in questo circo grande e straordinario che è la vita.

 


https://youtu.be/ujN7QQ9sCZw?is=yop1GoNOdn28cGIP


Sara Di Giuseppe - 24 marzo 2026

18/04/24

“Vengo da un altro mondo e tu mi sogni”

 

“La Sylphide”

Coreografia    Johan Kobborg

                           Musica   Herman von Løvenskjold

 

Corpo di ballo del Teatro Nazionale di Praga 

Orchestra dell’Opera Nazionale di Praga

 

Teatro dell’Opera

PRAGA

 

10 Aprile 2024 h19


 

 

…Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni…

 

(W.Shakespeare,  La tempesta)



Sono una silfide, vengo da un altro mondo e tu mi sogni, sussurra all’orecchio del giovane James la lieve creatura d’aria e di vento, fantasma o figura reale chi può dirlo. Danza per lui, che se n’innamora perché l’anima inquieta lo spinge in un altrove visionario, al di là di ciò che è terreno. Ma l’alata creatura d’aria e di vento non può essere afferrata, perché “se tocchi un sogno, il sogno muore”: muore la silfide con le sue ali cadute nell’abbraccio mortale, e muore colui che nell’amarla la perderà per sempre.

 

C’è nell’ottocentesca fiaba struggente e tragica tutto il romanticismo nordico col suo corredo di atmosfere ossianiche e di leggende gaeliche: c’è il cupo maniero in Scozia – dimora dello sventurato James - e c’è il bosco della strega cattivissima Madge con la sua corte di streghe cattive almeno quanto lei, con tanto di sabba e pentolone dove ribolle ogni sorta di pozione – niente di salutistico, da scommetterci -  e ci sono i voli notturni delle aeree silfidi dei boschi, creature dell’aria che ben poco possono per migliorare l’atmosfera…

 

Paradigma di un rinato bisogno di spiritualità, è quest’universo misterioso e magico ad irrompere anche nella danza e a fare della Sylphide - dalla versione pionieristica dell’italiano Filippo Taglioni a quella definitiva del danese Auguste Bournonville per il Balletto Reale di Copenhagen (1836) – l’archetipo del balletto romantico, prima ancora dell’altro balletto – archetipico anch’esso - Giselle: il linguaggio coreutico e la tecnica stessa della danza, profondamente innovati dal rivoluzionario “metodo Bournonville” saranno d’ora in poi luogo dell’agire eterno - non solo romantico - del dissidio incomponibile tra reale e ideale, del contrasto tra mondo materiale e universo sovrannaturale.

 

Nella versione coreografata da Johan Kobborg per prestigiosi teatri del mondo e ora alla State Opera di Praga, l'idioma della danza disegna l’irrisolto dualismo dell’anima romantica: e il Sehnsucht – il "male del desiderio" – del giovane protagonista incapace di aderire alla realtà contingente e da cui fuggirà infatti per inseguire tragicamente la sua Silfide, finisce per spogliarsi del connotato fiabesco e farsi elegia dell’irraggiungibile, del sogno come infinita ombra del vero.

 

Due mondi contrapposti che il vocabolario della danza disegna e la partitura musicale evoca, in perfetta reciproca simbiosi.

 

In quello reale si dipana la trama giocosa e festante delle nozze imminenti e che mai avverranno tra il giovane James e la dolce Effie, si dispiegano il vigore giovanile e l'ardore dell’eros nella coralità dei riti sociali, delle danze dagli echi folklorici: un mondo di vitale esuberanza che la fisicità dei danzatori - interpreti a tutto tondo - esalta e fonde con grazia naturale alla trama sonora; in mezzo, come silenti acque carsiche, scorrono l’intima insopprimibile irrequietezza del giovane James (Adam Zvonař), il presago turbamento della promessa e mancata sposa, la dolce Effie (Olga Bogoliubskaia), la baldanza compressa del rivale in amore (Francesco Scarpato).


Nell’altra dimensione, quella misteriosa ed onirica dell’intero secondo atto, ecco la levità della Silfide (Irinia Burduja) ecco il gioco tenero e ambiguo della seduzione, ecco la conquista dell’amore predestinato e impossibile, il sortilegio malefico della strega Madge (Miho Ogimoto); ecco infine, unica vincitrice, la morte. 


Grazia, leggerezza, perfezione tecnica sono la cifra di questi luminosi danzatori, nell’intensità con cui disegnano la parabola tragica dell’amore distruttivo: fiaba romantica eppure senza tempo, quella della Sylphide, dove né il  sogno si tramuta in realtà, né le aspirazioni si compiono; dove la felicità è fantasma leggero fatto d’aria e di vento e la sconfitta, ancor prima che dell’eroe romantico è quella, eterna e sempre uguale, dell’uomo.

 

Sara Di Giuseppe - 17 aprile 2024

13/10/23

VIBRAZIONI & VIBRAZIONI


"Beyond Vibrations"

Coreografie:

Krzyzstof Pastor - Hans van Manen – Marco Goecke

Moving Rooms – Frank Bridge Variations – Fly Paper Bird

 

Musiche:

A.Schnittke - H.Górecki - B.Britten - G.Mahler

 

2nd première: 6 ottobre 2023 h19

Praga - Teatro Nazionale  

 

Provengono da paesi diversi - Germania, Polonia, Paesi Bassi -  e rappresentano tre diverse generazioni, i coreografi Hans van Manen, Krzysztof Pastor, Marco Goecke. Li accomunano le rispettive esperienze in Olanda, che della danza contemporanea è la culla; e le vibrazioni, naturalmente: quelle che la tensione degli strumenti crea nella musica, e quelle generate dal corpo che danza (Il corpo umano è paragonabile ad uno strumento a corda, con l’energia che si diffonde dal suo centro solido al resto di esso).

Nasce da qui il trittico “Beyond Vibration”, superlativo amalgama tra il raffinato, moderno linguaggio di movimento della Scuola Olandese e l’arazzo musicale delle composizioni di Schnittke, Górecki, Britten e Mahler.

L’assenza di un tessuto narrativo è a tutto vantaggio della potente energia evocatrice in ciascuna delle tre creazioni, così come dell’estetica quasi classicheggiante per equilibrio espressivo ma in grado al tempo stesso di trascolorare nel dramma o nella vibrazione sensuale.

Così, nell’impianto delle Moving Rooms di Pastor è il design dell’illuminazione a giocare un ruolo fondamentale: la luce materializza inattese geometrie, e lo spazio quasi onirico ne è ora dilatato ora ristretto fino alla claustrofobia, ora avvertito come intimo e sensuale.  La danza lo colma e lo percorre, metafora delle forme entro le quali agisce il nostro quotidiano, in costante connessione con l'intensità perfino tagliente del tessuto musicale (il Concerto Grosso n. 1 di Schnittke e il Concerto per clavicembalo e orchestra d'archi di Górecki). 

Si muove su un piano di sensuale vitalismo invece la coreografia di van Manen: le sue “Frank Bridge Variations”, modellate e intimamente connesse alle “Variazioni” di Britten, Op.10, esplorano vibrazioni intrise di energia e seduzione, attrazione e popolaresca vitalità; ne nasce un affresco di sapiente naturalezza, e la nudità della scena  restituisce intera alla danza la capacità – la stessa che ha la poesia - di reinventare il reale e le sue dinamiche .

Ed è un volo - nella terza e ultima coreografia - quello evocato da Goecke in Fly, paper byrd: la Sinfonia n.5 di Mahler presta ali al sogno così come fanno versi di Ingeborg Bachmann, sussurrati durante la danza, da quel suo My Bird – Qualunque cosa accada: conosci il tuo momento, uccello mio…- 

Quasi mitologica metamorfosi, questa che sul palco rende il moto dei danzatori simile a quello degli uccelli, le vibrazioni umane vicine a quelle animali: e degli umani come degli uccelli è quella vibrazione che dagli archi della sinfonia di Mahler passa ai danzatori e che il moto della danza sembra spingere verso il confine tra realtà e sogno.


Perché "non gli umani soltanto, anche gli animali tremano": e ci sembra improvvisamente di saperlo da sempre, mentre l’uccello del titolo prende vita dal fondo del palco, che “dopo tutto, gli esseri umani non sono altro che energia vibrante”.

 

 

Qualunque cosa accada: conosci il tuo momento, 

uccello mio, indossa il tuo velo 

e vola attraverso la mia nebbia.

 

              [I.Bachmann - My bird]

 

 

Nota a margine: energia forse non vibrante ma di certo intelligente è quella che fa iniziare - e terminare - uno spettacolo come questo, di due ore e con ben due intervalli, con puntualità cronometrica alle ore esatte indicate nel programma; frutto di civiltà nella gestione (poltrone riservate e autorità attese sono fenomeni sconosciuti; assenti nella lingua anche i vocaboli di riferimento) e di  radicata educazione allo spettacolo che rende naturale, da parte del pubblico, la puntualità nell’arrivo e del tuttodel tutto inconcepibile il suo contrario.

 

[https://www.youtube.com/watch?v=l6wWoWSm8l8]

Sara Di Giuseppe, 12 ottobre 2023

05/04/22

IL DOLORE È UNA SINFONIA



“Ci sono desideri che diventano inquilini dormienti…”
[João Reis Costa]

 

       Due coreografi, il portoghese Miguel Ramalho e il fiammingo-marocchino Sidi Larbi Cherkaoui, i loro trentadue magnifici interpreti, e la danza: che trasforma i corpi in musica e la musica in movimento; che scompone il reale e vi penetra per ricrearlo, ne illumina i frammenti, sgretola il quotidiano perché fluisca nell’universale.
 
       Davanti a noi scorrono flussi di solitudini e memorie, di smarrimenti e distacchi, di sogni e risvegli, sprigionati da questa Symphony of Sorrowful Songs, Sinfonia dei Canti Dolenti in cui l’autore volle condensare il dolore antico dell’uomo: nel rivisitarla, il coreografo la sottrae alla contingenza storica, e il canto struggente della prigionia, il lamento disperato della guerra si fanno poetica dei corpi e questa è corrente che ora aggrega ora frammenta, che disegna la vertigine con cui la vita di colpo vacilla e si sgretola e avanza nel buio in cerca di un grembo materno, o di ali per arrivare al sogno, o di mari in cui perdersi per tornare alle radici.
Il linguaggio dolente degli archi, la forza di una composizione che ha qualcosa di arcaico pur nella sua post-modernità, arrivano dritti “alla radice del dolore e della compassione”: la coreografia ne segue il percorso armonico, musica e movimento interpellano con uguale forza l’anima dello spettatore, insieme divengono metafora di quell’unico continuum che è la tragedia umana. 
E tuttavia qui il linguaggio dei corpi oltrepassa il buio, diviene sfida ed energia; e il sommesso dolore di quella severa Sinfonia si fa, nell’idioma della danza, movimento catartico, sensuale e religioso a un tempo e tensione protesa, vitale e inesausta, verso il domani.
 
       Ed è la natura coi suoi poliformi linguaggi a sostituirsi all’umano, nella seconda parte, con quella elegia dell’autunno che è Fall: evocazione della stagione che è la più bella – scrive il coreografo – perché abbraccia tutte le altre, perché ci ricorda da dove viene l’estate e dove finisce, con quella sua energia strana e malinconica “che mi sembra rappresentare il modo in cui sento la vita”. 
Sono foglie colorate i danzatori, e piroettano insieme, o in giocoso duetto, o in dolcissimo assolo; la danza è quella delle foglie nel vento, è l’apparente caos che le muove e le solleva e le butta giù; è il moto dei danzatori in cui ogni caduta ha in sé la propria ascesa, e per ciascuno che cade una forza invisibile sembra riportarlo in alto; è energia che passa dall’uno all’altro come ininterrotta corrente, interazione potente di stasi e movimento, quella stessa della natura nel suo ciclo perpetuo e vitale di caduta e rinascita.
 
Il Fratres di Arvo Pärt, nel suo alternarsi di moto frenetico e calma sublime - “dove l’istante e l’eternità si confrontano dentro di noi incessantemente” - accompagna le foglie nel vento e il volteggiare dei corpi; così il cadere e sollevarsi di questi sono un tutt’uno ipnotico coi rimandi musicali “da specchio a specchio”, di Spiegel im Spiegel; fino alla melodia introspettiva e spirituale di Oriente e Occidente che suggella il posarsi delle foglie nel grembo della terra. 
Una “creazione a strati”, come la definisce il coreografo, che dal caos iniziale conduce per gradi alla ricomposizione di un’armonia che è essenza stessa della natura, e riflette al contempo la resilienza e l’incredibile flessibilità dello spirito umano nella sua grandezza. 
 
       Incontenibile, la standing ovation che premia gli interpreti al termine: così tanto, grazie a loro, siamo “entrati” nell’autunno - e in noi stessi - che quasi ci sorprende la giovane primavera che incontriamo uscendo. 
Ed è così luminoso il cielo stasera, a Lisbona. 
 

 

Sara Di Giuseppe - 3 Aprile 2022 




21/10/21

Il secondo dettaglio


CLUG – FORSYTHE – McGREGOR

Teatro dell’Opera
Praga
Première 14 ottobre 2021    h19 
 
 “Se la danza offre sempre esattamente ciò che ci si aspetta, ristagnerà, perderà la sua lucentezza e il suo magnetismo e alla fine cadrà nell'oblio” 
(W.Forsythe)

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“Per l’amor di Dio, Bill, ma perché hai fatto questa cosa?”, si dice che esclamasse la madre di William Forsythe davanti alle avanguardistiche creazioni coreografiche del figlio, rivoluzionario genio della coreutica, gigante del balletto postclassico e della postmoderne dance statunitense, fenomeno senza età capace ancor oggi a settant’anni suonati - classe 1949 - di influenzare la danza d’arte del nostro tempo.
Quanto a visionarietà è in ottima compagnia, Forsythe, in questa première all’Opera di Praga, con gli altri due più giovani innovatori della danza mondiale, il britannico Wayne McGregor e il romeno Edward Clug: li accomuna un oggetto del desiderio che è la riflessione sul principio estetico della danza, sull’arte coreutica come processo che trascende la danza stessa, sulla capacità di questa di interagire con linguaggi profondamente diversi quali quelli dell’antropologia e della filosofia, delle neuroscienze cognitive, della biomeccanica, fino alle audaci ibridazioni con le tecnologie e l’universo digitale.
 
Questa sera è il corpo con la sua poetica, al centro delle tre diverse creazioni: quella “musica del corpo” di cui parlava Balanchine - fusione tra linguaggio fisico e architettura del brano musicale - in Forsythe diviene un alfabeto di movimento che mescola rigore e simmetrie del repertorio classico con geometrie, dinamiche spaziali e temporali proprie dell’arte del nostro secolo.
Su una scena minimalista di prevalenti bianco e grigio, in “ The second detail ” - coreografia creata nel 1991 per il Canadian National Ballet - Forsythe intreccia il rigore neoclassico ai movimenti fuori asse dei danzatori, di intensità e velocità crescenti, quasi “macchina umana“ guidata con percussiva aggressività dalla partitura dell’olandese Thom Willems. Creazione di sofisticata tecnica e al tempo stesso giocosa e potente, dove un “secondo dettaglio” irrompe improvviso a scardinare equilibri e simmetrie, a frantumare l’unitarietà del contesto con la danzatrice a piedi nudi che nelle movenze disarticolate e convulse evoca il dionisiaco furore di un rito pagano.

Uguale energia percorre Handman, la creazione di Clug declinata in movimenti più fluidi e tuttavia, nella loro intransigenza, quasi al limite delle possibilità fisiche dei danzatori: al punto che “la danza sembra provenire dai loro tessi corpi”, dentro una musicalità rarefatta di solo piano e percussioni dove ogni più piccolo movimento dei danzatori, ogni gesto, inclinazione della testa, espressione, ha la sua precisa ragione e collocazione nel tempo e nello spazio.

E in forme surreali, perfino agghiaccianti si fissa la tensione verso un irraggiungibile Eden nella creazione di McGregor, dove la replicazione del titolo allude alla possibilità di universi paralleli immaginati e desiderati, e si addensa in una coreografia di altissimo rigore tecnico, quasi ad esplorare e indagare i limiti fisici del corpo umano: riducendolo a nuda essenzialità, quasi scarnificandolo, disarticolandone le singole parti, ne riproduce le disarmonie e le disfunzionalità, l’irrisolto conflitto tra fragilità e speranza, il perenne contrasto con l’inesorabilità delle tecnologie.
 
Che si parli di danza decostruzionista, o post-moderna o di balletto post-classico, è sicuramente al di là delle definizioni e degli schematismi la visionarietà di questi artisti, la loro tensione e la sfida a “costeggiare sempre la vertigine”, a creare un idioma del movimento che travalichi il formalismo dell’arte per farsi sostanza umana e corporea: per svelare quel 
secondo dettaglio che è costituito dalla “matematica invisibile degli stati d’animo” e dal rapporto strettissimo di questa con la totalità dell’esistenza.
 
“E il corpo può prepararsi a una trasformazione, attivare un lume interno, qualcosa di simile a un fuoco luminoso, procedere per rapide dissolvenze, fosforescenze e pulviscoli, spostare il paradigma esistenziale dal dominio rinunciando a tutte le proprie abitudini mentali” 
[Cristina Kristal Rizzo, in OperaViva Magazine]
 
Sara Di Giuseppe - 20 ottobre 2021