giovedì 17 aprile 2014

Krabat, il ragazzo che vinse la magia nera. Il balletto al Teatro Nazionale di Praga

Praga (nostro servizio). Viene da lontano, questa leggenda di Krabat che oggi il Teatro Nazionale di Praga ci offre in una superlativa trasposizione coreografica (première 28 febbraio ’14). Favola dark tra le più popolari del folklore serbo-lusaziano, Čarodĕjův Učeň/Krabat - storia del ragazzo orfano e solo che grazie alla forza dell’amore vince il potere della magia nera - affonda infatti le radici nel clima plumbeo della Guerra dei Trent’anni (1618-1648), conflitto dalle catastrofiche ripercussioni economiche e demografiche su grandissima parte d’Europa. Condizione favorevole al diffondersi di narrazioni di magia e stregoneria, di favole simili a quella di Krabat, è l’opprimente atmosfera del periodo post-bellico, quando sempre più tra le popolazioni stremate e decimate da guerra, epidemie, fame e saccheggi, si fa strada la sensazione che solo un miracolo potrà cambiare i loro destini.

La vicenda del giovane che la guerra costringe, dopo avergli sottratto i genitori, a vagare nel gelo invernale in cerca di cibo e riparo; che chiamato da una voce misteriosa giunge al mulino nel cuore di un’oscura foresta, dove inizierà a lavorare sotto il malvagio mugnaio, per scoprirsi più tardi prigioniero di un praticante di magia nera, si lega abbastanza naturalmente alla semplicità delle credenze popolari: i mugnai conoscevano i rudimenti della fisica ed erano in grado di utilizzare l’acqua sotterranea come propellente per le eliche che azionano le ruote del mulino; niente di strano che nella fantasia popolare ciò venisse ricondotto alla magia, sia nera che bianca.
Oggi leggiamo la favola di Krabat soprattutto come una storia di formazione e di conquistata consapevolezza, metafora del potere dell’amore e della forza dell’anima umana: opponendosi al potere oscuro che ucciderà il suo unico amico e la dolce compagna di lui, Krabat vincerà il destino che lo sovrasta e sarà padrone e responsabile della propria vita. Sotto questa luce la storia, dopo aver ispirato il romanzo per ragazzi di Otfried Preussler (1971) e un paio di film di successo (in Rep.Ceca è molto noto il film animato di Karel Zeman, del 1978) approda alla trasposizione in danza. Libro e film sono molto epici - dice in un’intervista Luca Trpišovský, regista e coautore del libretto insieme a Martin Kukučka e Jan Kodet - e trasmettere il teatro epico è problematico soprattutto nella danza”. Lo spettacolo di oggi ci parla di una “problematicità” egregiamente risolta in termini di suggestione, raffinatezza, padronanza tecnica.
La storia di Krabat, dice ancora Trpišovský nella sua intervista a Česká Televizie “è la storia di migliaia di teenagers, dalle favelas di Rio de Janeiro, da Sebrenica, e, forse, da Ústí nad Labem in Repubblica Ceca o da qualche quartiere di Praga, di adolescenti che hanno perso le loro famiglie o che le loro stesse famiglie o gli amici hanno messo nelle mani di gente di malaffare. E’ una storia di tutti e, ahimè, una storia eterna. E in nessun modo questo sarà diverso dalle scene fiabesche nella foresta oscura, dal crudele “Master”, dallo strano “Godpapa”, dal magico libro “Koraktor”. Ciò che vediamo è la realtà trasferita dentro la leggenda”.
Le coreografie di Jan Kodet realizzano una “dark dance story” di profonda tensione creativa che può condensare in un unico gesto convulso i moti dell’animo o evocare in un movimento dei piedi un volo di uccelli. Si tratta, scrive Petr Fischer su HNED.Cz, di spektakulární taneční divadlo, “spettacolare teatro-danza che opera non solo attraverso il corpo ma utilizza altre risorse teatrali che consentono di migliorare il messaggio del movimento”. Per questa “physical and dynamic choreographie” lo scenografo Jakub Kopecký allestisce una scabra cornice che si ispira - ci dice lui stesso - agli edifici industriali abbandonati nella regione di Liberec. Sulla nudità di quegli sfondi anche il gesto ordinario acquista il senso di una danza magica in cui il reale, l’onirico, il trascendente si intrecciano con il simbolico; le processioni di fanciulle nella foresta per celebrare i riti della Pasqua e della ritornata primavera evocano suggestioni di sapore arcaico così come la simbologia dell’anima umana racchiusa dentro sembianze di uccelli (i 12 corvi), è non soltanto richiamo ad un classico come il čaikovskijano Swan Lake ma evocazione di simbologie ancestrali su cui l’audace musica contemporanea diZbynĕk Matĕjů si innesta con perfetta congenialità.
L’eccellente “mugnaio”/primo ballerino Alexandre Katsapov, domina la scena con l’oscura intensità del suo personaggio, incarnazione del male assoluto che sovrasta gli innocenti Krabat e Kristýnka, il coraggioso compagno di sventura Tonda, e la dolce Dorotka. Tutti i giovani formidabili interpreti disegnano arabeschi di leggerezza lungo i quali si dipanano i passaggi cruciali della narrazione: la morte di Tolda e dell’amata Dorotka, vittime del cupo potere del Male; la prova finale di Kristýnka che, chiamata a riconoscere Krabat - pena la sua stessa morte - fra i 12 corvi in cui il mugnaio ha trasformato i 12 apprendisti, riconosce il ragazzo dal pulsare del cuore che batte di terrore e di amore. È la forza vitale di questo amore a prevalere sul mulino maledetto distruggendone l’incantesimo e realizzando la sentenza dello strano personaggio Godpapa: “L’amore è più forte di qualsiasi magia”.

Sara Di Giuseppe


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