Nell’antichità
medievale esistevano un numero di poeti-cantori a cui era destinata
la deposizione della memoria collettiva. Essendo quelle civiltà
basate essenzialmente sull’oralità delle fonti ed un rapporto
diretto, non culturalmente mediato od esclusivo, con la scrittura,
era necessario, gioco-forza, che la multiforme materia delle
tradizioni si condensasse e rivivesse nei racconti epici di una
letteratura non aulica ma, per tanti aspetti, vicina alla lingua del
popolo, al suo sentire, alle vicende più immediate di un mondo da
scoprire attraverso la qualità disvelante delle parole, cariche di
affabulazione.
La
parabola artistica e poetica di Giovanni Quondamatteo sembra, per
tanti versi, tornare alle origini del dettato letterario, ovvero ad
un tessuto lirico, non ornato di “una metrica ampollosa o di
assonanze ritmiche” – come direbbe lo storico locale Gabriele
Cavezzi – quanto, piuttosto, disadorno, mirato verso la nudità
dell’espressione, che ricalca le sprizzanti ed affusolate forme del
parlato.
