domenica 14 luglio 2019

L’infinito di Pina Bausch

SPOLETO62 FESTIVAL DEI 2MONDI 2019
“Ricordando Pina Bausch”

Con Lutz Förster e Leonetta Bentivoglio

Sala Pegasus (ex Chiesa di San Lorenzo) - 7 luglio 2019  h12


L’infinito di Pina Bausch

        Infinito
è l’orizzonte dei temi che percorrono l’opera di Pina Bausch, infinita la tavolozza delle emozioni che ogni suo lavoro maieuticamente estrae dai danzatori per farne linguaggio e materia dell’azione scenica.
       Di questo e di molto altro ci parla Lutz Förster - interprete storico di quelle creazioni e oggi direttore artistico del Tanztheater Wuppertal Pina Bausch - durante l’incontro-intervista nel decennale della morte dell’artista: Pina sarebbe stata a Spoleto per il Festival, in quell’estate del 2009 se la morte non l’avesse sorpresa, invece, portandola con sé nell’ultima danza.

       Risponde con teutonica misura, Lutz, alle fluviali domande della scrittrice (“arginate” e decodificate dalla brava traduttrice con sicuro mestiere) e disegna con illuminante vivezza l’universo complesso e rivoluzionario che a partire dagli anni ’70 si coagulò intorno alla scuola della Bausch e ad una concezione artistica che fu soprattutto ricerca: intorno al corpo - “problematico simbolo di una condizione puramente umana” e pertanto incompleta e deficitaria, in perenne ricerca di una felicità perduta - e alla connessione strettissima di questo con l’interiorità.

        Förster ripercorre il processo creativo quasi psicanalitico attraverso il quale la coreografa costruiva il materiale scenico del suo teatro-danza che, abbattendo ogni artificio o convenzione teatrale, partiva dagli interpreti stessi: danzatori-attori ma per questo anche “autori”.
Nel rispondere alle domande e sollecitazioni della Bausch essi attingevano infatti ad emozioni, memorie, frammenti di vissuto: da questa “preziosa materia prima teatrale”* veicolata dal corpo come principale strumento espressivo, scaturiva l’opera in tutta la sua suggestione evocativa, metaforica, emotiva, in tutta la sua spettacolare “interdipendenza di elementi corporei, visivi, sonori”.
Teatro sinestetico per eccellenza, è stato definito, per questa comunicazione tra i sensi e per le “suggestioni multiple” da cui la creazione si originava.

       Gli Stϋcke, o pièces, della Bausch ci dicono che tutto può essere danza, e tuttavia la tecnica, quella di derivazione accademica – come spiega Lϋtz anche ricorrendo a fulminanti aneddoti – restava per i danzatori imprescindibile strumento di lavoro e base di una poetica espressiva che si completava poi attraverso il gesto, la parola, il suono, la musica: ciascun linguaggio concorrendo a comporre il mosaico di una creazione in cui anche lo spazio, gli oggetti di scena, i colori, i suoni, la voce, le percezioni sensoriali “agiscono “ non meno dei danzatori (il cui ruolo è ridefinito dal neologismo “danzattori”). Al centro è sempre il corpo: se è vero che “possediamo un corpo e al tempo stesso siamo un corpo” quello del danzatore è più di altri veicolo di significati, espressione di sensibilità, contesti, culture, dunque “corpo sociale”.

        Il ritratto dell’artista così come emerge a tutto tondo nel ricordo di Förster  - dall’architettura complessa del suo teatro-danza all’empatia che tutta intera trasferiva sulla scena e nei suoi danzattori - è lo stesso che ritroviamo, dopo l’intervista, nei quaranta minuti di proiezione di quel suo Café Mϋller (1978): “opera manifesto”, ipnotico Stϋck destinato a diventare classico contemporaneo e “squarcio d’arte” impresso nella memoria collettiva.
        Nel surreale caffè vuoto, dal dominante bianco e nero, nel rarefatto silenzio violato dal tonfo lugubre delle sedie che precipitano confusamente a terra, lo spettatore sperimenta una dimensione onirica dove tanto i corpi quanto gli oggetti - sedie, tavoli, porte, pareti - sono strumenti comunicativi, trasmettitori di tensioni e dinamiche continuamente in bilico fra moto e stasi, accelerazione e decelerazione. Le emozioni deflagrano nel compulsivo incontro/scontro di figure enigmatiche, di personaggi che come sonnambuli sembrano trascinare una sofferenza ancestrale, il cui silenzio si frantuma a tratti nella disperata malinconia delle note di Henry Purcell (The Fairy Queen; Dido et Aeneas).
        Il corpo severo quasi scarnificato della Bausch disegna in solitudine una geometria del dolore e dell’abbandono, ai margini di una scena i cui interpreti riproducono con ossessiva reiterazione “il teatro dei rapporti umani”: labirinto di solitudine e alienazione, di gesti e dinamiche destinati a non compiersi fino in fondo e a ripetersi in ostinata incompiutezza; universo espressivo ed emozionale continuamente trascolorante dalla realtà dei corpi all’intimità delle passioni, dal particolare all’universale.
        Scava irresistibilmente nell’io profondo, il Tanztheater di Pina Bausch, affonda lo sguardo nel magma dei sentimenti e nella violenza delle pulsioni, in moti ed emozioni che forse non sapevamo di avere; ed è materia umanissima ed eterna che ci scuote, ci interroga e sollecita nella sua inesausta profondità; quel linguaggio, rivoluzionario allora e oggi più che mai contemporaneo, dopo il quale la danza non è più stata la stessa, è qui a dirci - soprattutto - che l’uomo è ciò che lascia di sé**.


*in “P.Bausch. Teatro dell’esperienza, danza della vita”, E.G.Vaccarino, 2005
**Henry de Montherlant

Sara Di Giuseppe - 12 luglio 2019




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