Lo conoscevo. Ero entrata più volte
nel luogo dove vivevano i suoi quadri e lui, silenzioso, vivente il
dolore visibile della sua esistenza, si ritirava come per nascondersi
a qualsiasi possibile mondanità: una bottega da autodidatta in
Piazza Peretti a Grottammare Alta, il borgo scosceso che abitava la
sua pittura, nella realtà come nel sogno. Giacomo Pomili il suo
nome. Il Tarpato, la firma della sua arte che evocava un disagio
lungo anni, la fatica di sciogliersi alla vita, di tradursi per il
mondo. Silenzioso, guardava i visitatori della sua “bottega”
dietro una specie di sorriso restìo. I quadri erano allora disposti
confusamente, ma non si faceva fatica a coglierne un’inusitata
bellezza, singolare e forestiera, per niente dilettantesca.