25/03/17

Giarmando Dimarti: "E’ tutto sotto controllo. Di e con Vincenzo Di Bonaventura




           “Leggendo la poesia di Giarmando - dice Vincenzo attore-solista nel presentare l’opera del “nostro” poeta Dimarti - si è costretti a tornare indietro”: a ri-meditare la sua scrittura “inaudita”, a ri-percorrere quella “costruzione architettonica della lingua” che scolpisce il dato epico, storico, civile, morale, religioso dei Canti, e inchioda il lettore così come il vento d’uragano percuote e obbliga a fermarsi, a raccogliersi in sé, ad affrontare l’urto.
      Preziosa questa serata in cui la titanica visionarietà di Dimarti ci viene incontro per voce sola e djembe attraverso il genio dell’attore e regista, lui che “pratico la carne della sua scrittura” e, lettore insaziabile e umìle (“con l’accento sulla i ”), scava l’implacabilità di quei versi per offrircene il disperato rabbioso canto “innecessario accessorio”.
           Il pregio aggiuntivo di questa sera è il film, realizzato anni fa dal Di Bonaventura con l’amico Mario-il-fornaio   - “ero più giovane, ero più gioioso” - per accompagnare in immagini cinque Canti fra i dieci della raccolta dimartiana “E’ tutto sotto controllo”, che della sua poesia civile è il punto più alto.
        Il breve film-documento è così oggi, per il pubblico dell’Arancio, una “prima del cortile”, e il delicato equilibrio di apparecchiature d’antan su cui poggiano le sorti della proiezione crea la necessaria suspence (“Non mi tradire!”) in breve risolta: tutto funziona, artigianale ingegneria che amorevolmente assembla domestiche tecnologie e crea visioni di straniante futuribile bellezza.

         Inizia qui il viaggio dentro l’epica del “cantore perverso per eccesso di abissi e per eccesso di necessità”. Immagini silenti di realtà disfatte trascorrono sullo schermo: è il ranocchio stupefatto spaesato nello spot di luce che fora il buio; è l’ape che consuma avida sul fiore il perpetuo suo vorace cerimoniale; è il vento di un “lacero giorno” che spazza l’asfalto sporco in danze circolari di cartacce e bottiglie vuote; è il “rito furibondo” dell’escavatrice, artiglio di Leviathan che abbatte muri e cementi; è l’immane scheletro di fabbrica abbandonata; ed è anche orizzonte marino, e cielo di profondo azzurro che disegna aerea la guglia d’un campanile.
         Il canto del poeta sciabola su visioni di un mondo disumanato, arreso al clangore implacabile di città dissolate e di onnivori asfalti, agli scassi incessanti dei cementi; qui “nel chiassato silenzio”, contro le “murate che serragliano il mondo” precipita e s’infrange la parola poetica. Taci il tuo ciancio cantare / poeta: nel reale divenuto indicibile, il poeta assente non ha – montalianamente – lingua o parola che salvi.
Cuci le tue labbra / poeta / cuci i tuoi pensieri le tue dita la tua luce: la terra - addormentata alga vacillante - non cerca “le tue balorde sfioccate bandiere sonore”.
         Nel frastuono che ogni cosa  tritura e svende, nello scialo perdigiorno dell’obeso presente, non restano che luoghi “sdeputati”, dove vittime e carnefici partecipano indistinti del medesimo presagio di sconfitta (“annuso come un primate in estinzione / gli inutili rimasugli del tempo destinato”).  
         E dunque “non sciorinate all’aria in fretta dimentica / i segni imbecilli del vostro apparecchiato / spettacolato dolore - grida il suo Canto e suoi quattordici silenzi la Fanciulla deflorata non amata - il mio volo fu uno schianto deserto senza abisso ”.
         Figure di danteschi inferni porta con sé il Canto della fame infame sete: giungono da giorni esiliati,  anime profugheconfuse di fatica e di diaspora, “con un bisogno duro di fame, con un bisogno duro di sete”. Labbra incollate dai digiuni, mani a cui offrire “per sdebitarvi / il vostro pane cencioso”, ossa scricchiolanti a cui gettare “i rimasugli / della vostra guarentigia civiltà”.
         Da silenzi di fosse sempre più ingorde si leva il Canto dei bambi bambini di guerra, con “scarponi tagliati ai nemici”, assuefatti già morti, voci che diseredano il mondo tra  le sradiche pietraie della collera e dell’odio. “La terra ci copre per non farci sapere”. Dolente pietà che s’innalza ancora dal Canto per lo scomparso amico lontano, per l’attore tormentato addormentato - “stanco del mio socchiuso dolore indifferente” - che tragicamente ha cercato un’alba di là da tutto // senza più paura.
         Nel cieco umano precipitare verso l’abisso - vuoti a perdere orgogliosi nella propria arroganza - s’innalza biblico, presago, visionario, il Canto del giorno svenduto perduto: tutto è sotto controllo, nella vita in disarmo, nell’ineluttabile precipitare di un’assente umanità verso “il giorno dopo / il dies illa quel giorno proprio quello”.
         Dalle immagini filmiche torna ora ai ritmi dal vivo del suo djembe, l’attore solista generoso mai stanco.  Con lui approdiamo all’incanto della raccolta dimartiana più nuova, “Il tempo che ci siamo dati”. Abbisogno di cuore diamante per scrivere ancora versi / per un alleluia di luce, scrive il poeta: e nella pena del vivere balena il seme di una speranza nuova, s’insinua un desiderio di rinascita lirica.
         Perché è tempo stolto, il tempo che ci siamo dati, il nostro presente in avaria dell’umano, e noi “fummo ipocrisia confusa ai bivi della mente / fummo stoltezza mascherata di inutili libertà”. Ma batte ancora, l’animula vagula blandula, “quando acqueta lo schiamazzo / ebete del giorno”. 
Batte In cerca di una “nostra sopravvissuta umanità”; batte di amaro amore errante “dopo il tempo di un lungo deserto”; batte per la sorte di uomini bui senza nome senza storia, fratelli nella acerba vita e nella morte aperta (“da quale umano avanzate / da quale angoscia della terra da quale cupa geologia / marina?”).
      Batte, ancora, della  speranza che mette radici impossibili e spalanca alla Misericordia “una porta diversa / come ghirlanda di luce totale e di raccolto silenzio”.

“… posso solo cadere a tutte le stazioni tremando
per un dolore ch’è mio ch’è nostro
posso solo rialzarmi e ancora cadere
sotto il dolente carico di vita calato sul mio tempo
ammucchiato come una quercia senza canto”

G.Dimarti, “se non potessi”, Il tempo che ci siamo dati2016

Sara Di Giuseppe



21/03/17

La Sezione Aurea del Jazz. Eddie Henderson Quartet al Cotton Lab


Pensando alla “bellezza funzionale” del luogo - il COTTON LAB dei D’Auria - e alla perfetta irrazionalità del concerto di Eddie Henderson, mi viene in mente (anche se può essere un’ardita fesseria) il concetto di “Sezione Aurea”. Del Jazz, in questo caso. Proprio quella “Sezione Aurea, o Divina” chiamata phi, sorta di Pi greco, magica diavoleria che si è scoperta e studiata in altri tipi di musiche - classica, contemporanea - analizzandole a posteriori come in una TAC.
Ne risulterebbero “affette” composizioni di Mozart, Debussy, Bartok, Stokhausen… Brani di infinita bellezza, dalle cadenze la cui perfezione - analizzata dagli studiosi e di non semplice comprensione per noi profani - è riconducibile a certe emozionanti meraviglie architettoniche del passato, ad alcuni capolavori di pittura antica e moderna, o alla prodigiosa matematica quando s’incrocia con la geometria più visionaria misteriosa e affascinante, presente anche in natura.
Ma le dissonanze “estetiche” del Jazz, le sue evanescenti invenzioni, le irripetibili improvvisazioni, i suoi  enigmi e i bagliori, non potrebbero ricondurre anch’essi - certo non so come e quando - a una qualche formula di rara Sezione Aurea, magari diversamente perfetta e irrazionale?
Ai ciclici concerti del COTTON LAB ci ho pensato molte volte e l’altra sera, con l’Eddie Henderson Quartet, perfino con insistenza, in almeno tre occasioni. Difficile provare a render chiare certe sensazioni. Contano i particolari, per esempio. 
Come quell’improbabile rotolo di gommapiuma bianca incastrato tra ponticello e corde del contrabbasso: ne esce un timbro unico e strano, aspro, senza riverbero, eppure caldo. Mark Abrams, che di swing se n’intende, vuole solo suoni chiari, brevi, quasi da batteria. 


Willie Jones III (terzo di una dinastia di musicisti?) lo spalleggia ispirato con lo stesso stile da metronomo, non un colpo in più, trama e ordito perpendicolari come in un prezioso tappeto persiano, disegni e colori in abbondanza ma più geometrici che Nain, da… Sezione Aurea.
Come la sordina della tromba di Eddie Henderson, antica come gli egizi, ammaccata e scura come un’anfora di bronzo uscita dagli scavi. Ma con uno spirito dentro, anche quando riposa. Eddie la maneggia distaccato, come un prestigiatore stanco: se adopera un po’ i muscoli per infilarla nella campana della tromba, sta convincendola a tirar fuori respiri sempre diversi e carezzevoli. La vecchiotta tromba invece ha un aspetto anonimo, il suo bocchino da ferramenta “attira” da lontano le labbra del padrone (e si vede). Eddie sempre calmo, niente scena, suona quando gli tocca, come un turnista. Ma i D’Auria, fin da quando lo portarono la prima volta in Ascoli - giusto 27 anni fa - ne conoscevano la magia da… Sezione Aurea. 


Pare un elegante immigrato in America venuto da un’orchestra Casadei, Piero Odorici al sax.  Magari lo sembra ancora, quando intrattiene con simpatia il pubblico. Invece lui è un Henderson al sax. Sta al tecnigrafo, disegna musica, tratteggia ombre, indica prospettive, rafforza architetture. Nei duetti, sembra un numero due ma è la lente. Nel quartetto, è il comandante di una pattuglia acrobatica. Sublimi, per noi, la scena e l’ascolto. Alla fine, in aria, del jazz restano i suoni e le scie. Nitide come i disegni di Leonardo… 
E’ certo per (mia) malattia professionale di copywriter che il pensiero ereticamente associa quanto di più perfettamente strutturato – come la Sezione Aurea – a quanto di più magicamente destrutturato (e libero) esista in musica. Una “Sezione Aurea del Jazz”, se c’è, non può esserci che “di passaggio”, perché di passaggio è il jazz, ed è volo, fantasia, freschezza… Ma una Sezione…D’Auria - quella sì - concreta, reale, puntuale, c’è, e si rinnova ogni volta per noi fortunati qui, al CottonLab.

PGC


18/03/17

La stagione del CottonJazzClub di Ascoli Piceno. Eddie Henderson. Una stella e tre pianeti


C'è una linea di continuità nelle scelte musicali di Emiliano D'Auria, direttore artistico del Cotton Jazz Club, ed è quella della raffinatezza che segna indelebilmente questa stagione di concerti 2016/17.
Ne abbiamo scritto e continueremo e farlo perché raramente si assiste a tanto buon (ottimo in qualche caso) Jazz nella landa desolata del Piceno, una terra che non vive di respiri a lungo termine ma di sussulti, di occasioni e non di un progetto culturale che abbia un senso compiuto.
Il Cotton Lab, un vero, solido, reale laboratorio di musica è uno di questi sussurri, un progetto realizzato, un punto di riferimento che ancora in molti ignorano colpevolmente. I suoi locali trasudano passione, quella passione quasi sacra che non consente di proporre mediocrità perché l'orecchio è avvezzo al meglio e il meglio, come dimostra il Cotton Club, c'è e si può proporre.
Il concerto di Eddie Henderson con Piero Odorici al sax tenore, Willie Jones III alla batteria e Mark Abrams al contrabbasso, ne è stato, qualora fosse necessario, la riprova.



Parliamo delle vette del Jazz contemporaneo e non di una compagnia di buontemponi che si diverte un po' a improvvisare e un po' a swingare travolti dal ritmo e dall'alcol. Parliamo di quel fenomenale “Black-Jazz” che parte da radici storiche consolidate per andare a sfociare dove la creatività vuole e la fantasia non trova barriere insuperabili.
Il Quartet di Eddie Henderson ha basi solidissime, tre musicisti solisti che si fondono quando serve e quando il brano che stanno eseguendo lo richiede. Il repertorio è vastissimo e nei due set proposti, lo si apprezza al meglio visto che nulla è lasciato al caso.
Eddie Henderson ha la cultura Jazz nel suo dna. E se un bambino ha la fortuna di avere il padre (ce lo dicono le note biografiche del musicista) che canta nel gruppo gospel dei Charioteers, la madre ballerina al Cotton Club di New York dove si esibiscono Billie Holiday, Lena Horne e Sarah Vaughan, un patrigno medico che ha in cura Count Basie e Duke Ellington, il primo insegnante di tromba Louis Armstrong e mentore Miles Davis, si capisce che non solo la vita, ma anche la carriera è segnata. Se poi durante il concerto, sfodera Phantom di Kenny Baron, First Light di Freddie Hubbard e El Gaucho di Wayne Shorter (gigante in questa esecuzione Piero Odorici), la serata è fatta e il Jazz servito a tavola.



Due fiati, quelli di Eddie Henderson e di Piero Odorici, che si fondono alla perfezione e se il sax tenore italiano spesso agisce da contrappunto, Henderson ricambia con quella generosità, simpatia-empatia con il pubblico che hanno solo i grandi, sottolineandone passaggi e svisate. Quando duettano si ascolta una cascata di note mai gratuite e sempre, costantemente funzionali allo standard che stanno eseguendo: grande Jazz e grandissimi musicisti.
C'è da aggiungere che Willie Jones III è un drummer che trova nello swing la sua migliore dimensione e che Mark Abrams, chiamato a sostituire Daryl Hall all'ultimo momento, si è dimostrato un contrabbasso all'altezza anche se guidato silenziosamente da un Piero Odorici che ci ha lasciato, è il caso di dirlo, senza fiato.
Finale, prima del richiestissimo bis, all'insegna della musica e delle atmosfere di Herbie Hancock e non poteva essere diversamente. Di Hancock, Henderson è stato fedele e straordinario collaboratore fin dagli anni '70, e con lui ha contribuito in maniera decisiva al passaggio dal Jazz al Jazz-Rock.
Il 31 marzo ci aspetta Tony Momrelle, alcuni lo definiscono lo Stevie Wonder del XXI Secolo, altra stella di prima grandezza, altro giro, altra corsa con arrivo assicurato.

Massimo Consorti 

12/03/17

Roma. Il Villaggio della musica e il Duo Scarlatti: Nicola Pignatiello e Daniele Sarcone – Chitarra



Che le trascrizioni di grandi brani musicali sia indispensabile farle bene non è un’ ovvietà: infatti Miguel Llobet e Ferdinando Carulli sono tra quei pochi (come Busoni, Liszt, Brahms, Schoenberg) che lavorando sullo spartito di un grande brano e “rileggendolo” secondo i propri paradigmi, lasciavano il piacere di percepirne in filigrana la tessitura, lo stile e l’emozionalità originari. Non è poco in un’epoca in cui, col pretesto delle contaminazioni, si passa dalla sinfonia 40 di Mozart rivisitata da Valdo de los Rios al Mahler remix di Fennesz, ampliando così la carreggiata, già vasta e sgangherata, del declino culturale di quest’epoca.
Un grazie, perciò, all’associazione “il Villaggio della Musica” che domenica 5 marzo ha proposto un programma incentrato sulle figure di questi due “arrangiatori”, e invitato ad eseguirli il Duo Scarlatti che “la rivista inglese Classical guitar ha definito come young talented, with such a verve and precision“(1).
Talento e - anche - coraggio nell’eseguire un repertorio chitarristico che, spesso snobbato nel ‘900 perché considerato tardo romantico, ha sempre mantenuto una sua particolare autonomia di altissimo profilo nel contesto musicale generale. Operazione davvero meritoria, dunque, consentire la fruizione delle sonorità dell’epoca - grazie all’uso delle corde di budello – in una musica a torto considerata minore (…sempre che si voglia considerare minore una “Recuerdos de la Alhambra” di Tarrega: liberi di farlo ma…)
Pacatezza e precisione le coordinate entro cui si sono mossi i due musicisti, in quell’atmosfera intima e avvolgente che un concerto da camera richiede. Rarità anche questa: oggi i concerti di musica da camera si tengono per centinaia di persone (pecunia non olet!).
La trascrizione di Llobet per la “Evocacion” di Albenitz (da Iberia) ha reso chiaro fin dalle prime battute che l’eleganza rarefatta del brano avrebbe richiesto proprio il sapiente equilibrio raggiunto dal Duo: limpidezza del fraseggio tra le parti, esattezza negli scambi di ruolo tra parte principale e accompagnamento, e nell’ alternanza stessa - sul singolo strumento - delle corde“tre di carne” e “tre d’argento”, come scriveva Garcia Lorca, “abbracciate da un Polifemo d’oro”.
Uguale esattezza esecutiva per le due romanze “ohne worte” di Mendelssohn “trascritte” (meglio sarebbe dire “ricomposte”) anch’esse da Llobet: accuratezza che ha reso palpabile l’aria sofisticata e colta del sofisticato e coltissimo compositore tedesco.
Carulli, Il secondo “arrangiatore”, non va considerato soltanto un virtuoso, ma anche “un vero rinnovatore della tecnica strumentale. Gli studi da lui compiuti all'inizio per ottenere il massimo delle possibilità espressive dalla chitarra, non solo gli permisero di primeggiare tra i chitarristi della sua epoca, ma servirono di base per la sua mirabile opera didattica (Metodo op. 27)” (2). Cimentarsi con le sue composizioni richiede preparazione di prim’ordine.
Nelle trascrizioni di Haydn (Sinf. 104 London), di Mozart (Andante e Rondò op.167) e di Beethoven (Andante Varié et Rondeau op. 26 n.12) appare ben visibile all’ascoltatore la sottesa filigrana dell’opera originaria: tuttavia il compositore di gran talento, col suo stile“legato ai modelli della scuola napoletana e con un impianto strutturale derivato dalla musica di “galanterie” – alla ricerca di sonorità che stimolino i cd. “affetti” (3) - modifica totalmente la percezione delle solenni note sinfoniche della 104 rendendole più “familiari” e tranquille. Ciò che accade anche con Mozart: pur rimanendo, il corpus, quello elegante e gioioso del genio di Salisburgo e del suo magico contrappunto, le chitarre vi aggiungono delicatezza e, perchè no, un vago sentore iberico, specie nel rimando di battute del rondò: girotondo che richiama alla mente la boda del L. Alonso.
Difficile, con Beethoven, avere margini ulteriori di elaborazione (ci può essere qualcosa oltre la perfezione?), eppure Carulli riesce ad adattare le sonorità beethoveniane allo strumento a corde, che asseconda il pacato svolgersi del movimento e i vivaci spunti successivi al tema iniziale, e ben riesce il Duo a mantenersi filologicamente corretto.
Con le Sonatine di Tansman del 1953 (?) da poco ritrovate, il Duo ci riporta nel ‘900 con una composizione “caleidoscopica” come il suo autore (che non a caso collaborò con Ravel, Bartók, Stravinsky, Prokofiev, Ellington): sembra quasi, infatti, che vengano suonati due brani completamente diversi eppure con la capacità di rappresentarsi come un unicum: la difficoltà la si può immaginare...e la bravura la si può sentire.
E’ affidata, la conclusione del programma, alle Sonatine di M.Castelnuovo Tedesco, il cui repertorio è inesauribile fonte di ispirazioni chitarristiche. "È la prima volta - disse A.Segovia - che trovo un musicista che capisce immediatamente come si scriva per la Chitarra!". E forse la bellezza di questi brani risiede proprio in un sentimento di rimpianto per un mondo musicale ormai passato e al quale il compositore sente di appartenere. La scioccamente scarsa frequentazione di questo autore si spiega con il quasi ostracismo decretato dalla musica “ideologizzata” del novecento (piaga del secolo breve) della scuola di Vienna e di Darmstadt.
Suggestiva intuizione, dunque, quella del Duo Scarlatti di accostare questo autore “vero gentiluomo, magnifico compositore e amico della chitarra” [Ricorderò sempre il suo spirito dolce, la sua gentilezza e la sua generosità (4 ) scrive Ch.Parkening] ai “tardo romantici”; ne è scaturito un concerto fedele alla propria ispirazione etimologica di consertum e perciò di intreccio, dialogo e, se necessario...litigio.

Francesco Di Giuseppe

(1) Dal programma di sala
(2) Dizionario biografico - Treccani
(3) rev. Robert Gjerdingen, Music in the Galant Style
(4) Christopher Parkening "Il menestrello di Dio", Seicorde n. 66, gennaio-marzo 2001, p. 12.

09/03/17

"Il Napoli ha segnato". L' "Urlo" di Allen Ginsberg, di e con Vincenzo Di Bonaventura


       Ore 21.25, il Napoli ha segnato contro il Real Madrid, e il goal atterra inutilmente dagli smartphone sui velluti ovattati del Teatro, cattura distratte attenzioni come uno sconosciuto imbucato alla festa.
Lo sguardo dell’esigua platea è altrove, alla gestualità ipnotica dell’attore solista che con mani chirurgiche regola il personale apparato di “ingegneria audiofonica” in questo “teatro delle meraviglie vuoto”.  
E presto è silenzio in sala.
         Sul palco, architettura minimalista studiata in jazz. Un cubo nero, un poliedro bianco, una sagoma che forse è uno xilofono in sonno sotto coperta, un leggio a groviera, due microfoni, quello più basso che sembra aspettare un sax. Intorno immagini un’orchestra blues di Chicago, una band.
         Poi c’è il fido djembe e lui, Vincenzo, che a tratti fa pure la voce “nera” e il sax baritono. E immagini il sassofono di Charlie Parker ad accompagnare quest’Urlo psichedelico all’indirizzo di quell’America ossessionata e maccartista; e immagini Ray Charles urlo di blues cieco al giradischi piangere il Kaddish per Naomi morta, la madre morta, “un tempo Naomi dalle lunghe trecce della Bibbia”.
         Perché ascoltare Ginsberg è anche immersione nel jazz - il bebop anni '50 - “lunghi versi come ritornelli di sassofono di cui sapevo che Kerouac avrebbe udito il suono”: poesia che ha nell’ascolto la sua vera dimensione ed è - come il verso lungo, il long line di W.Whitman, modello prosodico costante per Ginsberg - scrittura destinata all’orecchio più che all’occhio, verso “misurato sulla durata del respiro fisico” (L. Fontana).
         Da quel “Six Gallery Reading” dell’ottobre 1955 in Filmore Street a San Francisco, il verso di Ginsberg urla ancora fino a noi la disperazione visionaria di un poema che “contiene moltitudini”, inferno abbagliante di routine e gesti di ogni giorno; brulichio di dannati “che il cervello spogliavano al cielo sotto l’Elevata”, che “si purgatoriavano il torace” con incubi a occhi aperti; che “creavan grandi drammi suicidari” o “che eran tirati sotto dai taxi sbronzi della Realtà assoluta”.
         Straziante vorticare di umanità fissato con occhio pietoso e asciutto, specchio possente di destini collettivi e singoli che un’angusta visuale ha a lungo etichettato alla voce “poesia di protesta”.
         Poesia che è invece universale e autobiografica, “atto di simpatia, non di rifiuto” scrive lo stesso Ginsberg, poesia nella quale permette a se stesso di seguire i propri “istinti del cuore”, di rivelare l’identificazione empatica con “l’individuo rifiutato, mistico, perfino pazzo”.
         Universo brulicante di presenze, conversazioni, follie, lungo il quale s’intrecciano destini. Come quello di Carl Solomon cui è dedicato il poema, amico segnato dalla malattia psichica, ebreo come la madre Naomi, come lei in manicomio (“Son con te a Rokland dove sei più matto di me, dove imiti l’ombra di mia madre, dove ridi di invisibile umorismo, dove cinquanta e più shock non faran mai tornare la tua anima al suo corpo dal pellegrinaggio verso una croce nel vuoto”).
         Ed è poesia intimista, su cui aleggia la scapestrata vitalità di Neil Cassady incorrisposto giovanile amore, “eroe segreto di queste poesie, Adone di Denver”. E’ poesia corale: vi conversano gli amici, “battaglione perso di conversatori platonici […] sussurrando fatti e memorie e aneddoti e sballi ottici e shock d’ospedali e galere e guerre”, sognatori in incessante rincorrersi e fuggire, “che guidavano da costa a costa settantadue ore per scoprire se io avevo avuto una visione o tu avevi avuto una visione o lui una per scoprire l’Eternità”.
      E’ poesia del “dormiveglia febbrile fra il dentro e il fuori di un corpo” (F.Colombo), dove morte e vita si fondono, vicendevolmente contaminandosi in abbaglianti narrazioni di angosce e sogni, viaggi e incubi, felicità e suicidi.
         E’ poesia della città-mostro che nell’allucinazione indotta dal peyote ricrea alla visione del poeta la divinità antica e diviene Moloch:”incomprensibile prigione”, “sfinge di cemento e alluminio […] la cui mente è pura macchina, il cui sangue è denaro corrente, le cui dita son dieci eserciti, il cui petto è una dinamo cannibale”. Ciminiere e antenne, petrolio e pietra, elettricità e banche, fabbriche che gracchiano nella nebbia…
         Ma il mostro è anche il “Moloch in cui sogno Angeli”: perché l’approdo è insaziato bisogno d’amore e offerta d’amore per tutti gli “orrendi angeli umani”, per ogni vita che è stata vita, capolavoro anonimo e potente; perché “ogni cosa è santa”, e sante sono ”le solitudini dei grattacieli e delle strade”, santa è “la solitaria forza che tutto schiaccia”, santi “i pazzi pastori di ribellione”, e i nostri corpi, e i sofferenti, santa mia madre in manicomio...
Perché, scriverà altrove, il peso del mondo è amore, “sia matto o gelido / ossesso d’angeli o macchine / il desiderio finale / è amore”.
         Ed è poesia dell’amore struggente e rabbioso per la madre (“ho lasciato Naomi alle Parche nella casa di spettri di Lakewood - tutti i violini rotti - il cuore dolorante tra le costole - la mente vuota”).
Per lei è il Kaddish pensato nel chiaro mezzogiorno invernale di tre anni dopo “per la strada assolata al Greenwich Village, downtown Manhattan”. Per lei, morta in manicomio e di manicomio, il poeta dipana all’indietro il ricordo e “in sogno la vita, il Tuo tempo e il mio che accelera verso l’Apocalisse”.
         Ebrea di Russia, venuta dall’Orrore bellico nell’America dai pomodori velenosi, cui la follia genera visioni di Hitler annidato ovunque anche nelle fattezze di Elanor, la sorella dal cuore artritico, “andata prima di te, la Morte v’ha uccise tutte e due, voi due sorelle nella morte”.
         Memoria di lei che gli balza incontro ovunque, fra gli edifici alti come il cielo e “il  cielo là sopra - un vecchio posto blu”. Malmenata nel cuore, mente lasciata indietro. Naomi coi suoi occhi di Russia, i lunghi capelli neri coronati di fiori, il mandolino sulle ginocchia, Naomi con la sua paura di Hitler, i 50 shock elettrici più quelli insulinici e “i tre grossi bastoni su per la schiena, mi han fatto qualcosa all’ospedale, tre grossi bastoni, tre grossi bastoni”. Naomi che ”si era ristretta nelle ossa”, coi suoi occhi di lobotomia, coi suoi occhi, coi suoi occhi, sola.
          Naomi che “non aver paura di me solo perchè torno dal manicomio  - sono tua madre”.
“Ecco, riposa. Non c’è più soffrire per te. Lo so dove sei andata, si sta bene”.               “Spòsati, Allen, non prender droghe. La chiave è tra le sbarre, nella luce del sole alla finestra. Io ho la chiave”: è l’ultima lettera di lei, ricevuta due giorni dopo che è morta, quando il sole è calato su Long Island. “Con amore, tua madre, che è Naomi”.
            CRA CRA CRA di corvi per djembe e voce sola, l’attore è adesso voce e sassofono piangente, è Summertime fatto con la bocca, è inno a un dio assente, “Dio Signore Iddio CRA CRA CRA Dio Signore Iddio CRA CRA CRA Signore”.

Sara Di Giuseppe

06/03/17

"Le scarpe bianche dei poeti". La recensione di Maria Grazia Maiorino per PoesiEnricaLoggi, il Quaderno n. 1 di UT


Conservo, all’inizio di un mio taccuino, la poesia ricopiata a mano che comincia così: “ I poeti sono soli, /col loro inverno / le scarpe bianche per uscire la domenica / le ali stropicciate …” Mi piace ricordarla tra quelle ricevute in anteprima dalla voce di Enrica al telefono o, in altri tempi, per lettera. In confidenza e corrispondenza d’amore per la poesia, sussurrato nelle dediche e vissuto da vicino e da lontano, fedele anche nei silenzi. E questo mi dà gioia ora sfogliando il quaderno n. 1 di UT nella veste damascata della sua bella copertina, bianca e nera come le rondini, come i poeti che sono i loro compagni migranti. Sì, fui colpita in quella poesia dal dettaglio di un candore-ricordo delle nostre infanzie, che balena anche qui, fin dall’ esergo di Holderlin, i cui versi additano lo spirito dei cercatori di consistenza e memoria, sempre in bilico “di terra in terra cercando un’estate lontana”.
Rientro nel mondo di UT attraverso il canto libero di Enrica, unendo anello ad anello, facendone ghirlanda e corona, immagini anche a lei care, parole femminili dalle molte suggestioni, figure di armonia e unione – rose e spine, vita e morte, opposti raccolti nel grembo di un tutto. E’ bello che il florilegio si apra con una poesia sulla madre, ricordata pensando al tema L’oblio: i contorni subito si sfaldano vestendo i colori delle alghe e le iridescenze dell’acqua, trasmutandosi nell’immaginario di una figlia che poeticamente abita il mondo, e si rivolge a lei come al suo “pruno argenteo, / figura senza il tempo”… una forma di giorni, di brine / che tu disfi / perdendo / la memoria / nella stagione / del mio respiro”.
L’alfabeto della poesia è questa continua traduzione del vissuto, questa ricerca di una coincidenza di suono e senso per dire l’enigma di una voce che parla dalle profondità dell’animo umano, dove riposano le grandi universali figure degli archetipi e dei simboli. Dove gli opposti non si elidono ma si completano, dove le soglie sono orli di svelamenti e lo scorrere del tempo è vitale e infinita scoperta. Il microcosmo di un borgo “piccolo come una mano, / grande come un cappello parasole” rispecchia un intero mondo in cui le parole sono palme, sono nuvole e onde, scie e sassi, sabbia e silenzio. Tutti gli esseri appaiono sull’orlo di parole, compresi gli oggetti tirati fuori un giorno per caso dai cassetti della dimenticanza. Ritorniamo al filo rosso dei temi di UT, Il caso, per esempio, emblematico tessitore di coincidenze. Per me ci fu l’intento di dare voce in una piccola ballata a una statuina di terracotta che mi portavo dietro da un viaggio dei vent’anni (e con infantile gratitudine ringraziai UT di questo “battesimo”); per Enrica riaffiorò il vecchio kimono acquistato al mercato di Ercolano: “… questa piccola fortuna / trovata che avevo vent’anni / e tornata qui ed ora / che è quasi carnevale”. E un’altra volta: “la collana di vetro ripescata / rotta nella chiusura / pasticciata / indossata una sera / color di caramella / ricordo di un’amica / da non vedere più. / Un dono estivo, di bancarella”. (L’indiscrezione), affioramento un poco simile alla veste comprata dai cinesi: “Era bella e sottile, piccolo sogno di campana. / Giovinezza in transito per strade di sole.” (La fragilità). Gli oggetti diventano anch’essi paesaggi d’anima, impregnati come sono di noi, delle nostre storie e di quelle dei paesi lontani del sogno e della carta geografica. Il talento di un poeta si rivela magicamente fin dall’infanzia, ha la necessità che il cuore rimanga bambino, e qui il mistero è affidato a un tenerissimo ricordo che risuona nel dialetto del paese natale, Monsampolo del Tronto, nella poesia intitolata “Da frchina”, in cui la bambina sente per la prima volta le corde “parlare” uscendo dalla pancia di legno di una chitarra, “cuoricino mio sprofondato!”
Il poemetto della neve nasce dalle acque tumultuose e debordanti di un sogno, specchiandosi nell’amore di mandorla amara per la sorella Marisa alla quale è dedicato. Il medium fra sé e l’altra è la neve, presenza polisemica oscillante tra fantasia e pietas, tra stupore e gelo, ricordi sepolti e desiderio infinito di parole che possano ammantare, esprimere la bellezza di ogni dettaglio, sciogliere nodi e aprire a un’altra riva del mondo. E’ una poesia di metamorfosi e anelito alla trasparenza, un monologo interiore che, nell’impossibilità di un dialogo vero, ricostruisce il rapporto donando generosamente l’intimità del suo sentire cosmico e musicale. A chi? Questo il poeta non lo sa, ma è fiducioso che a qualcuno la sua parola possa arrivare.

Ho sognato a volte i fiordi
scesi in un mio nome straniero
nel mio nome che viene da lontano.
Ma tu non puoi vedere, sei tutta nel mio racconto
sono un minuscolo aedo, ho la voce più chiara.
Mutano
Le mie fattezze, perché la neve
va sciogliendomi il viso, mi cambia
in una delle sue facce
di calce tenue, un impasto
che serra e che apre
a un’altra riva del mondo”.

Credo che nello spazio si librino tante domande disperate, inevase, oscillanti dagli uni agli altri e che, se ciascuno – a suo modo e secondo le proprie capacità – cominciasse ad affrancarle da quella disperata ricerca, fornendo loro una risposta, una dimora, non ci sarebbe una tale terribile messe di domande senza un tetto. E non c’è legislazione sociale che possa rimediare a questa loro condizione di senzatetto”. Leggo questo passo nel Diario di Etty Hillesum (Adelphi 2012), mentre sosto tra i versi di Enrica Loggi e mi viene spontaneo concludere con questa citazione, perché sono convinta che essa si addica al suo modo di accogliere la molteplicità delle voci che salgono a noi dall’invisibile, riscattandole dalla condizione di senzatetto e dando ad esse nascita e dimora nell’interrogazione ininterrotta in cui consiste ogni autentica poesia.

Maria Grazia Maiorino


24/02/17

Isabel Allende e "Afrodita". Serata conversazionale con Vincenzo Di Bonaventura


 “Conversazionale” lo è sempre, una serata con Di Bonaventura: che disegni le stagioni tragiche di un secolo ferito attraversandone poesia e teatro e romanzo, o che trascorra con leggerezza fra pagine di erotismo e appetito frizzanti come un “rondò capriccioso”, sempre la conversazione dell’attore-solista è raccordo e dialogo col suo pubblico, sollecitazione, aneddoto, illuminazione.
       Il Teatro dell’Arancio, piccolo gioiello del paese antico, di lontano buon restauro e di negletta manutenzione e dimenticato utilizzo, vive stasera come per miracolo, avvolgente affettuoso malinconico: potrebbe risplendere tutto l’anno, affidato che fosse alla dedizione e sapienza di questo “testimone”. Accadrebbe, se ci fosse intorno altra realtà: altro paese, altro territorio, altra amministrazione, altra politica, altra visuale.
    Oggi l’attore veste idealmente panni femminili, per questa “Afrodita” nata dalla penna di Isabel Allende e dal suo viaggio dei sensi “là dove i confini tra l’amore e l’appetito sono talmente labili da confondersi completamente”.
       Con la femminilità dell’autrice - e, peculiari della donna, la sensibilità l’ironia il cinismo - si amalgama senza sforzo, ci dice Vincenzo, quella “parte femminile” che è complemento inscindibile della sua personalità di uomo. “A 12 anni sembravo una bambina”, ricorda, tanto da doversi difendere a suon di botte dal bullismo dei compagni; picchiò forte, alla fine, non senza aver prima raccolto intorno a sé la claque dei bulli (“ero già un circense, volevo il pubblico”): salvo piangerne a dirotto dopo, a scazzottata vinta. “Poi a 18 anni mi innamorai di Silvia, la figlia del preside, dalle fattezze amabili”, con decisiva conferma - fra un tripudio di versi leopardiani - della propria identità sessuale.
       Il suo occhio è dunque stasera di attore-testimone ma anche “di madre”, guidato da quella “tenerezza aspra” che attinge alla tradizione dei saggi, ai valori alti della vita e dell’essere.



    Dalla scoperta che “ogni mio ricordo è legato ai sensi” - scrive la Allende - nasce quest’esigenza di esplorazione della “memoria sensuale”, contenitore che accoglie ricordi infantili, come l’aroma di violetta magicamente legato alle pastiglie della zia Teresa, “quella che si trasformò in angelo e quando morì aveva germogli di ali sulle spalle”; o l’afrore dei ricci di mare legato al suo primo acerbo affacciarsi alla sensualità. E dove albergano memorie adulte: una disordinata stanza parigina e un uomo, proustianamente emergenti dall’odore di baguette, prosciutto, formaggio francese e vino del Reno; e altri aromi e altri cibi evocanti ciascuno un fantasma desiderato “a infondere una certa luce malandrina alla mia età matura”.
     Non posso separare l’erotismo dal cibo e non vedo nessun buon motivo per farlo, scrive Isabel (e “il vincolo tra cibo e piacere sessuale è la prima cosa che impariamo quando nasciamo”).
       Muove da qui l’avventuroso ironico immaginifico viaggio tra cibo ed eros, fascinosa indagine intorno a sostanze, trucchi, magie esplorati dall’umanità in un’infinità di percorsi dalla notte dei tempi per dare alimento al desiderio amoroso.
     Ricerca degli afrodisiaci nella storia, nelle culture, nell’immaginario che fa di questo libro, con le sue ricette “erotizzanti”, solo in piccola parte un ricettario di piatti e ingredienti erotizzanti (ma nel sambenedettese supermarket - sedicente libreria - l’hanno piazzato alla voce… Cucina!).
      Gli “afrodisiaci”, dunque: tenuti in gran conto nelle società patriarcali e in tutte le fallocrazie, funzionanti per analogia o per immaginazione  –  “l’immaginazione è un demone tenace”  –  talvolta sostenuti da basi scientifiche, sono “il ponte gettato tra gola e lussuria”, così come la relazione tra cibo e sesso è associazione inevitabile in tutte le culture.
       E se a nessuno oggi viene in mente di impastare pinne di pescecane e testicoli di babbuino, zampe di koala e polvere di scarafaggio in un teschio d’impiccato - d’incerta reperibilità e poi “se perdiamo tempo ed energie nell’elaborare afrodisiaci e sostanze orgiastiche difficilmente potremo goderne i frutti” - è pur vero che “viviamo ossessionati da un instancabile appetito di sensazioni […] e nella fretta di divorare tutto abbiamo interrotto il collegamento tra anima e corpo”.
       Questa sera non c’è dunque, come in altri Marte-dì, un romanzo che si fa teatro - un azzardo per chiunque, non per il nostro attore solista - ma un libro di “Racconti, ricette e altri afrodisiaci” che diviene narrazione, curiosità, riflessione e ironia, storia e tradizione, in una mimesi totale dell’attore con l’io narrante: non ci stupirebbe sentirlo parlare con voce femminile.
         E potremmo cominciare a mordicchiarci le orecchie l’un l’altro, se è vero - e lo è - che il più potente afrodisiaco è il racconto. Lo sapeva Shahrazàd, che con la sua abilità affabulatrice salvò se stessa dal feroce sultano e raggiunse l’immortalità. Lo sapeva Cyrano, “il famoso uomo brutto attaccato a un naso” capace di innamorare una donna con la magia della parola (perché ne godesse un altro) ma, maschilmente ahilui poco accorto, non capì che se avesse mormorato i suoi versi all’orecchio della fanciulla, quel naso sarebbe apparso a lei come un simbolo erotico…
       Se appetito e sesso “sono i grandi motori della storia”, e provocano guerre e informano le religioni, la legge e l’arte, la conclusione del viaggio “dopo aver fatto un paio di giri completi nel mondo degli afrodisiaci” è la conferma che l’afrodisiaco vero, unico, indistruttibile, è l’Amore. E, con esso, tutto ciò che è bello sublime sano.
       Ed è forse perché le donne posseggono più dei maschi il senso del ridicolo, che l’autrice - prima di tuffarsi di testa in eccitanti ricette di Calamari luculliani e Crèpes del sibaritaCharlotte degli amanti e Gallinella romantica, Tentazioni di salmone e via erotizzando - conclude il suo viaggio - e l’attore solista il suo racconto - narrando di Colomba, nome fittizio di una reale, prosperosa fanciulla sua amica, dalle “natiche turbolente e dalle rubiconde braccia da valchiria” (quasi una burrosa Eve di Botero) e della passione suscitata da quella prorompente fisicità nel maturo professore di Storia dell’Arte all’Università.
       Di come questi, tra descrizioni del Bacio di Rodin e delle Bagnanti di Renoir e letture ad alta voce de L’amante di lady Chatterly,riuscisse a condurre l’amata in  un picnic nel bosco a base di saporite prelibatezze e ghiottonerie e bevande afrodisiache, a bordo della Due Cavalli, una macchina di latta “che sembrava un incrocio fra una scatola di biscotti e una sedia a rotelle”  
      Di come nel giro di poco, Colomba si trovasse priva dei suoi veli, immantinente seguita dal professore… ma, incapace di trattenere il riso di fronte ad un “omino magro e peloso con un cetriolo tanto gagliardo”, liberatasi dal goffo abbraccio si mettesse a correre, provocandolo e ridendo come quelle mitologiche creature dei boschi che appaiono sempre accompagnate dai fauni.
     Di come infine, tornati ansanti e nudi al luogo del picnic, scoprissero che vestiti e Deux Chevaux erano stati rubati, e tutto ciò che restava era il cappello di paglia italiana di Colomba vicino al salice piangente…


“… sognai che posizionavo Antonio Banderas
  nudo su una tortilla messicana,
  lo condivo con guacamole e salsa piccante,
  lo arrotolavo e me lo mangiavo con avidità.
  Mi svegliai terrorizzata”
  I.Allende,  Afrodita, 1997

Sara Di Giuseppe


21/02/17

"Come un uovo". La Parsons Dance a Civitanova Danza


           E' come un uovo, contenitore in natura pieno per oltre il 98% del suo spazio, il Teatro Rossini di Civitanova questo sabato sera E si capisce perché: si vince facile con Parsons Dance, la richiestissima compagnia di fama mondiale, leader nella danza post-moderna a marchio USA.
      Danza ad alto tasso vitaminico, interpreti dall’acrobatica vitalità unita a solida preparazione tecnica, coreografie di accattivante virtuosismo. Non occorre essere pubblico specializzato, né cultori della Danza nella sua dimensione più alta, per godere con franco piacere di quest’ora e mezza di puro spettacolo.
      Ma è proprio l’uovo, pardon, il contenitore Rossini a privare la serata di una fetta abbondante della sua potenziale godibilità.
      L’inadeguatezza di questo teatro ad ospitare degnamente spettacoli pur di ottimo livello è percezione non nuova benché stavolta più acuta anche per via del folto pubblico.
      Comincia dalla struttura stessa della platea: malamente progettata, ideale a far sì che da una fila all’altra ci si copra vicendevolmente la piena visuale del palco (e vorresti che quelli delle file davanti avessero lasciato a casa le teste).
      Prosegue con la tortura di strette poltrone sprofondate a terra: essere piccoli non aiuta, ma non vedi per intero il palco neanche se sei una stanga (e se lo sei quello dietro ti ghigliottinerebbe volentieri).
       Si resta increduli per l’assenza di guardaroba, che se c’è non è aperto, non è segnalato e nessuno l’ha visto: si rimane intrappolati nelle strette basse poltrone con le masserizie invernali addosso come sfollati, cercando di non affogare sotto cappotti sciarpe cappelli tuoi e del vicinato.
       Si soffre l’assenza di un pur minimo controllo di sala: ad orario di inizio (qui da noi sempre teorico) già superato, il pubblico vagola tra file e poltrone, a passeggio i maleducati, in cerca del posto gli smarriti, la confusione aumenta anziché scemare.
       Immancabili invece i Vigili del Fuoco: fra tante “assenze” spiccano - onnipresenti chissà perché - nelle pittoresche divise: figure bonarie e inerti, certo richieste dal regolamento, ma d’imprecisata utilità. Comunque meno inquietanti delle coppie di Carabinieri di una volta.
       Fanno il resto l’arretrata gestione dei biglietti (chi li ha acquistati on line - con sovrapprezzo! - non può stamparli da casa, e va ad allungare la fila al botteghino), e il circuito vizioso per il quale ogni nostro teatro si adegua, di conseguenza avallandola, alla mala-educazione di chi vede nel rispetto dell'orario un ingombrante optional: nei pianeti civili dove le cose cominciano con puntualità, troverebbero chiuse le porte del teatro e sciò, filare a casa.
       Si fa buio in sala quando la speranza sembra perduta. Che la festa cominci. E festa è davvero l’ariosa presenza scenica dei danzatori, capaci di attrazione mimetica che ti trasporta idealmente in scena e ti fa quasi muovere con loro.
       Le sei performances recitano linguaggi variegati in effervescente mescolanza di generi e stili. E’ la pura espressività corporea di Finding Center, vitalissimo intreccio e comunicazione di moti immersi in una sonorità percussiva e martellante. E’ la pulsante Union che pare fondere in onirica lentezza i corpi fino a tradurli in “unico organismo pulsante”. Sono gli spunti drammaturgici trascoloranti nella contenuta intensa sensualità diUnexpected Together. E’ la forsennata vitalità del conclusivo In The End. E’ il generoso allegrissimo bis di questi incredibili mai stanchi ballerini, perfino più scatenati alla fine che all’inizio, nell’offrire ancora un breve ri-assaggio del gioco di buio e luce dei danzatori in aria. 
       La luce, già: protagonista anch’essa della scena quasi al pari dei ballerini, ancor più quando si fa assenza, e nel buio di Hand Dance mani e braccia si muovono luminose, pennellando forme disegni fantasie che ricordano le suggestioni del Teatro Nero; o quando, nella modalità stroboscopica di Caught, segue l’assolo della danzatrice trascorrente dal buio agli improvvisi flash in cui sembra danzare sospesa nell’aria: genialità creativa unita al virtuosismo della bravissima prima ballerina, che è anche la sola italiana del gruppo e strappa ovazioni a scena aperta e strilli fuori controllo stile pubblico-di-Amici.  
       Spettacolo brillante, ricco, comunicativo: missione riuscita, quella di David Parsons che nel creare la sua Compagnia nel 1987 intese portare la danza moderna al più ampio pubblico possibile, attraverso un’attraente miscela di sapienza coreografica, energia, teatralità.
        La DANZA, poi, quella che si ama, che entra dentro, che emoziona e sconvolge, che non si dimentica…quella è un’altra storia.

Sara Di Giuseppe

16/02/17

Gran Galà Armonie della sera dedicato a Johann Sebastian Bach Sette pianisti per sette Concerti di Bach, accompagnati da I Solisti Aquilani, al Teatro dell’Aquila di Fermo per l’evento musicale dell’anno


I tempi per l’Arte e la Musica nelle Marche, dopo le gravi calamità naturali, non sembrano dei più favorevoli e l'appuntamento inizialmente previsto per lo scorso 3 dicembre e poi rinviato a causa degli eventi sismici, è stato riprogrammato per domenica 19 febbraio, alle ore 21.00. Una grande serata al Teatro dell’Aquila di Fermo con il ritorno, per il terzo anno consecutivo, del Gran Galà armonie della sera, dedicato in questa occasione a Johann Sebastian Bach. Inserito come finestra del festival armonie della sera – Winter edition, volto a valorizzare “La Grande Musica nei teatri storici delle Marche” per affiancare il celebre omonimo festival estivo giunto alla tredicesima edizione ed attento a valorizzare, con i concerti di musica da camera, alcuni tra i più suggestivi luoghi delle Marche. Un modo per far meglio conoscere anche i magnifici teatri marchigiani e la Grande Musica. Un'arte che a quanto pare spaventa ancora molti giovani e non nella nostra regione che pur ha dato i natali ad alcuni tra i più grandi compositori degli ultimi tre secoli.
La serata fermana, ideata dal pianista e direttore artistico Marco Sollini, prevede l’esecuzione integrale dei Concerti per tastiera e orchestra di Bach con la prestigiosa collaborazione dell’Accademia Pianistica Internazionale “Incontri col Maestro” di Imola, istituzione del settore tra le più accreditate a livello mondiale.


I tre giovanissimi pianisti allievi dell’Accademia di Imola Federico Ercoli, Nicola Losito (vincitore, tra l’altro, del Concorso “Coppa Pianisti” di Osimo del 2015) e Francesco Grano affiancheranno quattro pianisti marchigiani dalla consolidata carriera quali Cecilia Airaghi, Gianluca Luisi (vincitore del Concorso Bach di Saarbrucken nel 2001), Salvatore Barbatano e Marco Sollini che aprirà la maratona” bachiana col celebre Concerto in re minore BWV 1052; il duo Sollini-Barbatano aveva già nel 2009 dedicato un CD all’incisione integrale dei Concerti di Bach per due tastiere e orchestra, pubblicato dalla rivista “Amadeus.
Al Teatro dell’Aquila di Fermo si succederanno uno dopo l’altro sette pianisti per due ore di musica che vedrà, ad accompagnare i pianisti solisti, la celebre orchestra da camera de I Solisti Aquilani, diretta in questa occasione dalla marchigiana Cinzia Pennesi.
Un’opportunità unica per ascoltare tutti in una volta i Concerti bachiani, summa dell’arte compositiva classico-barocca, musica davvero immensa e la cui profondità si rivela terapeutica e tranquillizzante, note celestiali che guardano al supremo, per apprezzare la bellezza di un teatro storico dalla magnifica acustica.
Iniziate le prevendite, presso la biglietteria del Teatro dell’Aquila a Fermo, per quello che si preannuncia davvero come l’evento musicale dell’anno nella provincia fermana e non solo. Una serata che richiede molti sforzi all’Associazione Marche Musica che organizza il concerto, in collaborazione con il Comune di Fermo, e che non mancherà di richiamare estimatori da tutta la regione.

06/02/17

Nota di lettura su “Un punto di biacca” di Anna Elisa De Gregorio


In questa nuova raccolta di poesie Anna Elisa si racconta e ci racconta un presente che oscilla tra dimensioni mobili passate e future, e si dipinge attraverso un tessuto di parole e richiami, rimandi tra di esse. Un verso armonico, leggiadro e veritiero ci restituisce, in mezzo a svariate descrizioni, citazioni pittoriche, da Vermeer a De Chirico, il ritratto minuzioso che Anna Elisa lascia di sé: una poetessa che sa come darci il suo profilo, la sua eleganza e novità attraverso un fraseggio composito e denso di significazioni. La vicenda personale vive rispecchiata in locuzioni molteplici, che illustrano, dai dipinti alla traduzione delle minute esperienze quotidiane, l’aspetto interiore, il rispecchiamento, che Anna Elisa ci porge in maniera originale, unica. Ne consegue uno speciale ritornare sulle proprie parole che maturano via via, nel cuore del verso che diventa per chi legge esperienza millimetrale che si diffonde e conquista a poco a poco.
Il “punto di biacca” è l’emblema di un’espressione pittorica, che culmina in una dimensione infinita, sia per l’arte che per la poesia: è il dolce suggerimento che Anna Elisa semina di sé, perché il lettore conosca le sue orme e arrivi fino a lei, che tratteggia il diario della sua e della nostra vita con estrema filosofia. Viene invocato Eraclito in esergo, e tutto ciò che passa e fugge in mezzo e a causa dell’armonioso disordine del nostro esistere. E’ da questo assioma che la poetessa parte, come da una tela di Penelope che lei tesse per il ritorno di chi può amarla, obbedendo a una proposta discreta e suggestiva, a un’immagine in cui lei che scrive si riflette e chiama a raccolta le voci della poesia. Una poesia che è una filigrana, una doratura continua, un rinvio all’espressione a volte furtiva e anche ironica che ci rivela la trama di un’arte che il tempo non può spegnere, e a cui la vita non rinuncia.

Enrica Loggi


L’acqua ha strisce di blu
che a scuola di disegno
si chiamava “oltremare”,
nel suo andare indolente
becchetta un sasso bianco
il solito gabbiano.
E’ così che comincia
l’incendio nella macchia:
un pennacchio benevolo,
che è quasi una domanda.
Da battistrada il vento
sulle ginestre ardenti
e, di seguito, l’alba
infettata dal fumo.
Mai rassegnata torna
l’estate dopo un anno.
Come una migrazione
folle, mille farfalle
(sembrano margherite)
ripetono la vita
sopra i greppi anneriti.

Anna Elisa De Gregorio, “Un punto di biacca” (La Vita Felice, 2016)