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07/01/25

Per Alfonso Vacchi era sempre il 25 Aprile

 
Caro Giorgio, non ho conosciuto la persona ma sottoscrivo quanto hai scritto (letto con grave malinconia). Firmo il tuo appello! 

Se mai un giorno la piazzetta sarà onorata dal suo nome, quel giorno ci sarò. 
Un saluto affettuoso, Eugenio

26/04/21

IL 25 APRILE È MORTO DI COVID?…

   … Nelle Marche parrebbe di sì, almeno per certe istituzioni e per la stampa locale. Alle quali non sembra vero poter celebrare lo sbrigativo funerale della Festa della Liberazione, non vedevano l’ora.

        Da Acquaroli presidente di Regione, che nel miserello comunicato da stipsi acuta (contro quelli diarroici su come loro sono bravi e belli, che da quelle stanze usano velinare ad ogni soffio di vento) parla del “valore intramontabile dei principi di libertà”; passando per l’intera stampa locale cartacea e on line (come il quotidiano che titola: “Il Comune di San Benedetto ricorda i caduti per la libertà”), è tutto un avvitarsi in doppi e tripli salti carpiati per parlare il meno possibile del 25 Aprile e, dovendolo proprio fare, per evitare di chiamare alcune cose col nome di battesimo, per esempio “Liberazione” e “Resistenza”.
Svetta su tutto il comunicato del Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico Regionale che si rivolge agli studenti parlando del “25 aprile 1945, data scelta per festeggiare la fine della seconda guerra mondiale in Italia” (sic) - finge di ignorare, o a scuola davvero non l’ha studiato, che invece si festeggia la Liberazione dell’Italia dal nazifascismo - e continua parlando di “un’Italia che si è fronteggiata per le rispettive ragioni, i rispettivi sogni di cui era carica” (!) ed auspica il “superamento delle antitesi disperate, delle demonizzazioni reciproche, il riconoscimento per tutti nella propria storia….” (!) tanto che il Ministro dell’Istruzione ha annunciato una richiesta di chiarimenti al sullodato (non nuovo ad amenità del genere).
       In anni sciagurati (e ancora alitanti un fiato fetido sul presente) ci provò il pregiudicato Berlusconi a proporre di chiamare il 25 Aprile “Festa della Libertà”. Qualche anticorpo circolava ancora, e fu zittito come lo scemo del villaggio. Oggi ci riprovano: nostalgici, fascisti, qualunquisti, opportunisti, ignoranti, e gli torna utilissimo il Covid.
      “E quando mi ricapita?” deve essersi detto il sindaco di San Benedetto, con un sospirone di sollievo. Grazie al Covid non gli tocca vietare alla banda cittadina di suonare Bella Ciao (non che abbia dovuto sforzarsi per farsi ubbidire, negli anni scorsi); e grazie al Covid può infarcire il discorsetto annuale di sgangherate facezie come paragonare la ripresa dell’Italia di allora a quella dell’Itali(etta) post-covid (“il nemico non ha una divisa ma occupa ugualmente le nostre terre, entra nelle case, nelle scuole, in tutti i luoghi della socializzazione, semina ugualmente morte e dolore.” (Pasqualino, stai scherzando, vero?).
   
        Vanno capiti: ai fascisti dispiace dover celebrare la fine del regime, e i trascorsi politici, le attuali appartenenze, gli atteggiamenti di certi uomini di potere - locali e non - e di certa opinione pubblica non lasciano nulla alla fantasia quanto a pulsioni e nostalgie neppur tanto represse. E se non riaprono per bene i ristoranti neanche una benedetta cena celebrativa della marcia su Roma con menu fascistissimo si potrà fare, perbacco.
      Tuttavia è chiaro che il Covid ha preso a spallate il 25 Aprile pure in chi non te l’aspetti: pure il presidente Mattarella parla fuori luogo di “unità, coesione, riconciliazione” e accosta la ricostruzione del Dopoguerra al “superamento della crisi determinata dalla pandemia”.
 
Nossignori. Che diavolo c’entra il Covid. C’entra fin troppo nelle vite nostre e in quelle del pianeta tutto.
Ma il 25 Aprile in Italia bisognava parlare del 25 Aprile
. Bisognava per un giorno non metterci di mezzo il Covid, che è responsabile di tutto ma non dei vuoti di memoria.
Bisognava che il “fascismo eterno” che Umberto Eco diagnosticò come male endemico d’Italia, per un giorno tacesse.
 

Bisognava che ricordassimo. Bisognerà che lo facciamo.

O la Festa della Liberazione sarà veramente morta: non di Covid, ma di “terapia dell’oblio”.


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Il fascismo è un corpo estraneo nell’Italia liberata, in cui non può avere alcun ruolo, come la mafia. Il fascismo non è un’opinione. È un reato grave. Oggi è il giorno per dirlo”.
(Furio Colombo, Il Fatto Quotidiano, 25 aprile 2021)

Sara Di Giuseppe - 26 aprile 2021 


 

 

01/05/17

Riflessioni [postume ma mica tanto] sul 25 Aprile


L’Italia ripudia le guerre come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli
Questa citazione di Pietro Calamandrei dell’ art. 11 della nostra Costituzione ha sottolineato lo spirito del concerto del coro “In...cantare” che, nella sede della CGIL di Treviso, ha cantato il dolore e i sacrifici ma anche la forza e la bellezza delle classi subalterne ed oppresse: operaie/i e contadine/i , mondine, “impiraresse” (infilatrici di perle) e partigiani uniti nel rivendicare lavoro e dignità, giustizia e libertà.
Viene spontaneo, quindi, ricordare Calamandrei quando, in quel discorso, diceva:
Dietro ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, è un testamento, è un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione”.
Ogni frammento di questa Costituzione, scritta con il sudore ed il sangue dei lavoratori e dei partigiani, ha trovato la sua canzone. Le donne delle risaie hanno cantato: son la mondina son la sfruttata...c’è tanto fango nelle risaie, ma non porta macchia il simbol del lavoro; le operaie hanno intonato: se otto ore vi sembran poche provate voi a lavorare e proverete la differenza tra lavorare e comandare! Le infilatrici di perle hanno sussurrato il lamento: semo tutte impiraresse....semo tose che consuma de la vita i più bei ani per un fià de carantani che non basta per magna.
E i partigiani hanno cantato: se libero un uomo muore non gliene importa di morir e le loro Donne trascinate in prigione, stuprate, torturate e umiliate gridavano: conosco il mio pugnale ha il manico rotondo, nel cuore dei fascisti lo piantai a fondo e, prima di morire non si sentirono i colpi di mitraglia ma si sentìva un grido: viva l’Italia.
Quella era gente che amava il proprio Paese anche se i padroni ne facevano sterco mandandoli a morire sul Montello, a Caporetto, nella neve di Russia o nella sabbia di El Alamein: o vigliacchi che voi ve ne state con le mogli sui letti di lana, schernitori di noi carne umana...qui si muore gridando “ASSASSINI !” maledetti sarete un dì.
Quella gente per amore del proprio Paese discendeva l’oscura montagna...scalzi e laceri eppure felici... a combattere la barbarie fascista per un avvenire d’un mondo più umano e più giusto, più libero e lieto.
Chi di quella gente avrebbe mai cantato l’inno di Mameli con la mano destra sul cuore e la sinistra dietro la schiena...a nascondere la dichiarazione dei redditi?
Chi di loro avrebbe mai riso mentre un terremoto uccideva e distruggeva?
Chi di loro avrebbe mai sparato sui braccianti di Portella della ginestra?
Chi di loro avrebbe mai messo le infami e vigliacche bombe di Piazza Fontana, di Brescia, della stazione di Bologna?
Quella era gente che cantava l’amore e la dignità: partigiana te si la me mama, partigiana te si me sorela, partigiana te mori co mi, me insenocio davanti de ti.
Tra quella gente c’era anche Gino Donè, partigiano della Brigata Piave ed unico italiano tra gli 82 di Fidel e “Che” Guevara. Partì con loro a bordo della “naveGranma alla volta di Cuba inseguendo il sogno della sua vita: la libertà per gli ultimi e per gli oppressi. Come tanti altri partigiani aveva la dignità della discrezione, per lui ”apparire” non aveva significato.
E’ stato, perciò, benvenuto il ricordo che ha voluto dedicargli il Teatro dei Pazzi, con “REVOLUCION”: ricordare è fondamentale perchè ci si possa ispirare ai valori di umiltà e coraggio che dalla Resistenza ci hanno portato ad essere un pò più liberi. La stessa umiltà con cui Eros Umberto Lorenzoni (92 anni – tra gli ultimi partigiani della provincia di Treviso) ha accolto, stupito, il grazie che gli è stato rivolto: grazie per averci dato la speranza di un Paese migliore.
Ma un ringraziamento va rivolto, soprattutto, alle DONNE del coro.
Loro erano le mondine, le operaie, le contadine, le impiraresse e le partigiane delle canzoni eseguite: con lo stesso trasporto e la stessa convinzione di chi sa di stare cantando la libertà, la giustizia e, essendo donne, l’amore, onorando così il sangue di quei centomila morti con il quale è stata scritta la Costituzione più bella del mondo.
BELLA CIAO

Francesco Di Giuseppe