mercoledì 2 aprile 2014

Ralph Alessi Baida Quartet a Porto San Giorgio. Alessi d'acciaio ovvero “Le isole remote del Jazz”

Hanno tutti lo spartito davanti. Ma mi domando “come” potrà essere scritta la musica di questi quattro. Gli basta il solito pentagramma e le note conosciute? Loro lì, serissimi, che neanche girano pagina, e dire che i pezzi sono tutt’altro che brevi. E niente di ripetitivo, ogni secondo cambia proprio tutto tutto! Sì, d’accordo, roba da NEW YORK, ho capito. Ma qui siamo in un piccolo, intimo teatro dell’ottocento a ferro di cavallo, platea al minimo, ordini di palchi con spazi al centimetro e da torcicollo, sipario di classico velluto rosso… Chi te lo dà, a N.Y. E pure noi tapini, una quarantina di maschi in tutto (ah, le donne odiavano il jazz, non si capisce il motivo), cosa c’entriamo con N.Y. e questa sua musica quasi inconcepibile, difficile da seguire, impossibile da “ricordare”?

Alzi la mano chi nei primi 10-15 minuti non l’ha pensato. Fortuna però che le nostre orecchie di campagna (ma già in po’ educate alla Tam school…) hanno avuto pazienza. Ottimo concerto. Arduo spiegare, nemmeno ci provo. Ma parlo per me: ecco, per me è stato come andare per isole remote. Quelle “invisibili”, a malapena segnate su mappe e carte geografiche. Dai nomi bizzarri, misteriosi, evocativi. Isole piccolissime sparse negli oceani, fuori dalle rotte, che odorano di naufragio. O disabitate, o abbandonate, o proibite. Isole miraggio dall’aria corsara. Sfrontatamente selvagge, primitive, scomodissime, ingannevoli. Lussureggianti o desertiche. Piene di silenzio come di rumori musicali. Con animali curiosi. Mondi miniature di altri mondi. “Remote” dice tutto. Dice che ce ne sono tante, di tutte le variazioni cromatiche o semplicemente bianche, argentate qualcuna, da sembrare d’acciaio…
Ascoltare questo Jazz di N.Y., allora, è come tuffarsi in queste isole. Sono viaggi in disparte, segreti, d’esilio, d’incoscienza, indesiderati ai più. Viaggi sudati. Senza agenzia. Viaggi di pathos in labirinti con pareti d’Oceano. Viaggi missionari, incomprensibili, magnetici, che t’impietriscono. Viaggi nel Jazz senza mai terraferma. Solo orizzonti, e stelle, e lune, di jazz.
Conviene che tu prima ti faccia un po’ esploratore, per abituarti alle scoperte e alle avversità senza scoraggiarti. Devi avere più ansia che voglia di libertà, ansia di mistero, di smarrimento, di astrazione. Rischiando di non capire, o di essere espulso dalla magia. Ci vuole impegno per entrare nella bellezza di queste sconosciute Isole del Jazz, perché loro sono proprio ai margini, anche se forti e dure e ricche e possenti. Come l’acciaio. Devi fare il “Robinson”, oppure rinunci. Nessuno ti obbliga. Si può stare benone con le altre musiche, gli altri pentagrammi, le altre note, gli altri prudenti “viaggi”. Va bene lo stesso.

Ralph Alessi, che d’acciaio s’intende…, continuerà a fare musiche argentee come l’acciaio, con più di duemila enigmi, forse troppo complicate per noi globalizzati. Ma meno male. Strano solo che lui venga da NEW YORK, e non da un’isola remota…

PGC

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