“CIASCUNO A SUO MODO”
Scandalosa-mente
da
Luigi Pirandello
Officina Teatrale Aikot 27 - Gruppo Teatrale Aoidos
Grottammare – Ospitale delle Associazioni
16 maggio 2026
Regia
Vincenzo Di Bonaventura
Non c’è che Di Bonaventura – e ci dispiace per gli altri – per maneggiare un autore così poco rappresentato (occorrerebbe un centinaio di attori) come il Pirandello di Ciascuno a suo modo. E per rendere quella, a 102 anni dalla prima rappresentazione, una delle opere di più sconvolgente attualità per ciò che attiene alla qualità delle vicende umane: in ogni tempo, e più ancora nel nostro costantemente sul labile confine tra normalità e follia.
Più numerosi del solito, noi privilegiati spettatori: una rarità, in questo inospitale Ospitale di feroci neon macelleria-style che solo il palco in larice “vincenzianamente” autoprodotto e i manifesti di tante poderose serate come questa riescono a rendere meno tragico.
Ciascuno a suo modo, dunque: raccapezzarsi è impegnativo, in una trama di arzigogoli come solo Pirandello.
“Tragedia annegata in farsa” - parole dell’autore stesso - che è metateatro, è commedia “a chiave”, è formidabile metafora dell’arte che copia la vita e del suo contrario: è tutto questo e di più, perché come osserva Vincenzo nello “spazio conversazionale” col suo pubblico, “questi drammaturghi del ‘900 erano micidiali”, pensiamo a D’Annunzio col suo La nave che neanche i colossal del cinema, più tardi.
E con reazioni di pari portata nel pubblico, detrattori e sostenitori, vere gazzarre anzi.
(Non succede più da un pezzo, che ci s’accapigli fuori e dentro un teatro, per il teatro stesso: succedesse di nuovo, significherebbe che stiamo migliorando o guarendo; ma fin qui le liti sull’arte hanno il sapore marcio degli interessi di politica, di bottega, odore di palazzi…veneziani; arte e cultura se ne tengono alla larga).
Nella ri-scrittura scenica del dramma pirandelliano la cornice si affida oggi all’invenzione, tutta vincenziana, di un’emittente radio (emblematicamente, Radio sòla, mai nomen fu più omen), la cui conduttrice dal gorgheggio glamour d’ordinanza introduce gli ascoltatori/spettatori all’intricata vicenda che andrà in scena.
Come nel copione originale, anche qui il pubblico riceve il fac-simile della prima pagina di un "Giornale della sera" recante l’avviso che la rappresentazione odierna trae spunto da un pietoso fatto di cronaca recente, il suicidio del giovane pittore Giacomo La Vela per il flagrante tradimento dell’attrice e - va da sé - femme fatale Amelia Moreno col barone Nuti (a sua volta promesso sposo della sorella del pittore…).
[Oggi succederebbero carneficine per meno...]
Da qui in poi la scena rientra nei binari tracciati dal copione: dramma in due o forse tre atti, imprecisione dovuta - chiarisce l'autore - ai probabili incidenti che forse ne impediranno l’intera rappresentazione…
Incidenti che puntualmente ci saranno, e impediranno lo svolgersi del terzo atto. Perché il conflitto è qui non fra Attori e Capocomico come in Sei personaggi, ma fra Spettatori da una parte e Autore e Attori dall’altra; e perché, udite udite, fra gli spettatori ci sono le stesse due persone alla cui vicenda il dramma s’è ispirato - la fedifraga Amelia e il Nuti suo amante - ed essi si riconoscono nella Delia Morello e nel Michele Rocca del dramma teatrale e se ne indignano, coinvolgendo nella protesta e nel clamore il pubblico in sala.
[ Intanto per questo primo intermezzo si raccomanda sopra tutto la naturalezza piú volubile e la piú fluida vivacità. È ormai noto a tutti che a ogni fin d’atto delle irritanti commedie di Pirandello debbano avvenire discussioni e contrasti. Chi le difende abbia di fronte agli irriducibili avversarii quell’umiltà sorridente che di solito ha il mirabile effetto d’irritare di piú]*
Sulla scena, intanto, s'è svolto lo psicodramma dei personaggi: intenti a cavillare e ad interpretare ciascuno a suo modo i fatti di cui sono in parte protagonisti in parte testimoni; a tentare di dar forma ad una realtà che è sempre oppostamente interpretabile (scolpita, in Così è se vi pare, dal raggelante Per me, io sono colei che mi si crede) e perciò stesso inconsistente e inafferrabile.
Ecco allora Doro e Francesco sostenere - nel giudizio intorno al tradimento di Delia e Michele ai danni del fidanzato di lei e al suicidio che ne è conseguito - punti di vista opposti, e ritrattarli poi in un breve volgere di tempo: sovvertendo così il proprio precedente giudizio - in ciò trovandosi l’uno ad abbracciare la precedente opinione dell'altro - e dandosi vicendevolmente del pulcinella e del pagliaccio, con inevitabile - per l’epoca - sfida a duello benchè solo “al primo sangue” e non all’ultimo.
[I disaccordi hanno bisogno della necessaria imbecillità, aveva chiosato poco prima Vincenzo attualizzado l’assurdo di un reale che l’arte si incarica di svelare impietosamente].
Con l’ingresso di Diego, amico di entrambi i contendenti, e nella catena di riflessioni che questi innesca, la commedia si fa a tratti dialogo filosofico (La vita, dentro e fuori di noi - andateci, andateci appresso! - è una tale rapina continua, che se non han forza di resistervi neppure gli affetti piú saldi, figuratevi le opinioni, le finzioni che riusciamo a formarci, tutte le idee che appena appena, in questa fuga senza requie, riusciamo a intravedere!).
E mentre gli interpreti del dramma - “Amleti in panni borghesi” - filosofeggiano intorno all’accaduto e alle sue dinamiche, al termine del secondo atto i veri protagonisti del fatto di cronaca scateneranno il putiferio in sala anche fra gli spettatori che vedranno la Moreno, invano trattenuta dai tre amici, attraversare di corsa il corridojo e precipitarsi sul palcoscenico. Ora verrà dalla sala un clamore di grida e d’applausi, che infurierà sempre piú, sia perché gli attori evocati alla ribalta non si saranno ancora presentati a ringraziare il pubblico, sia perché strani urli e scomposti rumori si sentiranno attraverso il sipario sul palcoscenico, e piú forti si sentiranno qua nel corridojo.**
Nel generale tumulto la rappresentazione viene interrotta, come l’autore aveva previsto. La vicenda reale, divenuta essa stessa azione drammatica, l'irruzione lacerante della vita nella finzione scenica ha reso indistinguibile il confine tra verità e finzione, scomposto i meccanismi teatrali tradizionali facendosi perciò stesso riflessione sul teatro: in una parola, metateatro.
Impresa da far tremar le vene i polsi, quella di Di Bonaventura e dei suoi attori, nel rendere fruibile un dramma tra i più complessi del teatro pirandelliano.
L’ironico, disincantato, "loico" Diego, gli irruenti e sanguigni “duellanti” Doro e Francesco, il collerico Nuti e il suo doppio teatrale Michele Rocca; le figure femminili, la pittoresca conduttrice di Radio Sòla, l’enigmatica Delia/Amelia, l’ansiosa donna Livia, le giovani ospiti, la timida giornalista: ogni interprete assume su di sé ed elabora con passione e misura, restituendoli in tutta la loro complessità, i chiaroscuri dell’universo pirandelliano, la poliedricità dello sguardo, l’amara constatazione di una solitudine che imprigiona - Crediamo di intenderci; non ci intendiamo mai! – in un groviglio insolvibile, che è la vita stessa, di incomprensioni e sconfitte.
* Dal copione di "Ciascuno a suo modo", Primo intermezzo corale.
** Ibidem, Secondo intermezzo corale
Sara Di Giuseppe - 18 maggio 2026
Nessun commento:
Posta un commento