06/04/17

Amaro Verna. Pietro Verna e Francesco Galizia per le proposte culturali dell'associazione IN ART/Rinascenze


 Il ritornello di “A piedi nudi”, facile e affettuoso a tempo di milonga, può sembrare il marchio di Pietro Verna. Malinconico, già quasi amaro. Leggero e profondo. Educato. …Pioggia lenta d’autunno, piedi nudi seducenti, gatti e ombrelli per strada, mani sparse che imparano il linguaggio dei sensi…  e con l’ottobre in agguato, un ottobre stremato che lascia (solo) un fiore tra le persiane… quindi stancami, lasciati andare e ignora la fine. (…)

        Ma questo meridionale ragazzo è molto di più. Già due dischi, di parole e musiche tutte sue. Parole calcolate. Costruttore di testi pensati, studiatamente spontanei, orchestrati da colori in beige, dalla giusta “punteggiatura” (le parole e la vita han bisogno di segni). Parole di senso, non per canzonette. Che raccontano più pensieri e desideri che storie, più sogni e umori che mezze verità.
   
        Chissà se lo pensava anche Jannacci: a quelli che di sabato son tristi e si nascondon da Leopardi (per paura d’esser visti) converrebbe ascoltare cosa dice la notte. E quella Genova amara, vestita di ambiguità, dai quartieri di corpi impauriti, proibiti, affamati, ma dai moli perfetti senza difetti per barche per pochi eletti. Che Genova ha i giorni tutti uguali si sapeva, ma ci sarà un balsamo che possa addolcire gli affanni? Passerà l’amaro?

        Musiche quiete. Non banalmente rassicuranti. Le tracce - mai nascoste - dei Fossati, De Andrè, Giorgio e Paolo Conte, Battisti, Gian Maria Testa… e perfino (ma pensa!) Gabriella Ferri, conducono in territori esplorati ancora da meditare, in gran parte. Lo stesso Verna “prova a cercarsi”, a guardarsi, spiarsi in metropoli urlanti, tra ritmi di Cuba dove però di lui non c’è traccia… Vorrà trovarsi invece su sabbie bagnate con orme di donna, incontrarsi in piaceri di seta, lì c’è una voce che parla di lui… Lui che osserva anche i tempi trascurati dei pomeriggi, lui che fa ritratti interiori, lui “viaggiatore viaggiante” coraggioso e capace.
        [… la voce più adulta dei dischi, oggi compie 31 anni…]

        Anche Francesco Galizia è in viaggio stasera, con la fida “Borsini” dai sapori di Castelfidardo e di Francia, di tango, di Jazz. Accompagna con garbo, eleganza, virtuoso senza darlo a vedere, quasi silenzioso eppure importante lungo le traiettorie delle mongolfiere, tra (immaginarie) carezze d’arpa e tristi viole…

        E’ giunta mezzanotte, al sicuro di Puerto Baloo, da questa parte del mare che un po’ si nasconde, con fuori ombre lievi e fari spenti. Così il sipario si chiude ricordando Modugno, è dell’Uomo in frac l’inchino di saluto. Nostalgia, tenerezza, lieve amarezza. L’atmosfera gusto vintage di un amaro che piace e fa bene. Bon nuit, bon nuit…

PGC



05/04/17

Primavera di Praga. Sportisimo Prague Half Marathon 2017


Quattordici minuti e cinquanta secondi: è quanto impiega il serpente degli oltre dodicimila runners a defluire dopo lo start sotto il gonfiabile della partenza. Un tempo lungo, un largo fiume senza fine.
L’accompagna come ogni anno - e come ogni anno emoziona - il disteso poderoso movimento sinfonico “Vltava”: Smetana vi racchiuse l’anima del suo fiume boemo, la passione per quella terra e quella patria - Má Vlast - vi riecheggiò canti e ritmi popolari del Paese antico, ne fece metafora di cammino e di viaggio e di vita nel suo scorrere, di orizzonte e meta per l’homo viator. E oggi la sinfonia di un fiume e un fiume che si fa musica sono tutt’uno con l’allegra rumorosa eccitata colorata marcia dei folli.
Veste abiti sontuosi, la primavera a Praga. Colora di bianco le colline dei ciliegi, di rosa i prati delle magnolie, balena sulla corona dorata del Teatro Nazionale, aggiunge candore ai cigni sulle rive e riflessi metallici alle strolaghe che fanno la verticale in acqua come minuscole sincronette.
Sotto un cielo di azzurro profondo, la babele degli atleti: lingue del mondo, facce d’ogni colore, volti ragazzi e rughe diversamente giovani; e pure nasi da clown e parrucche verdi, perfino un paio di antichi legionari romani con l’elmo in testa. Non mancano gli italioti che si sentono il sale della terra e intervistati gli scappa il raccapricciante incontinente Forza Italia a tutta gola.


Tutti i matti e i savi del mondo sembrano qui, oggi: quelli che partono con l’occhio avvitato al cronometro perché si prendono tanto sul serio, e quelli intelligenti che non gliene può importare di meno e si godono la corsa e quando arrivo arrivo… Sono tutti loro, lo spettacolo e la festa.
Gli altri sono gli eroi, quelli che vincono, quelli dei record pazzeschi, che entrano nel mito volando. Non fai 21 chilometri in un’ora e anche meno se non sei antilope o gazzella, puma o giaguaro. Certo lo è stata nella vita precedente la vincitrice Joyciline, fuscello venuto dal Kenia a frantumare tre primati in un colpo solo; certo lo è stato l’etiope Tola, vincitore che taglia il traguardo in meno di un’ora. E i bravissimi ancora sono tanti, arrivano freschi che ne correrebbero un’altra subito se ce ne fosse; vengono da Olimpiadi di Rio, da Europei di Amsterdam, da performance newyorkesi: l’incrollabile speaker tonsille-d’acciaio li grida uno a uno, l’urlo della folla li accoglie e li festeggia, poi sguardi e obiettivi tornano a spiare il passaggio degli altri, quelli “normali”.
Lo spettacolo è dappertutto e per tutto il percorso; lo spettacolo è la folla - enorme - ovunque assiepata, che colora d’entusiasmo i lungofiume e i ponti sulla Moldava; sono le band musicali nei punti nevralgici; sono i tricicli dei ragazzi con distrofia muscolare spinti dai runners volontari dell’Università Carlo IV; lo spettacolo è soprattutto la città, che vive con gioia l’evento e ne è ricambiata da un’organizzazione razionale e perfetta che in nulla la penalizza; è, ancora, la cornice di una Praga luminosa, azzurra di cielo e di acque, gioiello incastonato nel merletto continuo delle sue architetture.
Scorre il timer della gara, e tra il severo Rudolfinum e la specchiante Vltava tornano man mano a formicolare, ora avvolti nei teli d’argento, gli atleti che fecero l’impresa, mentre sui prati si poltrisce al sole; oltre le transenne e poco più in là, molti corrono ancora. Arriveranno anche loro, entro le tre ore saranno arrivati (quasi) tutti. Arrivano, sì, anche loro, i microcefali che tagliano il traguardo facendosi i selfie. La maratona è democratica, non giudica le intelligenze. Ciascuno, dopo, avrà la sua medaglia, ciascuno il suo ricordo, il suo proposito, il suo orizzonte raggiunto o mancato; l’homo viatorha sperimentato se stesso, desiderato una meta, conosciuto qualcosa dell’altro o di sé. E ognuno, forse, si è sentito un po’ eroe, in questa primavera che ha scaldato ogni pietra di questa città e in ogni pietra ridestata la memoria di altre Primavere e di altri Eroi.

Sara Di Giuseppe




03/04/17

Carlo Iacomucci a Roma


La AlPaCa  Production  presenta un inedito DVD (un libro d'arte in digitale delladurata di 30 min.) delle maggiori opere dell’artista  Carlo Iacomucci (e un Kit con allegato un piccolo catalogo e una stampa digitale, firmata, 15x10).
Titolo dell’opera: ”Segno, colore, forma in poetica visione”.
Carlo Iacomucci si racconta in una presentazione digitale di immagini, musica e parole a tiratura limitatissima. (Iacomucci nasce e studia ad Urbino, vive e opera a Macerata). 
Curato e realizzato dalla dott.ssa Patrizia Minnozzi ( laureata in Giurisprudenza, vive e risiede a Macerata. Ama l'arte, la fotografia e la tecnologia) .


02/04/17

I 30 anni di Re Nudo. Una lunga storia che [fortunatamente] continua


Trent'anni non sono pochi. Secondo qualcuno è l'età del bamboccionismo inteso come la voglia irrefrenabile e irrinunciabile di stare a casa. Da questo punto di vista Re Nudo a casa c'è rimasto. È cresciuto, è vero. I capelli sono diventati bianchi e in qualche caso sono scomparsi del tutto, ma la voglia di “starci” e quel vago sapore di lotta sociale e civile che ancora ne segna con un marchio nobile l'attività, è ancora lì a dirci che questo non è solo un paese per vecchi ma anche per i giovani di buona volontà.
Lo spettacolo che Re Nudo ha offerto a un Teatro Concordia pieno come un uovo di struzzo, non è da analisi critica né ci sembra il caso di fare il Quadri della situazione. Qui c'è da segnalare la passione con la quale gli attori e gli aspiranti tali, vivono l'impegno per il teatro e per un mondo che andrebbe tutelato dal WWF e non da Enti Locali distratti e disavvezzi all'idea stessa di cultura. Non è un caso che nessun esponente delle Istituzioni sia presente e a volte, come sottolineato dall'alto del palcoscenico, non va considerato un male se non “necessario”.
Partenza all'insegna dell'impegno, dell'inclusione, della solidarietà e della denuncia. La coreografia di Paola Chiama disegna “Frontiere” e i muri ci vengono addosso come in un sisma che più violento non si può. “Frontiere” è il biglietto da visita, l'incipit, il segnale inequivocabile che il teatro civile si può e si deve.


In scena, (con Pierfrancesco Giannangeli - autore del libro “Invisibili realtà. Memorie di Re Nudo e incontri per un nuovo teatro” nel ruolo di filo conduttore), una parte di “Le prove”, primo spettacolo in assoluto di Re Nudo, con testo tratto da “Tingeltangel” di Karl Valentin e gli stessi attori che ne interpretarono i ruoli trenta anni fa. Nessuna ruggine né polvere del tempo trascorso e una interpretazione di Piergiorgio Cinì, in chiave comica, che resterà negli annali del teatro sanbenedettese. Pierfrancesco Giannangeli, docente all'Accademia di Belle Arti di Bologna, ripercorre la storia del Movimento degli Invisibili, fiore all'occhiello di Re Nudo e ultimo movimento nazionale del mondo del teatro italiano. Quell'autoconvocazione, che abbiamo seguito negli anni, era un gesto di profonda rivolta verso il paludato e paludoso teatro italiano classico, figlio della politica e della pubblica assistenza, avvolto su sé stesso e incapace di cogliere quanto si stesse muovendo nel mondo reale. Dagli Invisibili uscirono Ascanio Celestini, Andrea Cosentino ma anche Pierluigi Tortora presente e "animatore" d'eccezione della parte finale della serata con il fisarmonicista Sergio Capoferri.  
I Teatri Invisibili a San Benedetto del Tronto, contribuirono a dare alla città l'etichetta di sperimentatrice di nuove tendenze quando, in molto ambienti, era conosciuta solo come una piccola realtà calcistica di provincia.


E c'è il momento in cui la “sambenedettesità” esplode in tutta la sua arguta e affascinante intelligenza, figlia del mare e dei marinai, del sole e del sale e conseguenza di una identità storica ancora da costruire. A offrirla come fosse un dono, la poetessa Enrica Loggi che smessi i panni dell'intimista potente e tenera al tempo stesso, si trasforma in popolana e regala due perle in dialetto che fanno letteralmente sbellicare dalle risate il pubblico del Concordia.
“Il brodetto” e “L'americano” rappresentano infatti, da una parte la sublimazione del piatto storico della tradizione culinaria di San Benedetto del Tronto, dall'altra l'ingenuità, diremmo il candore delle popolane all'arrivo dei soldati americani liberatori in città. Il tutto viene affrontato da Enrica Loggi con la leggerezza e l'argutezza dei grandi commediografi (suoi i testi) e la resa scenica dei grandi attori. E non sembrino parole elogiative buttate sulla carta a caso, perché se alla fine abbiamo riso fino alle lacrime (cosa che non ci capita da Totò e Peppino), una ragione ci sarà.
Carosello finale di tutti i protagonisti di una storia che dura da trent'anni e che speriamo ne duri almeno altrettanti. Nonostante la crisi, l'impoverimento culturale delle nuove generazioni, l'attaccamento psichiatrico al mondo virtuale, la vita, almeno per una sera, è stata qui e noi l'abbiamo presa al volo.

Massimo Consorti


01/04/17

Dance Dance Dance. Tony Momrelle al Cotton Jazz Club di Ascoli Piceno


Quando “accorda” la voce ci ricorda inevitabilmente Stevie Wonder. È l'intro ai suoi brani che ci riporta a Someday at Christmas, e il black-Wonder sembra agitarsi alle sue spalle. Abbiamo pensato: “Un cover vocalist no, per carità”.
Poi ci sono venuti in mente rifacimenti storici che hanno offuscato gli originali. Volete mettere Yesterday cantata da Ray Charles o With a Little Help for my Friend fatta da Joe Cocker? E se in queste occasioni sono quasi scomparsi i Beatles, anche Stevie può fare un passo indietro senza sentirsi implicato in un complotto di lesa maestà.
Il fatto è che se l'immenso Wonder avesse trent'anni di meno, canterebbe esattamente come Tony Momrelle, quarantatreenne inglese dall'anima black che più black non si può. Di Wonder c'è l'impostazione, il tono della voce, le note basse e acute che impediscono una interpretazione monocorde e portano per mano l'ascoltatore a sviscerare stili e generi difficili da cavalcare nel corso di una sola serata.
L'inizio del concerto non ci colpisce (a parte i vocalizzi wonderiani) il resto ha bisogno di rincorsa. La voce necessita di riscaldamento, di immergersi nella solida base ritmica e armonica che la sua band gli regala. Le corde vocali, vivaddio, sono umane e per esprimersi al meglio hanno bisogno di andare, di dispiegarsi, di calore e vibrazione. Keep Pushing (il brano che da il titolo al suo ultimo CD), non si spiega come vorremmo ma il feeling con il pubblico, che durerà tutta la serata e anche oltre, si palesa immediatamente.
È empatico da morire, Tony Momrelle. Anni trascorsi sui palcoscenici di tutto il mondo con Elton John, Gloria Estefan, Celine Dion, Sade, Janet Jackson, Gary Barlow, Andrea Bocelli, Gwen Stefani, Gabrielle, Robert Palmer, Beautiful South e il gruppo Gospel Seven, a qualcosa sono serviti. Poi si scalda anzi, la voce si scalda e il concerto cambia marcia fino alla bellezza struggente di It's Real, un brano voce e piano che almeno per un po' ci fa sognare, e di questo lo ringraziamo sentitamente.


La band è composta da fior di professionisti, e non poteva essere altrimenti perché con una voce come quella di Tony Momrelle, il bravo artista sa che deve fare un passo indietro e “accontentarsi” di accompagnare. Eppure, pur svolgendo egregiamente il loro compito, Julian Crampton al basso elettrico, Emiliano Pari alle tastiere, Christian Mendoza alla chitarra e Alessio Barelli alla batteria hanno avuto anche loro, nel corso della serata, il momento per mettere in mostra le qualità virtuosistiche delle quali sono in possesso.
Chi più, chi meno, c'è riuscito ma dopo un concerto simile ci sembra quasi capzioso giudicarli uno a uno, andando per amor di “pelo nell'uovo” a ricercare gli alti e i bassi. Christian Mendoza, messicano d'origine, quasi in ombra nella prima parte del concerto, nella seconda è risorto a nuova vita e, perdonateci l'accostamento sicuramente figlio delle comuni radici native, in alcuni assoli ci ha ricordato Carlos, sì, proprio Santana anche se privo delle sonorità latino-americane che contraddistinguono il “mostro”.
Poi, il delirio. Invitato a ballare come se ci trovassimo in una discoteca e gli amplificatori trasmettessero note derivate dal Rhythm and Blues, dal Funky, dal Soul, dal Gospel, dalla House Music, dal Rock e dalla Fusion, il pubblico si è scatenato dissacrando lo spazio jazzistico puro e duro del Cotton Lab.
Ma di dissacrazioni così ne vorremmo sempre, perché quando la musica è buona e ben suonata, iniziare ad agitarsi fino all'abbozzo di danze che hanno bisogno solo di ritmo e non di particolari coreografie, ci sembra un gesto rivoluzionario, quasi liberatorio. Noi, purtroppo, da sempre abituati a far ballare piuttosto che farlo noi stessi, abbiamo assistito all'evento con l'immobilità tipica di chi apprezza ma non può.
Un solo bis, con un drink in mano per poi concedersi agli immancabili selfie. Urca che concerto! Urca che serata!

Massimo Consorti 

29/03/17

Le colline di Parigi. “MARE CALMO” Daniele Di Bonaventura /bandoneon, Giovanni Ceccarelli /piano per Rinascenze/InArt


 Se si esclude Montmartre, che recita da collina senza riuscirci, Parigi è piatta come un aeroporto. “E non è affatto romantica”. “Sono solo pietre messe insieme, molto bene” (G.Gennari). Eppure chi non vorrebbe viverci? Come Giovanni Ceccarelli, che ormai torna nelle sue Marche quasi solo per i concerti con l’amico Daniele Di Bonaventura: che, lui sì, si tiene stretta la sua Fermo con le belle colline a misura di bicicletta (e pure con le sue pietre messe insieme, neanche tanto bene dico io). Lui, se parte per Algeri - Cosenza  - Ivrea - Fusignano - San Benedetto…, lascia la bici sotto casa - pure aperta - per montarci al volo quando torna e via su e giù per colline.

        Dunque, una fusione tra le colline immaginarie/immaginate di Parigi e quelle vere nostre: ecco il “concerto” alla trattoria Da Rino al pontino (che non è teatro né auditorium, ma sta sospeso tra la ferrovia e il mare, calmo…).

        Due amici che dopo cena suonano per gli amici. L’ho detto che non siamo in un teatro né simili, quindi niente palcoscenico, l’amplificazione sembra da feste di compleanno, il piano non è uno Steinway ma un Maeari di Seoul tormentato da bambini in transito…
Il bandoneon invece è una vecchia conoscenza, antico il giusto, nero scorticato con gli angoli smussati e gli affettuosi intarsi di tulipanini in madreperla, i bottoni ingialliti e consumati, il mantice d’annata a 3 settori con gli angoli riverniciati d’argento… Una poesia a solo guardarlo.

        Ma la poesia vera arriva. E ci sorprende, perché mai l’aspetteresti in un posto come questo. Quando si dice l’abito che non fa il monaco. Sarebbe “il concerto della porta accanto”, se non si rivelasse quasi subito (dopo qualche rumore di pizzeria in chiusura) così intimo e grandioso pur senza grandiosità. Spontaneo e silenzioso, inventato e irripetibile. Senza virtuosismi né orpelli, senza acrobazie o effetti speciali, senza stucchevoli trionfalismi, enfasi, contrattuali inchini…

        La scaletta dei pezzi è una striscia - anzi due - di carta scritta come su un tovagliolo. Scegliete. Daniele (dopo qualche carezza) “entra” subito nel bandoneon: è il bandoneon che gli allarga le braccia, che con i suoi bottoni esitanti gli muove le dita, mentre lui respira con polmoni di carta vetrata, con ticchettii quasi di tosse, a soffi pensosi.  Escono note in nuvole, o di ruscello, che suonano anche nei silenzi, che prevedi prima che accadano, che senti anche dopo che se ne sono andate, che capisci ma non saprai raccontare.

        Mentre Giovanni è un pianista/non-pianista. Non stanca il piano, non lo sfrutta, non lo strapazza. Lui è “oltre” lo strumento. Prende dal Maeari quel poco che può dargli, anche meno, e ne fa oro. Me l’immagino anche con un estinto “Michelsonne Paris”- 37 ou 49 touches degli anni ’40/‘50, quel pianetto pour enfants a barrette metalliche d’acciaio dalla composizione segreta che facevano sognare e talvolta “producevano talenti”… 
Giovanni Ceccarelli “dipinge” da impressionista francese, esplora Namibie, evoca classicismi di Brasile quando omaggia Jobim con “Luisa”, e va concentrato e calmo (come il mare che anche quello a Pariginon c’è) su e giù per colline cittadine immaginarie - “pedalando” un piano dal “manubrio” a tasti - di fianco (o meglio dietro, come da Codice della Strada) al ciclista-bandoneista venuto da Fermo, ma freschissimo.

PGC

25/03/17

“Il Re è Nudo” (festa teatrale) 30 anni di passione 1° aprile 1987 / 1° aprile 2017


Sabato 1° Aprile 2017 (alle ore 21 al Teatro Concordia di San Benedetto del Tronto) il Laboratorio Teatrale Re Nudo festeggerà il trentennale della sua fondazione: una festa in forma di spettacolo che vedrà coinvolti sulla scena, a vario titolo, una cinquantina di componenti del gruppo, compresi quelli che costituirono il nucleo storico a partire dal 1987. La serata sarà articolata in vari momenti, tutti tenuti insieme da Pierfrancesco Giannangeli (docente all’Accademia delle Belle Arti di Bologna, critico teatrale e autore del libro “Invisibili realtà. Memorie di Re Nudo e incontri per un nuovo teatro”), anche lui con importanti trascorsi teatrali, che presenterà la serata e ‘narrerà’ i momenti salienti della storia di Re Nudo e dei Teatri Invisibili, da più di venti anni organizzati e coordinati dalla compagnia sambenedettese.
Il via sarà dato dalla lettura, con voce fuori campo, di una lettera scritta per l’occasione dallo scrittore ed artista Gilberto Carboni, accompagnata dalla proiezione di alcune immagini selezionate e montate da Fabrizio Pesiri, direttore artistico del “Bizzarri” e socio fondatore di Re Nudo; immagini che accompagneranno anche altri momenti della serata.
Tra le tante performance teatrali (e non solo), verrà riproposta una parte di “Le prove”, primo spettacolo in assoluto di Re Nudo, con testo tratto da “Tingeltangel” di Karl Valentin: in scena un'orchestra a dir poco strampalata che, per un motivo o per un altro, non riesce mai a suonare...sul palco vedremo in azione gli stessi attori che dettero vita al primo allestimento dell'opera.
Sono previsti anche vari ospiti, tra cui l'attore Pierluigi Tortora da Caserta, il fisarmonicista Sergio Capoferri e la poetessa Enrica Loggi; Paola Chiama, storica collaboratrice torinese della compagnia, sarà presente con una sua coreografia legata al tema delle “Frontiere”, messa in scena dagli attori che hanno dato vita ai più importanti allestimenti di Re Nudo degli ultimi anni.
I biglietti d'ingresso hanno un costo di cinque euro e saranno in vendita al Teatro Concordia il giorno stesso della rappresentazione. E' previsto un grande afflusso di pubblico, quindi si consiglia di non arrivare all'ultimo momento.
La locandina della serata realizzata da Francescomaria Di Bonaventura



Giarmando Dimarti: "E’ tutto sotto controllo. Di e con Vincenzo Di Bonaventura




           “Leggendo la poesia di Giarmando - dice Vincenzo attore-solista nel presentare l’opera del “nostro” poeta Dimarti - si è costretti a tornare indietro”: a ri-meditare la sua scrittura “inaudita”, a ri-percorrere quella “costruzione architettonica della lingua” che scolpisce il dato epico, storico, civile, morale, religioso dei Canti, e inchioda il lettore così come il vento d’uragano percuote e obbliga a fermarsi, a raccogliersi in sé, ad affrontare l’urto.
      Preziosa questa serata in cui la titanica visionarietà di Dimarti ci viene incontro per voce sola e djembe attraverso il genio dell’attore e regista, lui che “pratico la carne della sua scrittura” e, lettore insaziabile e umìle (“con l’accento sulla i ”), scava l’implacabilità di quei versi per offrircene il disperato rabbioso canto “innecessario accessorio”.
           Il pregio aggiuntivo di questa sera è il film, realizzato anni fa dal Di Bonaventura con l’amico Mario-il-fornaio   - “ero più giovane, ero più gioioso” - per accompagnare in immagini cinque Canti fra i dieci della raccolta dimartiana “E’ tutto sotto controllo”, che della sua poesia civile è il punto più alto.
        Il breve film-documento è così oggi, per il pubblico dell’Arancio, una “prima del cortile”, e il delicato equilibrio di apparecchiature d’antan su cui poggiano le sorti della proiezione crea la necessaria suspence (“Non mi tradire!”) in breve risolta: tutto funziona, artigianale ingegneria che amorevolmente assembla domestiche tecnologie e crea visioni di straniante futuribile bellezza.

         Inizia qui il viaggio dentro l’epica del “cantore perverso per eccesso di abissi e per eccesso di necessità”. Immagini silenti di realtà disfatte trascorrono sullo schermo: è il ranocchio stupefatto spaesato nello spot di luce che fora il buio; è l’ape che consuma avida sul fiore il perpetuo suo vorace cerimoniale; è il vento di un “lacero giorno” che spazza l’asfalto sporco in danze circolari di cartacce e bottiglie vuote; è il “rito furibondo” dell’escavatrice, artiglio di Leviathan che abbatte muri e cementi; è l’immane scheletro di fabbrica abbandonata; ed è anche orizzonte marino, e cielo di profondo azzurro che disegna aerea la guglia d’un campanile.
         Il canto del poeta sciabola su visioni di un mondo disumanato, arreso al clangore implacabile di città dissolate e di onnivori asfalti, agli scassi incessanti dei cementi; qui “nel chiassato silenzio”, contro le “murate che serragliano il mondo” precipita e s’infrange la parola poetica. Taci il tuo ciancio cantare / poeta: nel reale divenuto indicibile, il poeta assente non ha – montalianamente – lingua o parola che salvi.
Cuci le tue labbra / poeta / cuci i tuoi pensieri le tue dita la tua luce: la terra - addormentata alga vacillante - non cerca “le tue balorde sfioccate bandiere sonore”.
         Nel frastuono che ogni cosa  tritura e svende, nello scialo perdigiorno dell’obeso presente, non restano che luoghi “sdeputati”, dove vittime e carnefici partecipano indistinti del medesimo presagio di sconfitta (“annuso come un primate in estinzione / gli inutili rimasugli del tempo destinato”).  
         E dunque “non sciorinate all’aria in fretta dimentica / i segni imbecilli del vostro apparecchiato / spettacolato dolore - grida il suo Canto e suoi quattordici silenzi la Fanciulla deflorata non amata - il mio volo fu uno schianto deserto senza abisso ”.
         Figure di danteschi inferni porta con sé il Canto della fame infame sete: giungono da giorni esiliati,  anime profugheconfuse di fatica e di diaspora, “con un bisogno duro di fame, con un bisogno duro di sete”. Labbra incollate dai digiuni, mani a cui offrire “per sdebitarvi / il vostro pane cencioso”, ossa scricchiolanti a cui gettare “i rimasugli / della vostra guarentigia civiltà”.
         Da silenzi di fosse sempre più ingorde si leva il Canto dei bambi bambini di guerra, con “scarponi tagliati ai nemici”, assuefatti già morti, voci che diseredano il mondo tra  le sradiche pietraie della collera e dell’odio. “La terra ci copre per non farci sapere”. Dolente pietà che s’innalza ancora dal Canto per lo scomparso amico lontano, per l’attore tormentato addormentato - “stanco del mio socchiuso dolore indifferente” - che tragicamente ha cercato un’alba di là da tutto // senza più paura.
         Nel cieco umano precipitare verso l’abisso - vuoti a perdere orgogliosi nella propria arroganza - s’innalza biblico, presago, visionario, il Canto del giorno svenduto perduto: tutto è sotto controllo, nella vita in disarmo, nell’ineluttabile precipitare di un’assente umanità verso “il giorno dopo / il dies illa quel giorno proprio quello”.
         Dalle immagini filmiche torna ora ai ritmi dal vivo del suo djembe, l’attore solista generoso mai stanco.  Con lui approdiamo all’incanto della raccolta dimartiana più nuova, “Il tempo che ci siamo dati”. Abbisogno di cuore diamante per scrivere ancora versi / per un alleluia di luce, scrive il poeta: e nella pena del vivere balena il seme di una speranza nuova, s’insinua un desiderio di rinascita lirica.
         Perché è tempo stolto, il tempo che ci siamo dati, il nostro presente in avaria dell’umano, e noi “fummo ipocrisia confusa ai bivi della mente / fummo stoltezza mascherata di inutili libertà”. Ma batte ancora, l’animula vagula blandula, “quando acqueta lo schiamazzo / ebete del giorno”. 
Batte In cerca di una “nostra sopravvissuta umanità”; batte di amaro amore errante “dopo il tempo di un lungo deserto”; batte per la sorte di uomini bui senza nome senza storia, fratelli nella acerba vita e nella morte aperta (“da quale umano avanzate / da quale angoscia della terra da quale cupa geologia / marina?”).
      Batte, ancora, della  speranza che mette radici impossibili e spalanca alla Misericordia “una porta diversa / come ghirlanda di luce totale e di raccolto silenzio”.

“… posso solo cadere a tutte le stazioni tremando
per un dolore ch’è mio ch’è nostro
posso solo rialzarmi e ancora cadere
sotto il dolente carico di vita calato sul mio tempo
ammucchiato come una quercia senza canto”

G.Dimarti, “se non potessi”, Il tempo che ci siamo dati, 2016

Sara Di Giuseppe



21/03/17

La Sezione Aurea del Jazz. Eddie Henderson Quartet al Cotton Lab


Pensando alla “bellezza funzionale” del luogo - il COTTON LAB dei D’Auria - e alla perfetta irrazionalità del concerto di Eddie Henderson, mi viene in mente (anche se può essere un’ardita fesseria) il concetto di “Sezione Aurea”. Del Jazz, in questo caso. Proprio quella “Sezione Aurea, o Divina” chiamata phi, sorta di Pi greco, magica diavoleria che si è scoperta e studiata in altri tipi di musiche - classica, contemporanea - analizzandole a posteriori come in una TAC.
Ne risulterebbero “affette” composizioni di Mozart, Debussy, Bartok, Stokhausen… Brani di infinita bellezza, dalle cadenze la cui perfezione - analizzata dagli studiosi e di non semplice comprensione per noi profani - è riconducibile a certe emozionanti meraviglie architettoniche del passato, ad alcuni capolavori di pittura antica e moderna, o alla prodigiosa matematica quando s’incrocia con la geometria più visionaria misteriosa e affascinante, presente anche in natura.
Ma le dissonanze “estetiche” del Jazz, le sue evanescenti invenzioni, le irripetibili improvvisazioni, i suoi  enigmi e i bagliori, non potrebbero ricondurre anch’essi - certo non so come e quando - a una qualche formula di rara Sezione Aurea, magari diversamente perfetta e irrazionale?
Ai ciclici concerti del COTTON LAB ci ho pensato molte volte e l’altra sera, con l’Eddie Henderson Quartet, perfino con insistenza, in almeno tre occasioni. Difficile provare a render chiare certe sensazioni. Contano i particolari, per esempio. 
Come quell’improbabile rotolo di gommapiuma bianca incastrato tra ponticello e corde del contrabbasso: ne esce un timbro unico e strano, aspro, senza riverbero, eppure caldo. Mark Abrams, che di swing se n’intende, vuole solo suoni chiari, brevi, quasi da batteria. 


E Willie Jones III (terzo di una dinastia di musicisti?) lo spalleggia ispirato con lo stesso stile da metronomo, non un colpo in più, trama e ordito perpendicolari come in un prezioso tappeto persiano, disegni e colori in abbondanza ma più geometrici che Nain, da… Sezione Aurea.
Come la sordina della tromba di Eddie Henderson, antica come gli egizi, ammaccata e scura come un’anfora di bronzo uscita dagli scavi. Ma con uno spirito dentro, anche quando riposa. Eddie la maneggia distaccato, come un prestigiatore stanco: se adopera un po’ i muscoli per infilarla nella campana della tromba, sta convincendola a tirar fuori respiri sempre diversi e carezzevoli. La vecchiotta tromba invece ha un aspetto anonimo, il suo bocchino da ferramenta “attira” da lontano le labbra del padrone (e si vede). Eddie sempre calmo, niente scena, suona quando gli tocca, come un turnista. Ma i D’Auria, fin da quando lo portarono la prima volta in Ascoli - giusto 27 anni fa - ne conoscevano la magia da… Sezione Aurea. 


Pare un elegante immigrato in America venuto da un’orchestra Casadei, Piero Odorici al sax.  Magari lo sembra ancora, quando intrattiene con simpatia il pubblico. Invece lui è un Henderson al sax. Sta al tecnigrafo, disegna musica, tratteggia ombre, indica prospettive, rafforza architetture. Nei duetti, sembra un numero due ma è la lente. Nel quartetto, è il comandante di una pattuglia acrobatica. Sublimi, per noi, la scena e l’ascolto. Alla fine, in aria, del jazz restano i suoni e le scie. Nitide come i disegni di Leonardo… 
E’ certo per (mia) malattia professionale di copywriter che il pensiero ereticamente associa quanto di più perfettamente strutturato – come la Sezione Aurea – a quanto di più magicamente destrutturato (e libero) esista in musica. Una “Sezione Aurea del Jazz”, se c’è, non può esserci che “di passaggio”, perché di passaggio è il jazz, ed è volo, fantasia, freschezza… Ma una Sezione…D’Auria - quella sì - concreta, reale, puntuale, c’è, e si rinnova ogni volta per noi fortunati qui, al CottonLab.

PGC


18/03/17

La stagione del CottonJazzClub di Ascoli Piceno. Eddie Henderson. Una stella e tre pianeti


C'è una linea di continuità nelle scelte musicali di Emiliano D'Auria, direttore artistico del Cotton Jazz Club, ed è quella della raffinatezza che segna indelebilmente questa stagione di concerti 2016/17.
Ne abbiamo scritto e continueremo e farlo perché raramente si assiste a tanto buon (ottimo in qualche caso) Jazz nella landa desolata del Piceno, una terra che non vive di respiri a lungo termine ma di sussulti, di occasioni e non di un progetto culturale che abbia un senso compiuto.
Il Cotton Lab, un vero, solido, reale laboratorio di musica è uno di questi sussurri, un progetto realizzato, un punto di riferimento che ancora in molti ignorano colpevolmente. I suoi locali trasudano passione, quella passione quasi sacra che non consente di proporre mediocrità perché l'orecchio è avvezzo al meglio e il meglio, come dimostra il Cotton Club, c'è e si può proporre.
Il concerto di Eddie Henderson con Piero Odorici al sax tenore, Willie Jones III alla batteria e Mark Abrams al contrabbasso, ne è stato, qualora fosse necessario, la riprova.



Parliamo delle vette del Jazz contemporaneo e non di una compagnia di buontemponi che si diverte un po' a improvvisare e un po' a swingare travolti dal ritmo e dall'alcol. Parliamo di quel fenomenale “Black-Jazz” che parte da radici storiche consolidate per andare a sfociare dove la creatività vuole e la fantasia non trova barriere insuperabili.
Il Quartet di Eddie Henderson ha basi solidissime, tre musicisti solisti che si fondono quando serve e quando il brano che stanno eseguendo lo richiede. Il repertorio è vastissimo e nei due set proposti, lo si apprezza al meglio visto che nulla è lasciato al caso.
Eddie Henderson ha la cultura Jazz nel suo dna. E se un bambino ha la fortuna di avere il padre (ce lo dicono le note biografiche del musicista) che canta nel gruppo gospel dei Charioteers, la madre ballerina al Cotton Club di New York dove si esibiscono Billie Holiday, Lena Horne e Sarah Vaughan, un patrigno medico che ha in cura Count Basie e Duke Ellington, il primo insegnante di tromba Louis Armstrong e mentore Miles Davis, si capisce che non solo la vita, ma anche la carriera è segnata. Se poi durante il concerto, sfodera Phantom di Kenny Baron, First Light di Freddie Hubbard e El Gaucho di Wayne Shorter (gigante in questa esecuzione Piero Odorici), la serata è fatta e il Jazz servito a tavola.



Due fiati, quelli di Eddie Henderson e di Piero Odorici, che si fondono alla perfezione e se il sax tenore italiano spesso agisce da contrappunto, Henderson ricambia con quella generosità, simpatia-empatia con il pubblico che hanno solo i grandi, sottolineandone passaggi e svisate. Quando duettano si ascolta una cascata di note mai gratuite e sempre, costantemente funzionali allo standard che stanno eseguendo: grande Jazz e grandissimi musicisti.
C'è da aggiungere che Willie Jones III è un drummer che trova nello swing la sua migliore dimensione e che Mark Abrams, chiamato a sostituire Daryl Hall all'ultimo momento, si è dimostrato un contrabbasso all'altezza anche se guidato silenziosamente da un Piero Odorici che ci ha lasciato, è il caso di dirlo, senza fiato.
Finale, prima del richiestissimo bis, all'insegna della musica e delle atmosfere di Herbie Hancock e non poteva essere diversamente. Di Hancock, Henderson è stato fedele e straordinario collaboratore fin dagli anni '70, e con lui ha contribuito in maniera decisiva al passaggio dal Jazz al Jazz-Rock.
Il 31 marzo ci aspetta Tony Momrelle, alcuni lo definiscono lo Stevie Wonder del XXI Secolo, altra stella di prima grandezza, altro giro, altra corsa con arrivo assicurato.

Massimo Consorti