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28/11/24

“Questo viaggio chiamavamo amore”

TEATRLABORATORIUM AIKOT 27

VERFREMDUNGSEFFEKT TESTIMONIAL
Rassegna di teatro poesia musica canto orchestra
A cura di Vincenzo Di Bonaventura e Teatro Aoidos
 
Laboratorio teatrale Aoidos
con Vincenzo Di Bonaventura attore solista - Alberto Archini  percussioni

 

OSPITALE DELLE ASSOCIAZIONI
GROTTAMMARE ALTA  -  23 Novembre 2024  h21.30

 

CANTI ORFICI
di 
DINO CAMPANA  

 

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    Con Di Bonaventura non è mai solo “Recital”: è avventura e scoperta, è circumnavigazione di mondi poetici, è certezza - soprattutto - che sentiremo a lungo, dentro, quella sensazione di fiamma.
 E oggi, accanto a Dino Campana e ai suoi Canti Orfici, plana in mezzo a noi ancora una volta evocata da Vincenzo, la presenza maestosa di Carmelo Bene che la poesia di Campana volle portare in scena (Roma, 1982) affinchè il suo pubblico – migliaia e migliaia, sempre – percepisse la scintilla divina nell’umano.
 
È la tripartitura tematica dei Canti voluta da Bene per quel Recital – dalla dimensione onirica del reale, attraverso l’amore e il corpo, fino al tema del viaggio – che Di Bonaventura  qui accoglie: occasione per evocare, del maestro, l’impareggiata voce-orchestra e quell’inesausta ricerca intorno alla phoné da cui nasceva infine l’“alleanza tra l’elemento musicale e cantato con l’elemento vocale inventato, creato, reso necessario”*.

       

E - quasi un miracolo, tra le raggelanti pareti dell’Ospitale - il nostro attore solista col fido djembe, le intense percussioni di Alberto Archini, creano stasera un tessuto sonoro che sfida il limite, incastona la poesia dei Canti e colorando il verso ne estrae fino all'impossibile tutta la potenza  [microfoni Sennheiser, possenti fedelissime casse RCS in alto e di sponda, mixer che Vincenzo adopera come un pianoforte…].

 

Nello spazio sciabolato dalla voce attoriale, nelle traiettorie disegnate dall’incalzare delle percussioni, la poesia di Campana irrompe con forza tellurica e trasfigura il reale, lo sospinge in una dimensione onirica e orfica sospesa tra passato e presente, lo popola di presenze misteriose e miti ancestrali. E il verso procede per immagini e suoni, per illuminazioni vitali e aeree o per incubi notturni e questi  recano con sé il panorama scheletrico del mondo.

Ladro di fuoco sente di essere Dino Campana: sacerdote di poesia, religione che esige il suo sacrificio quanto più essa si avvicina all’essenza dell’uomo; e lui, il poeta strabordante e irregolare, col suo difetto esistenziale che benpensantismo del tempo e smania di riempire i manicomi chiamarono follia, è anche suo malgrado veggente, di una visionarietà che lo scaglia al di là di sé stesso e sovverte il reale.  Il volto oscuro delle cose e del mondo si affaccia alla coscienza e questa ne avverte le segrete corrispondenze: e sono bianche rocce le mute fonti dei venti e l’immobilità dei firmamenti, ma è la notte - la buia notte dell’inconscio, o “la notte dell’uomo d’ogni tempo”, madre di tutte le forme d’esistenza - che apre porte e mondi segreti: vi tremano attese e inquietudini,  vi si materializza la Chimera, sembianza femminile, viso di leonardesca Gioconda - Dolce sul mio dolore  -  che dal mito si fa emblema di poesia: E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.

 

“… Io che vivo al piede di innumerevoli calvari” scrive di sé il poeta. E dunque la fuga, il viaggiare inquieto: sola salvezza (è “poesia in fuga”, quella di Campana, nella definizione che ne diede  Montale) purchè sempre ci sia un altrove, non importa quanto prossimo o remoto, nel quale lo spirito possa, riconciliato con la natura, ricongiungersi ad essa; saranno allora le città, vicine o lontane, conosciute e amiche o luogo "dell'oscuro e dell'insidia"; ma sarà anche il mistero della Pampa deserta e uguale in un silenzio profondo; e saranno i mari sconfinati senza orizzonti. Saranno le vele. Ah! Ch’io parta! Ch’io parta!

 

Ed è ancora viaggio, l’amore: unico e disperato - e folle, quello sì - per Sibilla Aleramo, ape regina di amori numerosi e illustri. Quell’amore offre ali al povero troviero di Parigi, orizzonti al suo sogno di libertà; e, pur guerra feroce consumata fra gelosie e liti furibonde, Questo viaggio chiamavamo amore / col nostro sangue e colle nostre lagrime.

 

Un tempo breve, e dopo saranno soltanto Castel Pulci, “ricovero dei dementi”, e gli ultimi 14 anni di vita scanditi dagli elettroshock.
Quella libertà cercata scavalcando il cancello della sua prigione, e ferendosi, e morendone di setticemia, il poeta l’aveva già sognata - vista - e detta in poesia, nel presago “Sogno di prigione”:  Io ero in piedi: sulla pampa, nella corsa dei venti, in piedi sulla pampa che mi volava incontro (…) Un nuovo sole mi avrebbe salutato al mattino! O era la morte? O era la vita?...
 
Nessuna prigione più, soltanto ora il cielo infinito, non deturpato dall’ombra di nessun Dio ad accogliere il poeta, di nuovo e finalmente atomo, frammento dell’universo.
libero - lui "così diverso" - come mai il mondo aveva voluto che fosse.

 

*[G.Dotto, Vita di Carmelo Bene]
 
 
Sara Di Giuseppe - 26 novembre 2024

 

31/10/24

“FANTASCIENZA IN ENDECASILLABI”

TEATRLABORATORIUM AIKOT 27

VERFREMDUNGSEFFEKT TESTIMONIAL
Rassegna di teatro poesia musica canto orchestra
A cura di Vincenzo Di Bonaventura e Teatro Aoidos
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INFERNA DANCTIS ORKESTRA
CANTI VII – XII
con Vincenzo Di Bonaventura e Alberto Archini
OSPITALE DELLE ASSOCIAZIONI
GROTTAMMARE ALTA
27 Ottobre 2024

 

“FANTASCIENZA IN ENDECASILLABI”
 
L’Alighieri avrebbe apprezzato la definizione che Vincenzo dà di lui questa sera: “Il più grande autore di fantascienza in endecasillabi”. E, dopo aver doverosamente fatto un balzo sulla poltrona, puoi solo riconoscere che è vero, e che la fantascienza non ha inventato niente, perché tutto è già nel più grande poema che mente umana abbia mai concepito. 
Una manciata di secoli ed ecco scrittori, registi, creatori di graphic novels disegnare mostri alati e inquietanti creature mitologiche così come Dante li disegnò negli endecasillabi del suo Inferno.

 

E il ”brivido allucinatorio” che promana dall’oltremondo dantesco è questa sera evento sismico che può scagliarci al di là di noi (“al di là di Andromeda”, disse una volta Vincenzo) se al nostro Di Bonaventura autore-attore-regista-percussionista  -  “macchina attoriale narrante e concertante” in memoria metabolica - e alla voce possente del fido djembe rispondono le percussioni del valente Alberto Archini, in un crescendo ipnotico che dilata lo spazio oscuro del disperato loco d’ogne luce muto.

 

La partitura poetico-musicale, innestandosi possente su un’architettura linguistica ineguagliata nei secoli, sovverte tradizioni e schemi e birignao di paludati recital, e l’ipnotico crescendo ti inchioda alla poltrona come immaginiamo ci si inchiodi al seggiolino della navicella in fase di decollo…

 

Ho visto cose che voi umani… dirà nel thriller fantascientifico l’eroe di “Blade Runner”, ma l’ha già detto l’Alighieri secoli fa: “…E vidi cose che dir né sa né può chi di là su discende”  (Paradiso, canto I)  ma prima che la materia paradisiaca si dispieghi alla vista del Poeta nella sua insostenibile luce, bisognerà che egli attraversi il magma ribollente dei gironi infernali, la disperata eternità della pena che sfigura i volti e i corpi in continua tensione tra orrore e grottesco.

 

Pluto, Flegiàs, le Arpìe, Medusa, i diavoli della città di Dite, il Minotauro, i Centauri - dopo Caronte, Cerbero, Minosse dei canti precedenti - popolano l’universo allucinato dei canti VII-XII, creature infernali nelle quali bestiari medievali e mito antico s’intrecciano e si fondono: la voce recitante ne estrae gli accenti irosi, orripilanti o striduli e si deforma, s’inarca, vira fino all’onomatopea.
Stupisce, Dante, e atterrisce, perché è tutta umana la sostanza che il poeta porta con sé nell’oltremondo, così come nelle visioni distopiche della fantascienza il reale e la materia s’incontrano e confliggono con l’impensabile e l’inaudito. 

 

Ed è sempre l’irriducibile concretezza della vita terrena ad irrompere nel viaggio dantesco, e il poeta vi porta il peso del suo destino terreno, la tensione agonistica, la ricerca dell’universale nel particolare, la dirittura morale e la crudeltà dell’esilio. Così, sempre, la storia e la politica del suo tempo entrano d’impeto nella dimensione ultraterrena per essere proiettate sub specie aeternitatis: e sarà il barattiere Filippo Argenti che il Dante vendicativo vedrebbe volentieri spinto ancor più dentro nel fango che lo sommerge; sarà Farinata degli Uberti che evocherà l’imminente esilio del poeta; sarà Cavalcante Cavalcanti, padre di Guido, che si duole dell’assenza del figlio accanto all’amico Dante, e lo crede morto, e si accascia nell’arca infuocata della sua pena eterna...

 

L'eco delle percussioni dilegua, il djembe innalza furente il battito conclusivo: atterra, ma solo provvisoriamente stasera, la nostra navicella poetico-musicale. 
Riprenderà il suo viaggio più avanti, con noi ancora, impazienti di ripetere il volo, di percorrere l’orbita già sperimentata. Stregati dal Poeta, ammaliati da Vincenzo, abbiamo visto cose che voi umani…, testimoni e ospiti privilegiati di questa, incredibile e unica, fantascienza in endecasillabi.
 
Sara di Giuseppe - 30 ottobre 2024