mercoledì 2 aprile 2014

Lo scrittore invisibile. Liberamente su Il giocatore invisibile di Giuseppe Pontiggia

Giuseppe Pontiggia è il giocatore invisibile del suo romanzo, dei suoi romanzi. Il pathos di un mistero prende luce dal paesaggio, dagli angoli di mondo, statici quadri ad elementi mobili, dove un pensiero cogita, errabondo ma esatto, come una scalfittura. Ma l’incisione della mente fantastica del lettore avviene per gradi, quando la pregnanza di un particolare sprigiona la necessità, interiore più che altro, di un’inchiesta. Come battute serrate di un match tennistico, come le secche profetiche sentenze di una Sfinge contemporanea ma anticamente misterica, così il dialogo inquisitorio si dispiega, dall’uno all’altro interlocutore, con la forza della palla che scotta, ma che si tiene in mano con buon viso a cattivo gioco.
Le interrogazioni che portano a sollevare dubbi altro non sono che affondi in quel ben più esteso mistero che è l’essere in sé, nella sua forma sempre in divenire, e nei suoi dubbi sotterranei che, portati a galla, annegano in un’angoscia da cui trapela la vacillante condizione esistenziale dei personaggi. Questi uomini apparentemente incrollabili che vengono punti nel tallone d’Achille, colpiti e clamorosamente piegati come una carta da gioco in ginocchio sul tavolo dal panno verde. Il panno verde non è che la vita, che si fa teatro di posa per una recita di indifferenza finta, ora che la nitidezza della propria condizione si perturba, si eclissa, a poco a poco, e i pilastri si fanno turbinanti svolazzi di carta di giornale. La coppia insoddisfatta e insofferente è sempre la controparte privata in pericolo di crollo di una carriera pubblica decisamente scoperta fallimentare e di insuccesso: la stima e il rispetto si macchiano di derisione, di chiacchiera, di imperdonabile errore da additare. In questo senso, il personaggio di Pontiggia è un uomo fallito, ma non è l’uomo de La morte in banca: non è il routinario, il morto spirituale, il monotono e monocorde rassegnato. No, al contrario, è l’uomo che si credeva di avere scalato la vetta, di avere il trofeo a lungo agognato, convinto che il suo giusto sacrificio possa essersi rivelato il mezzo migliore per assicurargli la gloria. In verità, più che di assunzione ai cieli superni, qui si tratta di una discesa agli inferi: e gli inferi non sono che la presa di coscienza di se stessi, della propria goffa piccolezza, del proprio essere un uomo preso sottogamba, un mediocre sublimato. Il tradimento coniugale corona questa scoperta del nulla, il nulla che è l’uomo di Pontiggia, tratteggiato con dovizia e costante perizia in quel suo romanzo che porta la mano invisibile del suo autore. Un autore che guarda, che osserva, che ruba immagini da una sceneggiatura di vita: cinematograficamente, con la sapienza inspiegabile di chi riprende da dietro una macchina da presa. O come di chi muove le sue pedine senza cuore partecipato su di una scacchiera. Dove non può che giocare il ruolo dello scrittore invisibile.


Margherita Lollini

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