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03/02/14

Un ricordo di Giovanni Quondamatteo. L’ultimo cantastorie

Nell’antichità medievale esistevano un numero di poeti-cantori a cui era destinata la deposizione della memoria collettiva. Essendo quelle civiltà basate essenzialmente sull’oralità delle fonti ed un rapporto diretto, non culturalmente mediato od esclusivo, con la scrittura, era necessario, gioco-forza, che la multiforme materia delle tradizioni si condensasse e rivivesse nei racconti epici di una letteratura non aulica ma, per tanti aspetti, vicina alla lingua del popolo, al suo sentire, alle vicende più immediate di un mondo da scoprire attraverso la qualità disvelante delle parole, cariche di affabulazione.
La parabola artistica e poetica di Giovanni Quondamatteo sembra, per tanti versi, tornare alle origini del dettato letterario, ovvero ad un tessuto lirico, non ornato di “una metrica ampollosa o di assonanze ritmiche” – come direbbe lo storico locale Gabriele Cavezzi – quanto, piuttosto, disadorno, mirato verso la nudità dell’espressione, che ricalca le sprizzanti ed affusolate forme del parlato.