venerdì 4 aprile 2014

Pensieri e parentesi. Kafka – Buzzati. La camera chiusa e la soglia impossibile

Esiste una sostanziale differenza, una affinità discosta che separa, come due gemelli diversi, Kafka da Buzzati, quando centrale assumiamo quel sottile concetto di chiusura/limite. Dire questo è l’approssimazione estrema, eppure si dimostra essere anche una incisiva demarcazione, a partire da una constatazione che più che ragionata ha dell’istintivo, come la maggior parte delle intuizioni emotive che forse a posteriori un ragionamento potrebbe poi convalidare.
Kafka: scatola chiusa, asettiche pareti che – come in un racconto di Edgar Allan Poe – si serrano e drasticamente riducono lo spazio dove il soggetto resta contenuto, quindi pressato, e occluso, sgomento (e sgominato da un dito indice che lo trova come segugio dal fiuto infallibile) in un bozzolo angusto e immancabilmente freddo, metallico e disadorno come l’inverno, emotivamente congelato, razionalmente sigillato e – forse per questo – con un eccesso di razionalità che sfocia e produce una collaterale irrazionalità ingestibile dal lettore e dai personaggi stessi, dichiaratamente sogno al rovescio. Con un ribaltamento del ragionevole, si ottiene di attuare un effetto collassante in uno schianto del respiro, in un’ipersensibilizzazione claustrofobica in cui i margini di soffocamento si restringono sempre più. A lato e complice, oltre che una situazione oggettivamente opprimente, è l’ubicazione responsabile del creare un’asfissia patologica: l’ermeticamente confinato, il circostanziato, l’oltremodo definito e contenuto. La camera chiusa (senza vista) i cui muri disegnano un universo, dove il dentro ed il fuori, incubo e libertà, morte e vita, si escludono a vicenda e – molto di più ed oltre – non possono, non riescono, non devono comunicare tra loro. Un gulag del soggetto che rattrappisce e si smunge – infine – del tutto di vita. Inaridendosi allo stremo sentimentale in un labirintico raggelamento.
Buzzati viceversa si situa nello sconfinato, nell’infinito, nell’eterno ed anche – talvolta – nel ricorsivo, sempre tuttavia nella sua ipermoltiplicazione che lo riconduce all’illimitato: centrale il concetto di soglia, simbolo dell’impossibile, dell’umanamente inesperibile, del segno dell’inarrivabile, della distanza impercorribile per l’uomo – per la sua esistenza che si contrappone e si denota come limitata essenzialmente e di cui potere avere reale esperienza. L’infinito si misura con il finito dell’uomo: grandezze – due metri non combacianti – che tuttavia non mancano di bilanciarsi, di soppesarsi, di attribuirsi reciproci significati e sensi. L’uomo è sfuggente, essere che apparentemente soltanto attraversa la soglia, ma non trova di che placarsi scoprendo dietro questa un’altra porta verso lo sconfinato: questione di allungamento di prospettive, di orizzonti posti più in là, che si distanziano man mano che i passi si avvicinano. Così l’uomo non è chiuso passivamente nell’incubo angusto, ma resta disperso nell’impossibilità del compiere la massima distanza possibile: l’infinito. L’uomo che il tempo disegna, che l’età scolpisce, che l’assurdità anche intorpidisce e rassegna: l’uomo che affronta la morte, guardandola in faccia, che più che paura di finire teme il valico, la finale consapevolezza di non avere terminato il cammino ancora lungo, fino a dove non si riesce neppure a poter immaginare. I muri esistono: sono le certezze, le abitudini, la tranquillità borghese, se vogliamo, la vita che non osa l’epifania del triste, della prematura fine, dell’oblio. Esistono anche i mantelli, che nascondono, che celano, che coprono, che svelano – infine – il mistero. Non questa volta incubo, ma – anche quando non è altro che la morte – puramente e meramente ancora mistero, enigma fascinoso posto metafisicamente, entità sconosciuta e ignota, senza volto, davanti a cui restiamo disarmati per essere stati raggiunti – infine – troppo presto e prematuramente.
Se Kafka ci chiude, ci sigilla, ci serra nell’incubo senza respiro, muro di cuoio, Buzzati ci lascia nello sconfinato, ma è una finta dispersione attorno a un punto imperniante che è e resta il tempo, la vita, che passa inesorabile mentre i nostri desideri si allungano, inseguendo un orizzonte ormai già troppo lontano.
Due forme di una sensibilità rassomigliante dell’uno e dell’altro, un volto dotato di due profili, un cubismo esterrefatto dell’uomo che resta strozzato dal nulla/tutto o dissipato nell’impossibile. La libertà resta una luce impressa e allucinata negli occhi appena prima del buio, nel primo, nel secondo la vana speranza racchiusa nelle azioni prima di franare inesorabilmente nel finito limite. E l’intero quadro risuona di due voci. Con una riflessione dai valichi inarrestabili tanto quanto le domande che nascono dalla camera chiusa o – viceversa – dalla soglia impossibile.


Margherita Lollini

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