giovedì 19 giugno 2014

“Allora eravamo un po' giovani”. Ugo Gregoretti alla Festa di Radio3 di Perugia

Giovanissimo, l’ottantaquattrenne Gregoretti che sul palco del Teatro del Pavone si lascia strapazzare, sornione e ironico, dal sulfureo duo Della Casa-Mulas; capelli lunghi, camicia rossa, vistose bretelle, e quella voce immutata che se chiudi gli occhi lo vedi ancora trentenne (durante l’intervista scherzerà su un “gli ultraottuagenari a rischio è bene rimangano a casa”, ascoltato la mattina in tv).

Scoppiettante inizio, col siparietto dell’impagabile Efisio Mulas (“attore perennemente disoccupato di vaga origine sarda”) dalla platea pirandellianamente in cerca del suo “autore”: reclama d’aver penato per trovare ‘sta “RadioEuropa” (e lo sconfortato Della Casa: “Pensavo d’averla depistata, signor Mulas...”), d’essersi perso tra Abruzzo, Marche, Umbria, e Radio Subasio e Radio Centro Suono e chissà che altre radio locali, ma che adesso finalmente l’ha trovato il suo autore e quindi se lei mi permette dottor Gregoretti, vorrei fare un provino con lei per il film che sta girando, e quindi guardi, io salgo sul palco.
Ed eccoli, i due buontemponi di Hollywood Party, alla destra e alla sinistra di Gregoretti, mentre sullo schermo alle loro spalle scorrono senza sonoro le immagini de “Il Circolo Pickwick”, sceneggiato televisivo da lui diretto nel ’68: esperimento unico di sceneggiato in costume nel quale s’insinua un personaggio in abiti contemporanei (lo stesso Gregoretti) nel ruolo di “osservatore”. Di quelle scene in bianco/nero ci colpisce il cast, stellare per la qualità degli interpreti; viene spontaneo e impietoso il confronto con le odierne letali “fiction all’italiana” e i loro interpreti da recita parrocchiale. Sembra impossibile ma è stato vero, che un tempo mamma Rai sceneggiava fior di classici della letteratura internazionale… A quell’epoca, ironizza Gregoretti, i canali erano due, se non ti piaceva il primo passavi al secondo e se neanche quello andava bene, spegnevi la luce e andavi a dormire tanto il canone era già pagato (e non si evadeva).
Dice del proprio ingresso in Rai il primo dicembre del ’53, e appena un mese più tardi la RAI diventava ufficiale. All’epoca la figura del conduttore televisivo - racconta - non era granchè ambita: io stesso che facevo documentari, poco sapevo di cosa significasse apparire, andare in onda in video e in audio. Fino a quella volta in cui, impiegato di categoria C come dipendente del Tg, trovandomi alla cassa accanto a Tito Stagno (sapete, quello che ha campato di rendita sulla luna) sbirciando nella sua busta vidi che aveva diciottomila lire più di me - era una cifretta, nel ‘58! - e al mio “Perché tte ssì e io no?”, Stagno spiegava “Perché io vado in onda”, e io “Allora ci voglio anda’ ppur’io però mi date pure a me l’indennità…”.
Già, i soldi. A Mulas che gli ricorda la partecipazione come attore in “C’eravamo tanto amati” con Scola ("canuto anche lui, ha solo un mese meno di me") e con Sordi in “Amore mio aiutami”,confessa che proprio per soldi ha anche fatto l’attore: Eh sì, la penuria è quella che ha dato il segno alla mia esistenza, dovevo guadagna’ perché c’avevo cinque figli famelici…
Ed eccoci a Ro.Go.Pa.G. (“Laviamoci il cervello” doveva essere il vero titolo), nato mentre nasceva il nuovo cinema italiano, erano gli anni Sessanta: film in quattro parti, ciascuna di un regista diverso, e lui quarto di un gruppo di magnifici: Rossellini, Godard, Pasolini. Macchè trust di cervelli, spiega ironico e dissacrante, ognuno lavorava per i fatti suoi! Racconta invece con gusto la storia di quel titolo: all’origine solo sigla burocratica - con la sillaba iniziale dei 4 registi - che il ragioniere della Arco Film usava per inoltrare la pratica al competente Ministero, e tanto piaciuta poi a Rossellini che la volle prepotentemente come titolo, solo che la sillaba del suo nome rimase monca perché un RoGoPaGr sarebbe risultato troppo aggressivo, gli dissero. Primo film italiano sul nuovo consumismo, di cui il nostro Paese viveva ancora i primi conati quando già in America imperava la “stimolazione di sentimenti superflui”.
E poi il ’68, e quel film “Apollon, una fabbrica occupata” girato in una tipografia romana occupata per mesi dagli operai che la difendevano contro la proprietà decisa ad eliminarla per speculare sui suoli edificatori così ricavati e a mettere sul lastrico i 400 operai per i propri giochi finanziari. Furono gli stessi operai a contattare l’ANAC, Ass. Naz. Autori Cinematografici (“Oggi ribattezzata da noi Autori Canuti - scherza - allora eravamo un po’ giovani…”). Ci chiesero un sostegno - racconta - che non sapevamo bene quale potesse essere, e ci accordammo per un film a soggetto, un po’ documentario un po’ no. E nacque questo film che negli stessi capannoni vuoti ricostruiva come su un set le fasi più drammatiche dei 6 mesi di occupazione, improvvisando giorno per giorno il copione sui ricordi degli stessi protagonisti (“Per esempio, ricostruivamo un’assemblea infuocata, e chiedevamo e poi? che avete fatto? “e poi… e poi se semo presi a bbotte”. Ok, ciak, giriamo”). Film che veniva proiettato in scuole, università, fabbriche occupate, comitati di quartiere. Anticinema, tipico di quegli anni.
E poi la satira fantascientifica di “Omicron” - con Renato Salvatori e lo stesso Gregoretti fra gli altri - girato a Firenze anziché a Torino (che pur non nominata sarebbe stata riconoscibile) perché era “contro la Fiat” e lo sceneggiatore Pestelli disse che Valletta l’avrebbe fatto “licenziare in tronco” appena l’avesse visto. Film sullo sfruttamento classista del proletariato, in un mondo di cui l’extraterrestre, calatovisi dentro per preparare l’invasione della Terra, scopre le leggi e le regole. “Un’opera profetica” dice Gregoretti.
Si arriva ad oggi, al film che sta girando: tratto dal suo libro La storia sono io (“Ho scritto un unico libro, che è una mia autobiografia autosfottitoria, presentazione del lato comico della mia esistenza”) concepito già come una sceneggiatura. Quel titolo, spiega, dice che ciascuno di noi è la Storia, noi la viviamo quotidianamente senza troppo farci caso ma nel farne il bilancio ci rendiamo conto di quanto essa sia presente nel nostro vissuto (“Per me - dice - è stata la storia del Fascismo, che mi sono bevuto tutto, dai balilla ai figli della lupa…”).
Tempo scaduto: Gregoretti regista, attore, autore, sceneggiatore, conduttore ecc. si congeda da Radio3 in festa e dal suo pubblico, mentre la voce del vagamente sardo Mulas deciso a strappargli la promessa di un provino - Se insiste non glielo faccio né ora né mai… - si perde nelle note dell’hollywoodiana sigla di Hollywood Party, “la ppiù ggrande trasmissione de la Rai dai tempi de Marconi!”.

Sara Di Giuseppe





Nessun commento:

Posta un commento