21/04/14

Ripensando Charles Bukowski: il falso o profondo semplice

Bukowski si attesta, letterariamente disquisendo, come quanto mai lontano dall’aspettativa che pare essersi issata da una certa folla di voci entusiaste che, al loro incontro con le opere di questo autore, solleva opinioni di estrema identificazione, con quello che potrebbe sembrare un giocoso coetaneo con cui condividere un’insoddisfazione o insofferenza (differentemente connotata e a dosaggi sfumatamente misurati diversamente) e trasgressività di fondo alle norme consuete del vivere secondo società odierna.
Un autore che si potrebbe più precisamente definire un “falso semplice” (oppure, con un’altra espressione non meno fedele al vero un “profondo semplice”), sia per quanto concerne la dimensione prettamente stilistica sia per quanto riguarda l’aspetto strettamente contenutistico dei suoi testi. Infatti, a dispetto di una palese nuda elementarità, questa non appare altro che una barricata ingannevole volta a celare, in realtà, quella che è piuttosto una complessità di ampia e ragguardevole mole.

Non si può intendere – è una verità data – la frenesia autoironica del personaggio imbastito dall’autore senza rivolgersi e rintracciare appigli forti ai grandi protagonisti senza tempo del romanzo russo ottocentesco (e qui il riferimento è massimamente a Dostoevskij) né – d’altronde – senza passare in rassegna il più recente Novecento russo, con la sua carrellata di eccentricità della più insignificanza media: soggetti ossia banalmente mediocri, mirabilmente pigri e tribolatamente affaccendati in una comica trafela rivelatrice di ilare – talvolta, persino – nevrosi.
Oltre a ciò, la predominanza assoluta dell’azione funge da primo motore narrativo, potendosi fare derivare da quelle medesime radici che affondano nell’identica matrice letteraria di cui l’autore, per motivi evidentemente anagrafici (il padre di origini anche polacche), pare senza dubbio – anche forse involontariamente o inconsciamente, per una sorta di antropologica ascendenza – essere imbevuto in modo pregnante.
Tuttavia, è soltanto nel sistema valoriale, occupazionale, economico americano capitalistico che è possibile inquadrare le storie di Bukowski, cui si aggiunge, quindi, una spiccata connotazione proletaria, laddove la volgarità gratuita, la sessualità dai tratti liberatori e opportunamente animaleschi, l’alcol smodato e la vita trapuntata di svaghi da dopolavoro popolare con la loro subdola ordinarietà, fonda definitivamente e congiuntamente l’identità del protagonista, bestialmente complesso, elementarmente febbricitante, restituendo con uno stile secco, sintetico, visivo, non privo di cesure drastiche al corredo aggettivale, la possibilità al pubblico di una quanto mai “simpatica” – effettivamente – partecipazione.


Margherita Lollini

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