martedì 1 aprile 2014

Quando i Beatles mettono il frac…” Il Trio Lennon al Palazzo dei Priori di Fermo

Giurerei che sorridono, durante il concerto, dentro le severe cornici: il paludato cardinal Pelagallo alla mia destra, e sua eminenza Girolamo Azzolino, e perfino quella faccia truce di un Uguccione della Faggiola. Anche questa Sala dei Ritratti s’è fatta di colpo meno austera, quando le acrobatiche vibrazioni del Trio Lennon ne hanno attraversato i rutilanti velluti.
Non potrebbero essere fisicamente più diversi dai quattro di Liverpool, i “nostri” musicisti. Neanche i capelli a caschetto. Luca Marziali, che suonando si stende a volte in diagonale come un campione di sci in discesa libera a Crans Montana; il lungo dinoccolato Roberto Molinelli con la classicissima viola e la zazzera rock anni settanta; Alessandro Culiani virtuosissimo primo-violoncello che si fa collante tra violino e viola e all’occorrenza strumento a percussione e altro ancora.
Ma è nella modalità originalissima del ripensare, rimaneggiandola, la musica dei Beatles che il Trio vi si lega intimamente cogliendone la vera peculiarità: quella di orchestrazioni assolutamente innovative nel loro affidarsi a strumenti che più classici non si può: gli archi.
Il sorprendente viaggio nella contaminazione è preparato dal “Blue Rondo à la Turk” dello scomparso maestro del jazz Dave Brubeck. La predilezione del musicista per i non canonici tempi dispari (il nove ottavi nel Blue Rondo) è il trait d’union con la “contaminazione” operata dal Trio sulle composizioni dei Beatles, melodie che trasportate in altra dimensione con naturalezza si lasciano attraversare da Mozart, Beethoven, Bach… e dal jazz.
Col garbo e la spontaneità di una conversazione tra amici, Molinelli - oggi speaker del gruppo - ci introduce alle ragioni e al metodo di queste incursioni nella “classicità” dei Beatles. Così ascoltiamo una Michelle dall’avvio classico divenire via via “impressionista” primo ‘900 e swing, con tracce di Ravel, Debussy, Respighi, Puccini. La visionaria Eleanor Rigby già concepita per quartetto d’archi, la cui struttura si fa qui brillante e impetuosa, (e l’”elegiaco” Marziali, con intensità, sempre più allungato in diagonale…). La dolce marcetta Lucy in the Sky with Diamonds (con incorporato acronimo LSD, dicono i maliziosi) che - ci segnala Molinelli - nel suo facile leggero ritornello richiama l’“Amami Alfredo” del grande Giuseppe nazionale. E siamo subito dopo al virtuosismo di Help che, nato per soddisfare la richiesta di una composizione di facile presa, resta legato a un passaggio problematico nell’esperienza esistenziale di Lennon. Yesterday, capolavoro “nato per caso” già arrangiato all’origine per quartetto d’archi (al costo di 25 sterline, una sciocchezza anche per allora), ci incanta coi suoi fraseggi incrociati e sfalsati che si inseguono in compensazione armonica per poi puntualmente ritrovarsi. E Come Together, in fantastico giro di basso, concentrato di lirismo e jazz. E Girl, delicatissima sintesi della poesia di Lennon, ballata ancor più intima nel sublime pizzicato dei tre strumenti. Infine Hey Jude, lunghissima al tempo (quasi 8 minuti), suonata addirittura con la London Symphony Orchestra (volevano pure, i Beatles, che gli orchestrali cantassero il lunghissimo refrain “Naaa-naaa-naaa-na-na-na-naaaaa-na-na-na-naaaaa He-Hey Jude”, e quelli risposero con aplomb tutto british “non se ne parla nemmeno”): il nostro Trio Lennon riesce a farcela conoscere in un modo ancora diverso, eppure l’abbiamo gustata milioni di volte…
Reclameremo più di un bis e il Trio, generoso, non si sottrae: di nuovo Eleanor Rigby e Girl, più Hey Jude. Clap-Clap.
Si conclude, e all’uscita mi guardo indietro per un momento: i circa trenta personaggi si sono ricomposti, fissi nei fondi scuri dei ritratti, pronti alla lunga noia nell’austera sala senza finestre dal soffitto pallido.
Ma giuro d’averli visti sorridere, per un’ora.

Sara Di Giuseppe


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