martedì 24 marzo 2015

Mark Turner Quartet al CottonJazzClub di Ascoli. Il concerto dell’eclissi

Un concerto come questo potrebbe ricapitare non prima del 2026, come l’eclisse di sole di oggi. Roba rara. Abbiamo cercato d’andarci un po’ preparati e attrezzati, spurgandoci di altra musica, anche di altro jazz, ma ne siamo rimasti ugualmente “accecati”. L’orbita di Turner ha un’equazione molto complicata, nulla di scontatamente geometrico o ellittico (armonico), devi cercarla nello spazio con pazienza e nello stesso tempo astrarti. Non distrarti. E quando la incontri e la riconosci, al suo passaggio, è un attimo: se riesci ad agganciarla come un’astronave e a farti trasportare, bene. Altrimenti il concerto è perso. Così, abbiamo piazzato i nostri occhi e soprattutto regolato le orecchie come telescopi. Ci siamo concentrati in silenzio, escludendo anche le parole, che in certe musiche “intellettuali” sono d’aiuto. Abbiamo provato ad essere bambini curiosi, esasperando l’attenzione, per cercare di capire al volo un gioco nuovo molto difficile o per “grandi”. Un rebus.
Abbiamo spesso “chiuso gli occhi” (copyright Emiliano D’Auria) per captare le radiazioni oltre le onde. Ed è stato Turner. Note alla velocità della luce, fraseggi come nebulose; ritmi con tempi misteriosi o relativi, non misurabili, talvolta incrociati e labirintici; rivoluzioni spigolose; mutamenti repentini di traiettorie; musica di design; buchi neri. Con gli occhi socchiusi come alle eclissi abbiamo parzialmente goduto. Dovrei parlare di indecifrabilità, di mistero, di assenza di armonie convenzionali, di sperimentazione a tratti crudele, mai sentimentale. Di duetti (sax-tromba) all’unisono millesimale, o divergenti e impazziti, stranianti. Eppur magnetici. Di potenza spaventosa, non calcolabile. O addirittura intimi e delicati. La pressione dentro che va a sbalzi e ti resta alta, la birra nel bicchiere che si scalda, ma non per la temperatura dell’ambiente, ben altri gli atomi che l’attraversano. I muscoli contratti ma felici, come in bicicletta per San Marco. Mark Turner & C. invece sempre calmi come astronauti. Il concerto l’abbiamo vissuto così. Abbiamo visto le stelle. Con meravigliosa fatica. A un certo punto, verso la fine, ci è parso di sentire pure un vento innaturale, come nelle eclissi. Magìe che accadono all’ex birrodotto del Cotton dal cielo di tubi di rame scuri, a un passo dalla primavera… o qualcuno ha soltanto aperto la porta… C’è jazz e jazz, quelli speciali, quasi invisibili, passano di rado, speriamo di non dover aspettare troppi anni perché ritornino. Ma le eclissi sono belle anche perché rare.

PGC


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