Rosita Spinozzi
12/07/16
Il ‘porto e dintorni’ in una collettiva della Scuola d’Arte Misoul
10/07/16
Spoleto. Festival dei 2 Mondi: PYLADE di Pier Paolo Pasolini
Un “Pilade” pasoliniano che non ti aspetti, questo di Spoleto, fatto di sorprese e contrasti. A cominciare dal contenitore: le eleganti tranquille linee neoclassiche dell’ex chiesa tardo-settecentesca di Santa Maria della Stella - oggi Auditorium - scosse dal sisma di una forma teatrale di prorompente fisicità e dionisiaco furore. Poi il pubblico mediamente agé, mediamente borghese, mediamente… medio, combattuto tra interesse, curiosità, disagio; non si è molto abituati ad integrali nudità teatrali e ad espliciti amplessi mimati a un metro da te (il cinema è altra cosa), né al pasoliniano teatro di parola recitato in inglese senza un rigo di sottotitoli italiani (un Festival mondiale - e non di un mondo solo ma di 2 - non dovrebbe incorrere in certe gaffes organizzative). Così il pubblico finisce per essere, di suo, un piccolo spettacolo: disposti sui quattro lati del “ring”, ognuno ha davanti sia la scena che le facce degli altri e, con esse, la sorprendente tavolozza delle più disparate espressioni…
Poi il finale che è, anche questo inaspettatamente, una standing ovation che non richiede l’alzarsi in piedi perché lo siamo già, gli attori ci hanno trascinati all’aperto, sul sassoso sagrato dell’ex chiesa e qui consumano gli ultimi travolgenti minuti, dopo quasi due ore di spettacolo e sudorazione (la loro) a ettolitri.
Già appena seduto, il pubblico ha avuto il suo da fare: ghermiti, alcuni, dagli attori e portati sulla scena in uno scatenato girotondo/tarantella/ballo-in- piazza (armeggiare con la fotocamera come ne andasse della vita si rivela un’ottima via di fuga…). Loro fanno buon viso e partecipano, finchè ricompostisi tutti, tutto inizia.
E il Pilade furens di Pasolini ci irrompe addosso con la provocatoria modernità del suo disperato profetismo. Pur se intuiamo nell’inglese concitato e velocissimo una traduzione non proprio fedele (“almost self-parodie” la definisceimpietoso il New York Theater Blog dopo il debutto del dicembre 2015 a Broadway), l’azione scenica lascia intatta, nella densità dei dialoghi e nella esasperata fisicità, la suggestione degli archetipi classici, metafora potente della contemporaneità nel teatro pasoliniano.
Sulla scena di oggi, Oreste e Atena, Elettra e Pilade si muovono impetuosi come rapide di torrente in piena verso il destino segnato. Oreste assolto dal matricidio e vittorioso in Argo è – con il culto di Atena, la Ragione, che qui imporrà – il potere incurante di altro che non sia se stesso e volto, nella sua razionale ferocia, al futuro, alla ricchezza, al progresso per quanto falsi e illusori. La sorella Elettra, il mite Pilade sono gli sconfitti, disperatamente uniti nel loro protendersi al passato, “l’unica cosa che noi conosciamo veramente” perché “è il ventre di nostra madre la nostra meta”.
L’Oreste di Tundhe So e il Pilade di Marko Mandić si fronteggiano sulla scena con rara plasticità e inarginabile forza; il militaresco pastrano dell’imponente Oreste contrasta con la nudità inerme dell’apollineo Pilade, e il grido e la bestemmia di quest’ultimo suggellano la solitudine della sua sconfitta e della sua diversità. L’esilio è il suo destino, la città lo ha condannato e lo allontana da sé, ad essa Pilade lancia l’anatema della sua ribellione impotente. E’ questo il senso della nostra uscita collettiva: Pilade/Mandić va incontro al suo esilio e si congeda da noi uscendo dal perimetro del sagrato. Finalmente vestito, ora (la città si turberebbe…), e inseguito dagli applausi.
Due ore circa, difficili e intense, che ci hanno provocato e sollecitato e soprattutto mostrato che il grido di Pasolini/Pilade è più che mai vivo e ci scuote e ci interroga.
Ora sì, siamo pronti a perdonare lo sconcerto iniziale, l’assenza di sottotitoli, la cattiva acustica, perfino la lunga attesa sotto il sole giaguaro del pomeriggio davanti al portone incomprensibilmente sbarrato. Sciocchezze.
Più difficile perdonare lo spostamento d’orario con effetto domino, oggi, di alcuni degnissimi spettacoli, sacrificati alla partita della milionaria Italietta germanicamente calciata.
Sara Di Giuseppe
Sara Di Giuseppe
08/07/16
Spoleto. Festival dei Due Mondi. 6079 SMITH da 1984 di George Orwell. Regia di Tim Robbins
You must be precise! Devi essere preciso! urlano ossessivi i quattro agenti della Psicopolizia dello stato di Oceania al prigioniero Winston Smith. Sono stati trovati il suo diario e le annotazioni ostili al Grande Fratello - lo Stato - e il “Libro” (Teoria e Prassi del Collettivismo Oligarchico), giunto avventurosamente nelle sue mani, dell’odiato dissidente Emmanuel Goldstein,: l’accusa è di complotto in complicità con l’amata Julia, ovvero 9752 Larson. Anche lei arrestata, separatamente interrogata in una delle prigioni del MinAmor, Ministero dell’Amore.
E’ la “Settimana dell’odio”, e inizia da questo punto del romanzo di Orwell l’adattamento teatrale diMichael G. Sullivan, con la regia di Tim Robbins e i magistrali interpreti della The Actor’s Gang.
Nessun palcoscenico, il pubblico delimita come un ring i quattro lati di una scena nuda. In alto lo schermo per i sottotitoli italiani, sul quale un acquoso mobilissimo occhio si alterna al logo INGSOC del “Socialismo inglese”, Socing nella neolingua di Oceania, la prima delle tre potenze totalitarie - Eurasia edEstasia le altre due - in cui è divisa la Terra nell’Anno non tanto Domini 1984.
Sull’interrogatorio violentemente concitato plana a tratti, cavernosa, la voce fuori campo del Gran Fratello, mentre i quattro agenti (poi cinque) della Psicopolizia infieriscono sul citizen 6079 in una tortura psicologica che sarà poi anche fisica: tra i minacciosi tiratissimi abiti neri dei quattro impomatati, miseramente risaltano il sommario abbigliamento di stazzonatissmo bianco e la sconvolta capigliatura di 6079 Smith.
Nel crescendo quasi intollerabile di pathos, la parola e l’azione delineano sinistramente gli ingranaggi di un Superstato che gestisce ogni anfratto del comportamento e del pensiero. Le sue armi: gli slogan del Partito e il costante spionaggio tecnologico dei cittadini; la mistificazione del presente e la falsificazione del passato ad opera del MinVer, Ministero della Verità (“La menzogna diventa verità e passa alla storia”); perfino il mutamento del linguaggio e la formazione di una neolingua semplificata ed elementare che, ostracizzando i vocaboli con possibili sfumature eterodosse, inibisca la possibilità stessa di formulazione di un pensiero critico individuale.
Visionaria profetica attualità di Orwell, che adattamento e regia hanno acutamente centrato. Il Libroclandestino nelle mani di Smith al momento dell’arresto, manifesto dell’opposizione del dissidente Goldstein (contro il quale si indirizza la collera di massa nell’adunata dei Due Minuti di Odio), gioca sulla scena - come nel romanzo - il ruolo chiave di disvelamento dei meccanismi totalitari.
Nel Socing di Oceania la guerra perpetua è funzionale tanto all’obiettivo economico di “continua riduzione dei beni di consumo” e all’esaurimento del surplus di risorse, quanto al controllo sulle masse, mantenute in uno stato psicologico di isteria bellica e di odio perenne (“…l’oggetto della guerra […] è quello di mantenere intatta la struttura della società; questo è il vero significato dello slogan del partito: La guerra è pace”); le masse sono incapaci di ribellione poiché ignare della loro condizione di schiavitù (“L’ignoranza è forza: una società gerarchica è possibile solo se si regge sul fondamento della povertà e dell’ignoranza”); la falsificazione della storia, infine, fa sì che la memoria storica collettiva coincida la propaganda e con l’ottica del Partito Unico.
L’afflato premonitore dell’incubo orwelliano è centrale nell’adattamento di Sullivan: “Nel nuovo millennio - osserva questi - siamo indotti a pensare di essere sotto costante minaccia da parte dei terroristi, degli stranieri, degli emarginati, del ragazzo nel drugstore o del bambino di colore all’angolo […] e il messaggio che passa è: devi avere paura, molta paura”.
Robbins, da parte sua, ha ormai “adottato” Spoleto e ancora una volta ci offre l’impegno civile e politico del suo teatro, la riconosciuta qualità della Actor’s Gang, la capacità di “restituire al palcoscenico la sua funzione di luogo sacro”.
E noi guardiamo con occhi un po’ cambiati il mondo lì fuori; l’intima contraddizione di un evento che promuove vera cultura ma ostenta ovunque i segni del potere e del privilegio, a partire dall’invadenza di sponsor d’élite come Mercedes, fino ai biglietti per i grandi spettacoli, a prezzi da…Mercedes. E allora dieci, cento di questi Robbins, se provocando e graffiando restituiscono la bellezza del dubbio e dell’indignazione alle nostre coscienze dilavate dai Grandi Fratelli del nostro misero presente.
Big Brother Is Watching You!
Sara Di Giuseppe
18/06/16
“Vicinanze”, di Elena Giustozzi: la nuova mostra alla Galleria Marconi
Elena ci ha offerto, come in un microcosmo, una rassegna di
dipinti che si srotolano sulla tela e la colmano narrandosi. Sono
immagini di un sottobosco che si ripete e che illustra foglie, steli,
elementi naturali di vario tipo, rasentando il ricordo di una
primavera folta che parla nei suoi colori o tace nei suoi profili. Le
immagini infittiscono e penetrano un piccolo universo diventato
padrone delle tele che, se viste da vicino, testimoniano un grande e
raffinato lavoro esteso a tutta la loro superficie, come per un
“horror vacui” che sappia stendere attraverso sé un magnifico
silenzio, che è quiete ed inquietudine, conoscenza e oblio.
Le tele creano nel vano della galleria un arabesco dalle tinte ovattate, dove la Natura sembra riservare per sé i suoi segreti, ed a noi lascia il talento della contemplazione, per cui davanti a un dipinto costellato di colori variegati, noi siamo chiamati tacitamente a interrogare con lo sguardo e insieme ad adagiarci virtualmente su questi tappeti di foglie che si offrono miti e ripetono le loro domande enigmatiche e insieme chiaroveggenti.
Ci riempie di ammirazione il grande impegno che Elena ha profuso per far sì che nulla si cancelli davanti ai nostri occhi e nella nostra memoria e che i passi della narrazione richiamino l’un l’altro un tessuto di parole entro cui volentieri ci addentriamo, centimetro per centimetro, senza riuscire a pronunciare la parola “fine”, ma promettendo allo sguardo altri incontri, in un infinito che si dispiega e ci sostiene.
La mostra è visitabile fino al 9 Luglio.
Enrica Loggi
Le tele creano nel vano della galleria un arabesco dalle tinte ovattate, dove la Natura sembra riservare per sé i suoi segreti, ed a noi lascia il talento della contemplazione, per cui davanti a un dipinto costellato di colori variegati, noi siamo chiamati tacitamente a interrogare con lo sguardo e insieme ad adagiarci virtualmente su questi tappeti di foglie che si offrono miti e ripetono le loro domande enigmatiche e insieme chiaroveggenti.
Ci riempie di ammirazione il grande impegno che Elena ha profuso per far sì che nulla si cancelli davanti ai nostri occhi e nella nostra memoria e che i passi della narrazione richiamino l’un l’altro un tessuto di parole entro cui volentieri ci addentriamo, centimetro per centimetro, senza riuscire a pronunciare la parola “fine”, ma promettendo allo sguardo altri incontri, in un infinito che si dispiega e ci sostiene.
La mostra è visitabile fino al 9 Luglio.
Enrica Loggi
02/06/16
Torna il mitico Festival Ferré. Meno male che Pino c'è
cari amici,
volare, oh! oh! con questo invito
si può solo volare verso ciò che
non è credibile: un festival di rari
e straordinari talenti a zero euro!
ciao, a tutti i fortunati raccoglitori
di questo inaudito invito spedito
perché prenotiate prima di tardi!
par votre ami coquin et cruel mais
toujours fidèle!
giuseppe gennari
Pier Paolo Ruffinengo poeta metafisico, collaboratore di UT, a San Benedetto del Tronto
I
luoghi della scrittura
e UT,
in collaborazione con la libreria La Bibliofila, propongono il libro
di poesie e scritti in prosa
“Basta
poco”
di
Pier Paolo Ruffinengo dell’Ordine Domenicano.
Introduce Giampietro De Angelis, la conduzione è di Antonella Roncarolo, l’interpretazione dei brani è affidata all’attrice Carla Civardi, con accompagnamento alla chitarra di Luciano Cattani. Conclude Americo Marconi con una lettura omaggio di sapore enoculturale.
Introduce Giampietro De Angelis, la conduzione è di Antonella Roncarolo, l’interpretazione dei brani è affidata all’attrice Carla Civardi, con accompagnamento alla chitarra di Luciano Cattani. Conclude Americo Marconi con una lettura omaggio di sapore enoculturale.
L’appuntamento
è per Sabato 11 giugno 2016, nella sala conferenze dell’Hotel
Progresso sul Lungomare viale Trieste 40 a San Benedetto del Tronto,
alle 17.30. L’ingresso è libero.
Abbiamo
già scritto di Pier Paolo Ruffinengo, originario di Calosso d’Asti
che a sedici anni vestì il bianco abito dell’Ordine dei
Domenicani, cambiando il suo nome di battesimo Esterino in Pier
Paolo. Dopo il Liceo ottenne la laurea in Filosofia e Teologia ed è
ordinato sacerdote; dunque insegnò per un quarantennio metafisica
in diversi Studi Filosofici Domenicani.
Ha
pubblicato opere di filosofia che percorrono i difficili sentieri
della metafisica. Da Le
cose, il pensiero, l’Essere del
1988, con Marietti
1820,
al recente Ontonòesis
(introduzione
alla metafisica)
del 2012, con Edizioni
Studi Domenicani.
Fino a “Essere”
oltre
l’essente
del 2013 edito da il
lavoro editoriale:
un testo poderoso di 600 pagine, con oltre 150 accurate fonti
bibliografiche, una vera e propria summa
philosophiae.
Eppure
la parte originale della sua opera sono i due volumi di poesie e
brani. Nel 2006 esce “…
a l’università di Tinella”
Soffrire
con amore
con Marietti
1820.
Una raccolta di poesie, lettere, ricordi. E l’ultimo Basta
poco
del 2016 con il
lavoro editoriale.
Sono libri in apparenza facili che pongono sempre un grande quesito:
come possono coesistere nello stesso autore il pensiero filosofico e
l’espressione poetante?
Quando
ci s’inoltra nella lettura la risposta si fa chiara: Pier Paolo
Ruffinengo usa lo stesso rigore per ambedue i generi. Nella
metafisica procede su passaggi obbligati con termini precisi, nella
poesia sceglie con cura infinita le parole giuste. Dunque la sua è
una poesia
metafisica
che accompagna il lettore tra nomi amatissimi, fiori, uccelli,
boschi, vigne, vento e mare fin sulla soglia del Mistero.
Americo Marconi
03/05/16
“L’essenziale è invisibile agli occhi”. La mostra di Giovanni Alfano alla Galleria Marconi
Luci ed ombre, chiaroscuri per una
pittura che veste il suo pronunciarsi come un’indagine del mistero.
Le immagini in mostra sono disegnate a matita, con tratti finissimi
vengono letteralmente “evocate” figure di bimbi con le piccole
mani che si schermiscono, che nascondono il viso davanti agli occhi
di chi guarda, quasi a ricordare l’importanza di tutto ciò che non
si riesce a vedere, o che non si può vedere per la gran pena, per un
ricordo inenarrabile che questi bimbi hanno nel loro cuore, nei
grembiulini scolastici che vestono in ripetuti toni grigi la nostra
visione, e silenziosamente parlano di sé, di noi che guardiamo, che
possiamo anche noi nasconderci a una luce impossibile. Il disegno è
millimetrale, vivamente perfetto. Ci conduce per mano nelle storie
reiterate di questi bimbi, che sono proprio così, pieni d’amore e
soggezione, e ci rimandano un’immagine di noi, commossi, in attesa
di schiudere le mani per un sogno fecondo, per una luce che
s’intravede all’interno del vano della galleria, dietro una tenda
nera che è veramente un sipario. Aldilà di essa la scena, il
sacello della più profonda voce che l’Artista ci può trasmettere,
nelle sagome delle stesse manine insieme ad altre immagini di adulti
a volto coperto che s’accendono attraverso piccole lanterne, e sono
immagini votive, certe speranze, purché si abbia il coraggio e
l’amore di ricordare agli occhi ciò che non si vede, ma si spera
di scorgere sul proprio cammino come una leggenda, una fiaba nascosta
in vena di rivelarsi. Ed ecco che lo sguardo acquista consapevolezza!
I dolci bambini silenti rovesciano dietro un sipario di clemenza e
d’attenzione il loro piccolo cuore, e noi ripetutamente fermiamo
gli occhi sulla loro stessa visione, diventiamo piccini e ci
convertiamo alla luce fioca e a quella piena, con le parole che
sfuggono ogni dove e si trasformano in colorate veggenze.
La mostra è in corso e si può
visitare fino al 13 Maggio.
Enrica Loggi
17/04/16
Carlo Guerrini: “Sotto invariate stelle”, la nuova raccolta di liriche
La Val d’Aso è una terra verde dove
questa primavera mette in mostra il suo abito solenne e insieme
giocoso. L’abbiamo percorsa beandoci dei colori e della freschezza
di un eterno verde, con la visione del fiume Aso serpeggiante nel suo
letto sontuoso. Cercavamo un poeta, la sua voce, la sua distanza
dalle cose vane e insieme il suo accorato punto di vista sulla realtà
accompagnata da una visione fortemente lirica. Parlo di Carlo
Guerrini, poeta perugino conosciuto attraverso Facebook con la
mediazione di Lorella Rotondi, poetessa sambenedettese residente in
Toscana e per sempre innamorata della nostra città. Nell’Auditorium
di S. Antonio da Padova, ad Ortezzano, ricavato da una chiesetta
tutta bianca, si è svolta ieri pomeriggio la presentazione del libro
“Sotto invariate stelle” (Edizioni Aguaplano, Perugia 2014),
nuova opera di Carlo Guerrini. Il poeta è stato presentato dal suo
editore Raffaele Marciano e dalla sorprendente Lorella. L’evento fa
parte di “Emergenze, Rassegna letteraria di bibliodiversità”.
Nel piccolo vano dell’Auditorium le parole diventavano leggere e
ricche insieme. Ascoltavo e mi sembrava che il discorso sulla Poesia,
ogni discorso fosse permeato da un’istanza segreta, lontana eppure
presente, armoniosa e un po’ surreale.
I due poeti erano accomunati da uno
sguardo d’amicizia che colmava il vuoto di una terra lontana dal
piccolo paese dove si è svolta la presentazione.
Il libro ha una copertina azzurra col titolo di color argento, che lo rende prezioso, unico e insieme vicino alla tradizione della poesia italiana risalente al dettato di Sandro Penna, come ha giustamente detto Lorella Rotondi. I due poeti, stando alle sue parole, sono entrambi “ragionieri” perché s’impegnano con assoluta serietà nella celebrazione del verso misurato ed armonico con un’arte che rasenta la perfezione geometrica e musicale. L’eredità che Penna lascia a Guerrini è il lirismo, la poetica dell’attimo fuggente, il difficile rapporto con la realtà. Perché è la realtà, e non la vita, che brucia l’innocenza, e se non si mantiene la purezza la poesia muore. Lorella aggiunge che per comprendere Guerrini, così come Penna, occorrono cultura e modestia, e soprattutto un’autenticità del sentimento: nulla è più complesso della semplicità. Suggestivo inoltre l’accostamento della poesia di Carlo con il cinema gentile e semplice del Maestro giapponese Ozu, per la profonda comprensione delle cose umane e per la capacità di rappresentarle con tratti essenziali.
Il libro ha una copertina azzurra col titolo di color argento, che lo rende prezioso, unico e insieme vicino alla tradizione della poesia italiana risalente al dettato di Sandro Penna, come ha giustamente detto Lorella Rotondi. I due poeti, stando alle sue parole, sono entrambi “ragionieri” perché s’impegnano con assoluta serietà nella celebrazione del verso misurato ed armonico con un’arte che rasenta la perfezione geometrica e musicale. L’eredità che Penna lascia a Guerrini è il lirismo, la poetica dell’attimo fuggente, il difficile rapporto con la realtà. Perché è la realtà, e non la vita, che brucia l’innocenza, e se non si mantiene la purezza la poesia muore. Lorella aggiunge che per comprendere Guerrini, così come Penna, occorrono cultura e modestia, e soprattutto un’autenticità del sentimento: nulla è più complesso della semplicità. Suggestivo inoltre l’accostamento della poesia di Carlo con il cinema gentile e semplice del Maestro giapponese Ozu, per la profonda comprensione delle cose umane e per la capacità di rappresentarle con tratti essenziali.
La poetessa ci ha regalato anche il suo
humour e una flessuosa simpatia e vitalità che ce la rende preziosa,
e il sodalizio con Guerrini un momento unico.
Carlo si esprime con note chiare, gentili, che colmano la ricchezza della sua opera sospesa tra la poesia e la storia, commovente e gaia, ricca di trovate quasi artigianali, di parole come piccole giostre tra la verità e un fervido contorno acceso da una bella e continua emozione.
Carlo si esprime con note chiare, gentili, che colmano la ricchezza della sua opera sospesa tra la poesia e la storia, commovente e gaia, ricca di trovate quasi artigianali, di parole come piccole giostre tra la verità e un fervido contorno acceso da una bella e continua emozione.
Una poesia di Carlo Guerrini:
Esposto alla grigioverde
luminosità del mare
mi fermo alle soglie del dirupo,
risano a quella luce
l'antica piaga del silenzio,
riprendo il cammino oscuro
sotto una nuova luna egizia.
luminosità del mare
mi fermo alle soglie del dirupo,
risano a quella luce
l'antica piaga del silenzio,
riprendo il cammino oscuro
sotto una nuova luna egizia.
Enrica Loggi
11/04/16
“Pier Paolo Pasolini. Una disperata vitalità”. Il nuovo spettacolo di Re Nudo
Al Teatro delle Energie di Grottammare,
Piergiorgio Cinì e i suoi attori ci hanno regalato un capolavoro.
Affrontare la pagina di Pasolini è un compito assai arduo, ma i
testi poetici che vengono affidati a ciascun attore e alla sua
raffinatissima mimica ricordano il Poeta nella fine, tuttora attuale,
aria del suo dire, mostrandoci con trepidazione il difficile mondo di
Pier Paolo tenue e lacrimante, sublime e mite.
Parole come sassi
abbandonati nell’acqua col loro moto concentrico, diviso tra il
singolo attore e il resto degli altri che sono forti echi, simboli di
un’umanità fervida e insieme dubbiosa, dolorosa quel tanto che
basta per rammemorarsi a noi, che abbiamo visto passare nel buio
della sala la vita, la carne, l’urlo, la passione, il tremore della
morte, lo splendore della verità.
Davanti a noi sfilavano con le
loro anime docili i discepoli della vita, gli amanti di un clamore
che si divideva in più note, toccando la nostra materia vivente e
lasciandoci scuotere dai corpi in movimento, il loro ondeggiare, le
loro voci, l’ironia, il sospiro e l’umanità. Tutto consegnato a
noi senza veli, durevole e compiuto nella recitazione, che ci ha
comunicato splendidamente un amore stremato per un riscatto di là da
venire. Diretti dalla magia di Paola Chiama, in movimenti sincronici
attraversati dalle luci, studiati eppur leggeri, spontanei gli attori
prestavano le loro fitte sagome al divenire della luce e delle
parole, e sullo sfondo una scena ondivaga, trascinante, ipnotica, in
forte armonia con se stessa.
Siamo usciti diversi, increduli,
cambiati, partecipi, nella notte che ci accarezzava regalandoci un
ritorno a casa umile e forte insieme. Tutti i volti che si sono
soffermati a dirci la forza, il fascino, la profezia di una vita ora
sono nel nostro cuore e nella nostra memoria, benedetti per
sempre.
Grazie, Re Nudo, oggi ti vesto a festa!
Enrica Loggi
09/04/16
Giuseppe Piscopo e il Museo del Nulla
Museo del Nulla, il primo museo senza biglietteria, senza orari di apertura, senza elettricità, senza custodi, senza curatori, dove non ci sono bookshop, dove si può fotografare liberamente. Un luogo dove (r)esiste solo la natura, un museo incredibile... Erasmo sarebbe contento di noi!
Nella casa dei matti ci sono vuoti da riempire, il cervello è una distesa di sabbia pronta per un soffio di vento
Un luogo non più abitato dal pensiero è uno spazio assente... [vuoti, progetto per nulla di giuseppe piscopo]
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