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06/01/21

BOCCIAMOLE!

 

Fossero mancate conferme all’essere le amministrazioni regionali (oltre che in sé - post riforma del Titolo V della Costituzione - anche per la qualità dei personaggi che le rappresentano) la peggior calamità d’Italia dopo il Covid, la gestione dell’emergenza da parte di queste ce ne ha date e ce ne dà di ampie e generose.
 
L’ultima in ordine di tempo a farne le spese è la Scuola: della quale a nessun governo centrale e soprattutto regionale è mai importato una cippa, tanto da averla nel tempo sistematicamente spogliata e depauperata di risorse e qualità (una popolazione ignorante si sgoverna meglio), ma che da un anno in qua si ritrova più contesa della secchia modenese.
 
L’apoteosi è di oggi. Riapertura delle scuole indicata il 7 gennaio dal Ministero, poi il tira e molla delle Regioni costringe a cedere sull’11, ma ecco che alcune Regioni “si sfilano” (come dicono i giornalisti che loro sì, l’italiano lo sanno) e per alcune di quelle no, non va bene, la riapertura slitterà ancora; in qualcuna (Friuli, Veneto, Marche, forse altre) addirittura al primo febbraio, e comunque si procederà in ordine sparso (il motto di ciascun presidente-sgovernatore: faccio-come-mi-pare-dunque-sono).

[Ben vengano intanto nelle Regioni del Nord le riaperture delle piste di sci il 18, così la settimana bianca di studenti e famiglie è salva, giacchè sono in vacanza].

In terra papalina - ex ma non tanto - la giunta regionale marchigiana (a cui manca solo un renziano per peggiorare, se possibile) in piena sindrome compulsiva da comunicato stampa (ne sforna due al dì, prima e dopo i pasti, solitamente uno del presidente e uno dell’assessore di turno, su identico argomento e quasi con le stesse parole, i giornali lo sanno e solerti gli tengono il posto) per bocca del suo presidente annuncia che i fortunati studenti marchigiani torneranno a scuola il 31 gennaio (domenica). Voleva dire il primo febbraio. E la pensosa assessora esterno-ergo-sum ci aggiunge - stesso giorno stessa stampa - il suo bravo comunicato: “Basta con le altalene che ci impone il Governo” e bla bla.
 
Senonchè la poverina, in stato confusionale da eccesso di esternazioni, non si accorge o non gliel’hanno detto, che le altalene non le ha imposte il governo, il quale sull’argomento ha dato linee di indirizzo ben precise
* ma sono i geni che amministrano la Regione, cioè loro, a voler fare dell’incolpevole scuola - e non solo! - terreno di scorribande per l’esercizio del potere.
 
Non contenti di sgovernare la Sanità pubblica - nella migliore tradizione delle Amministrazioni Regionali post 2001 - la scuola torna loro utile come un’aia dove poter razzolare a piacimento.
Tanto l’istruzione è l’ultimo dei loro problemi: lo dimostrano, fra l’altro, anche col desolante linguaggio dei comunicati a pioggia, dalla responsabile ahinoi della Cultura all’assessore prestato dalla Polizia alla Sanità (Marchigiani statesereni) e via a tutti gli altri impudicamente comunicando: altalenante (quello sì) dalla povertà pura e semplice alla scopiazzata pomposità sotto vuoto spinto del politichese/aziendalese.
 
E mentre frignano perché la scuola riapre troppo presto (eh già, fosse mai che ricominci a circolare qualche congiuntivo disperso) non li sfiora l’idea che il problema non sono i contagi a scuola (il 2% dei focolai del Paese secondo l’ISS) ma tutto ciò che alla scuola gira intorno per consentirne la fruizione.

A cominciare dai trasporti.
 
E che, invece di pigliarsela col governo tiranno, la ministra, nonna Abelarda e la Banda Bassotti, potrebbero - certo sottraendo spazio agli imperdibili loro comunicati - guardarsi intorno.
 
Si accorgerebbero che oltre ai mezzi privati da utilizzare per il trasporto scolastico (come hanno fatto Toscana e Lazio) c'è una quantità di mezzi militari da convertire alla bisogna e che questi, oltre a risolvere gran parte del problema (sono perfino completi di autisti e benzina, molti sono anche 4 x 4 per le zone impervie), avrebbero finalmente uno scopo più dignitoso che quello di accompagnare soldatini in maschera a giocare alla guerra o a fare le inutili scorte.
 
Dopo di che, saggiamente e definitivamente, bocciamole senza esami di riparazione, queste calamitose Regioni.


* "La scuola deve restare aperta: decisioni diverse non sarebbero comprese; la scuola ha un ruolo fondamentale" 
     (Lucia Azzolina, 5 gennaio ’21 - Ansa.it)
 
Le immagini appartengono ai legittimi proprietari e sono utilizzate al solo scopo di corredare il testo
 
Sara Di Giuseppe - 6 gennaio 2021

19/12/20

MA SIAMO SICURI?...

        “L’esponente caratteristico delle alte sfere odierne è intellettualmente mediocre, qualche volta in maniera consapevole, ma pur sempre mediocre”
        
(Ch.Wright Mills, 1956)
 
 
        Storicamente accade che nelle grandi famiglie ci sia prima o poi il figlio o l’erede scemo, o più d’uno. Vedi gli Agnelli eccetera. I Guzzini a loro volta furono casalinghi e illuminati, e il loro marchio fu iconico. Poi fatalmente può arrivare il discendente che derazza, anche senza eguagliare le res gestae di un Lapo.
        Senonchè per un curioso fenomeno tutto italiota, la patente d’imbecillità congiunta all’appartenenza a grandi e mercantilmente blasonate famiglie qui fa curriculum e forma carriere.
Così si arriva, come il Guzzino in questione, a ricoprire almeno la presidenza di Confindustria Macerata (per ora). Da qui alla sparata infelice il passo è breve: la voce dal sen fuggita - “Se qualcuno morirà, pazienza” - fa il giro del Belpaese che s’indigna come un sol uomo, e prima che sia riuscito a ingoiarsi la lingua, il Nostro si vede costretto a lasciare la carica, chiedere scusa e bla bla.

        E un po’ forte di certo lo è, uscirsene a dire che pazienza un po’ di morti (più importante salvare l’economia, è il mercato bellezza, questo più o meno l'illuminato guzzinian retro-pensiero).

        Ma siamo sicuri che il guzzino nostro non sia stato solo meno prudente e falso degli altri? Siamo sicuri che quel che lui ha avuto la balordaggine di lasciarsi sfuggire di bocca, gli altri - cioè (quasi) l’intera galassia imprenditoriale, nonchè una certa opinione pubblica qualunquista reazionaria e retriva - non l’abbia sempre pensato?
        Confindustria non poteva far spallucce, la faccia(ta) è tutto in certi ambienti, ma davvero pensiamo che in generale i nostrani imprenditori si lascino impensierire più dal costo in vite umane di questa catastrofe che dal costo della stessa in termini di fatturato?

Sono i meno penalizzati, loro: ristori, dilazioni e casse integrazioni (intascati da molti anche senza averne bisogno) non sono mancati eppure essi sono i primi a frignare (“è poco, non ci basta”) e vien fuori l’anima profonda di un’imprenditoria incapace - non ci sorprende - di guardare oltre il proprio particulare e i conti in banca.
Eccezioni ci sono, ma poche.
 
        Indigeribile è l’ipocrisia degli scandalizzati e degli indignati: anime belle della politica, degli affari, del giornalismo, e non è un caso che il giovin guzzino abbia quasi rubato la “battuta” a compar Toti, sgovernator di Liguria e diretto discendente delle logiche da barattiere del Caimano: anche per Toti, tempo fa, “pazienza i morti”…

        Che tutto ciò possa accadere, e che addirittura una parte dell’opinione pubblica - seppur piccola, speriamo - trovi veniale il peccato (magari perché questi personaggi “danno lavoro”) significa aver smarrito l’unico orizzonte possibile, che veda l’uomo sempre come fine e mai come mezzo; ed essere a un passo da quella “società ottusa” nella quale non più l’uomo è misura di tutte le cose - come nell’antica filosofia - ma sono le cose ad essere misura dell’uomo,
“senza che vi sia un limite al suo essere strumentalizzato e sacrificato in nome delle cose stesse” (P.Ercolani, Figli di un io minore, 2019).
 
 
Sara Di Giuseppe - 18 dicembre 2020