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26/07/21

"Prospettiva" Danctis

 Inferna Danctis Orkestra

di e con
Vincenzo Di Bonaventura
Parco Arena Sisto V – Grottammare
23 Luglio 2021   h 21
 

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“Uomini fummo, ed or siam fatti sterpi”
(Dante, Inf. XIII)
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È la poesia in musica di Battiato scelta dall’attore solista, a intrattenerci prima che il Concerto inizi, anche se niente è più lontano di questo mediterraneo parco d’ulivi divenuto “arena” dall’innevata Prospettiva Nevskij, né certo vedremo stasera un film di Eisenstein sulla rivoluzione.
Di rivoluzionario c’è molto tuttavia in quest’ora-e-mezza-quasi-due con Di Bonaventura: evento sismico che rovescia canoni e convenzioni di paludati recital; attoriale memoria “metabolica” che scaglia noi, pubblico, dentro “la più alta architettura linguistica che dal Trecento in qua mente umana abbia innalzato”(Di B.); macchina narrante e concertante che sposa il duttile endecasillabo alla sonorità percussiva del djembe e la partitura che ne nasce è tutt’uno col respiro possente del metro dantesco.
Sarà che “Hai l’Inferno dentro”, diceva all’allora giovane attore italiano – ma anche ehi, italiano, mafioso! … – l’insegnante britannico alla Scuola Internazionale di Teatro di Londra; sarà che a lui tredici/quattordicenne s’era impressa nella mente quella prof che si commuoveva nel leggere Dante in classe e piangeva, perfino, sulle parole di Francesca: sarà per questo - e certo per molto altro - che l’epica dantesca è stata poi magnifica ossessione per l’attore-solista e l’Inferno in Concerto ne ha punteggiato l’intera carriera artistica, sempre diverso, sempre unico, avanguardia già allora, trenta o vent’anni fa, come adesso, come stasera.
 
E stasera scorrono, i Canti infernali, dal primo al terzo e poi oltre, fino al settimo, all’ottavo, al nono… perché il pubblico inchiodato – dolorante - alle scomode sedie non ci pensa per niente ad andarsene, così lui continua, e con lui rischiamo di vedere l’alba dentro l’imbrunire, mentre la luna che dall’orizzonte s’alzava lenta è diventata gialla da rossa che era e ora illumina il mare giù in basso.
 
È un crescendo, il Concerto, e trascorre nell’oltremondo infernale dalla tonalità calda e sospesa dell’incontro con Virgilio al ribollente digrignante magma dei dannati che la pena sfigura; e sempre vi è, personaggio e narratore, il poeta: testimone che trasporta nell’aldilà la propria sostanza umana, la politica e la storia, l’irriducibile concretezza del reale e - in continuo trapasso dal particolare all’universale, nell’inesausta ricerca di significati assoluti - il poderoso messaggio umano e morale del poema.
Il djembe segue il verso o lo precede, lo avvolge e lo incastona nella sua ipnotica trama sonora e Di Bonaventura diviene ciascuna delle ombre cui la voce si contorce e si deforma nella pena: si fa roca e scoscesa in Francesca, dannata in eterno per quell’amore che a nullo amato amar perdona; s’inarca nel grido rabbioso o nell’invettiva furente, si fa sommessa nella richiesta dolente di Ciacco Ma quando tu sarai nel dolce mondo / priegoti ch’a la mente altrui mi rechi, s’innalza nella tragica profezia sul destino di quella sua Firenze dilaniata da corruzione e discordie; stride aspra e grottesca negli accenti irosi delle creature infernali, demoni e figure del mito antico e dei bestiari medievali.

Quasi due ore sono trascorse e dalla “più grande opera fra cielo e terra” e dal suo “testimone” ci congediamo infine a malincuore; la piccolissima Aurora balla ancora silenziosa ai piedi del palco, al ritmo del djembe e di chissà quale musica misteriosa che le canta dentro.
 
E noi: per quest’ora e mezza quasi due, con Di Bonaventura e il suo Dante abbiamo (quasi) dimenticato l’orrido palco, che li fanno grandi così per il raduno nazionale delle bande o per la festa della trebbiatura con gara di liscio; abbiamo potuto (quasi) non vedere quel suo perimetro di sbarre carcerarie coi manifesti appiccicati davanti - disomogenei e a casaccio - come alla sagra del boccolotto al ragù; l’infilata di “bandiere blu 2021” appese alle transenne, vanagloriose e stridenti con l’incuria del vialetto d’accesso; le plasticose sedie scolorite e stanche, pensate per peccatori in vena d'espiazione. 
Perfino la luna, innalzandosi, ha preferito tenersi di lato, dietro gli ulivi, ai margini di questo parco benedetto dalla natura e affidato alla sciatteria comunale che sbaglia anche il nome: quel supponente “arena”, semanticamente inappropriato a una dolcemente digradante distesa di ulivi, ed evocatore piuttosto di muscolari ludi gladiatorii.
 

 
Sara Di Giuseppe - 25 Luglio 2021


 

07/04/19

INFERNA DANCTIS ORKESTRA

OFFICINA TEATRALE 2018/19
INFERNA DANCTIS ORKESTRA
INFERNO DI DANTE A CONCERTO

Canti I-X e XIII

a cura di 
Vincenzo Di Bonaventura
con
Vincenzo di Bonaventura, Lirim Gela e con Luca Giulivi alle percussioni

Ospitale delle Associazioni - Grottammare Paese Alto - 31 marzo 2019  h17


       “Viaggio del pellegrino”, quello di Dante: così lo definisce Di Bonaventura nel riproporre quell’Inferna Danctis Orkestra che fu avanguardia vent’anni fa nel suo Teatrodue e - replicato in Festival internazionali e in tutte le possibili vie e vicoli del passato e del presente - è avanguardia ancor oggi, con buona pace di paludati recital o di benignesco Dante-spiegato-al-popolo-e-alle-scuole.

       Abbatte schemi e rovescia canoni questo “Concerto” per voce sola, percussioni e immagini: qui l’attore “canta” e il musicista “narra”; qui l’endecasillabo dantesco è partitura musicale che dall’Ouverture dei primi tre Canti dispiega il tema nei successivi, è evento sismico che scuote e sovverte.

“Dovrete tornare fra trent’anni, e lo capirete”, scherza l’attore. Ci saremo, in qualsivoglia forma…

       Il “brivido allucinatorio” che amalgama alla sonorità del verso quella della musica percussiva ci scaglia al di là di noi (al di là di Andromeda dirà l’attore), dentro l’oltremondo dantesco e dentro quell’ineguagliata architettura linguistica, la più alta che dal Trecento in qua mente umana abbia innalzato.

       Il disperato loco d’ogni luce muto, l’orrore dei corpi attorti nella pena senza fine: sulla parete ne scorrono le immagini nelle forme che la visionarietà artistica ha prodotto; con altra forza ci percuotono il verso e il respiro solenne del metro dantesco, la duttile materia dell’endecasillabo che nelle Comedìa non teme dissonanze audaci e contrasti.

       Il tamburo fiammante dilata l’andamento ritmico dei canti che voce e percussioni scandiscono in “movimenti”. Se nelle terzine "sentiamo la robusta architettura intellettuale del suo poema” (Fubini), l’attoriale memoria metabolica si fa oggi, di quell’architettura, “macchina narrante” e concertante, tessitura poetica e musicale che dalle atmosfere ancora sospese dell'apertura e dalle tonalità calde dell’incontro con Virgilio - intima vibrazione che avvicina i due “pellegrini dell’oltretomba” - s’inarca poi nel ribollente magma dei gironi infernali, distorce in gorgoglìo aspro di pena la voce dei dannati.

       Così dall’ombra di Francesca sorge roca, come da profondità senza tempo, la narrazione dell’amore rovinoso, forza incoercibile e tragica per la quale tignemmo il mondo di sanguigno; il pianto di Paolo accompagna quella voce frantumata e scoscesa che piange e dice, e Dante viene meno - così com’io morisse - nell’urto con la propria materia di uomo e le sue fragili certezze.

       Perché è sostanza umana quella che il poeta porta con sé, con lui la politica e la storia irrompono nella dimensione ultraterrena.  E se continuo è il trapasso dal particolare all’universale, dalla realtà effettuale alla norma assoluta, ognuna delle ombre incontrate è tuttavia legata al gesto che ne ha connotato il destino; così Francesca nella bufera infernal che mai non resta è abbracciata a Paolo, essi sono quei due che ’nsieme vanno; Farinata è scolpito nella fierezza del ruolo giocato nel Concilio di Empoli; Ciacco è, pur nella depravazione del vizio, il concittadino da cui apprendere la sorte di Firenze corrotta e dilaniata dalla discordia, il (quasi) contemporaneo che gli chiede dolente di ricordarlo ancora, quando sarà tra i vivi (Ma quando tu sarai nel dolce mondo / priegoti ch’a la mente altrui mi rechi).

        La sequenza serrata degli incontri, l’ineluttabile eternità della pena che sfigura i volti e i corpi in continua tensione tra orrore e grottesco, l’“espressionismo titanico” che nella cantica disegna l’oltremondo infernale: tutto si dispiega nel possente respiro del verso per poi ricongiungersi e fondersi nell’implacabilità delle percussioni, la voce si deforma negli accenti irosi o striduli delle creature infernali, del bestiario medievale che s’intreccia al mito antico.

       Caronte, Minosse, Cerbero, Pluto, Flegiàs, le Arpìe, i diavoli della città di Dite… sono l’universo allucinato che tuttavia l’umanità del poeta vivente e la dignitas del poeta antico sovrastano, pur scosse e provate. Per un Virgilio furente che inveisce contro i diavoli di Dite, c’è un Dante vendicativo che respinge il barattiere Filippo Argenti, ben conosciuto in vita, perché sprofondi al più presto nella palude fangosa da cui è emerso.

     È l’irriducibile concretezza della vita terrena che continua ad agire nell’oltretomba, è “temporalità contenuta nell’eternità senza tempo” che proietta le forme terrene sub specie aeternitatis: è incessante ricerca di significati universali che permea il dialogo ininterrotto con Virgilio - duca, maestro, “padre” - e si amplia nelle discussioni dottrinali, evoca gli spiriti magni che il poeta colloca nel Limbo. Della magnanimità di quelli, megalopsuchia che è grandezza virtuosa opposta all’ignavia e all’indifferenza, si illumina il poeta prima di lasciare per sempre la queta, il loco aperto, luminoso e alto dal quale s'inoltrerà nel regno ove non è che luca.

    E umana affettuosa pietà, terrena e accorata, accompagna Dante nella selva dei suicidi: la sorte di Pier della Vigna - canto XIII, omaggio finale e intenso del validissimo allievo Lirim - il ramo secco e sanguinante da cui si leva voce che poco ha di umano - Uomini fummo, e or siam fatti sterpi - colpiscono il poeta con insopportabile intensità; così tanto da chiedere che sia Virgilio a rivolgere a quello spirito nuove domande, ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora.

      Sempre presente e concreto con la sua storia personale, il poeta ritrova, nel personaggio retto, spinto al suicidio dall’ingiusta accusa e dall’invidia, le ragioni della sua stessa vicenda politica, la dirittura che rifiuta il compromesso, la crudeltà del distacco da quella Firenze che mai rivedrà.

Così è forse anche dello stesso Dante la preghiera di quel magnanimo: E se di voi alcun nel mondo riede, / conforti la memoria mia, che giace / ancor del colpo che ’nvidia le diede.

      L’ Inferno di Dante a Concerto ci restituisce interi, oggi, l’afflato poderoso e il messaggio umano e morale del poema, la tensione agonistica che è paradigma di un’esperienza universale di ricerca.  

      E sono state viaggio - tutto terreno - anche le nostre preziose due ore di catartico, vitalissimo abbandono.


Sara Di Giuseppe - 5 Aprile 2019