26/03/15

Teatro dell’aquila di Fermo, Milenkovich suona Sibelius: “Corrispondenze”

Quanta natura possiamo vedere, sentire, toccare, nel chiuso d’un teatro? Infinita. L’abbiamo “navigata” con le note di Santoni, attraversata in volo con le gru di Sibelius, assaporata col suo primitivo vigore nel Pulcinella di Stravinskij. Navigando con l’Ouverture del venticinquenne Saverio Santoni, in una sorta di “deragliamento dei sensi” abbiamo solcato scenari di acque e di venti, visto onde fluire, udito dialoghi e fremiti di quel tempio che è la Natura, colto atmosfere alla Debussy: prezioso impianto impressionista di una giovanissima creazione che devotamente accoglie e fa sua la lezione dei grandi. Con sicuro talento l’autore ricrea musicalmente i rapporti e le suggestioni che emanano dalle cose, quelle “Correspondences” per le quali Baudelaire scriveva che è “con la poesia e attraverso la poesia, con e attraverso la musica che l’anima intravede gli splendori posti al di là della tomba”. Ed è ancora Natura, ma terrena e sanguigna, nel paesaggio a tinte forti e nella rutilante napoletanità del Pulcinella stravinskijano, Suite per orchestra che nella precedente versione in balletto aveva goduto, per le scene e i costumi, del genio di Picasso. Tanto quest’ultimo pittoricamente scompone gli elementi fisici nello spazio, tanto Stravinskij musicalmente destruttura il rigoroso impianto delle creazioni del Pergolesi a cui si ispira, e innesta sulla leggiadria del modello settecentesco una sensibilità colta e, pur nella sua modernità, vicinissima alla popolana intensità della Commedia dell’Arte e della travolgente maschera acerrana. Genialità compositiva che del modello originale opera una metamorfosi straniante, ne altera le simmetrie, ne sposta gli accenti, e saldando presente e passato fa di questa Suite “la quintessenza del Neoclassicismo di Stravinskij”. La Filarmonica Marchigiana e la direzione di David Crescenzi (come sempre a memoria e giocando di fioretto con la bacchetta) ci restituiscono sapientemente, in un’eccellente esecuzione, la solarità dell’ispirazione stranviskijana, e dissonanze ed esuberanze di una strumentazione dagli effetti ricchissimi e sorprendenti, qua e là perfino caricaturali: l’intera gamma di colori di una struttura compositiva le cui asimmetrie hanno sullo sfondo l’intensa lezione di Picasso. Illumina e riempie di sé ogni spazio del teatro, il violino fatato di Milenkovich, nella seconda parte del concerto. Stefan Milenkovich, artista in residenza, cittadino serbo e del mondo, “Most Human Person”, mago del violino che ci sembra di conoscere ormai da sempre: con lui siamo certi che voleremo. Il suo rosso papillon è già presagio di volo, nei cieli e sui paesaggi finnici trascorrenti nei suoni di Sibelius. Nitidamente nordica la melodia di questo Concerto dalla elaboratissima scrittura violinistica che in Milenkovich trova l’interprete ideale. Corrispondenze, ancora: nel dialogo del solista con l’orchestra echeggia il potente respiro della Natura, che Sibelius innalza a vette di impensato lirismo. Stefan sa trarre, dall’ultima corda del violino che usa con più intensità, acuti e fraseggi che stupiscono per agilità e tecnica ma soprattutto per la sensibilità unica. Vi cogliamo lo squillante grido delle gru dalle estenuanti migrazioni, che Sibelius sentiva irrompere in quei cieli. “La melodia del suo paese gli scorre dal cuore nella penna” scrisse di lui Ferruccio Busoni, e il violino che oggi ricrea quelle melodie nel dialogo concertante con l’orchestra è più di uno strumento, è voce stessa della natura, fluire di onde e alitare di vento, è grido di uccelli, strida di gru che “van cantando lor lai, / faccendo in aere di sé lunga riga…”.
Finisce, il concerto, ma non si può lasciarlo andare: e il giovane Stefan scherza col pubblico amabilmente sugli “otto bis” che ha preparato e che va bene, adesso vi farò tutti insieme; invita nel foyer dove farò il divo e firmerò autografi. Saranno invece tre, i pezzi che ci regala in appendice, tre magnifici preziosi assolo bachiani. L’Orchestra ascolta, come noi deliziata, per una volta “pubblico” anch’essa.

Sara Di Giuseppe


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