28/01/21

RIECCOLI...

…quelli che la Shoah e “tutti gli altri crimini contro l’umanità”

========
 
“Noi eravamo immersi in una totalità apocalittica”
(Boris Pahor, Necropoli, ed. Fazi 2008)
 
========  


Rieccoli
, quelli che furbescamente confondono e mescolano la Giornata della Memoria della Shoah al ricordo di tutti gli altri crimini contro l’umanità (alla stregua, ma più vergognosamente, di chi ad ogni 25 Aprile tenta di fare della Festa della Liberazione dal nazifascismo una generica “Festa della libertà”).
Ecco Acquaroli, marchigiano presidente di Regione, che scrive “La memoria è consapevolezza di tutti i crimini contro l’umanità” e la Shoah è “simbolo di tutti gli orrori, le sofferenze, le tragedie del mondo e della storia che hanno calpestato la dignità degli esseri umani”.

Ecco Piunti sindaco sambenedettese, ancor peggio col suo “Quante volte, nella storia recente, questo atteggiamento ha portato al ripetersi di esperienze ugualmente terribili” (!) ed evoca  “le vittime dei gulag e delle pulizie etniche in Jugoslavia e in Ruanda…”
 
NO, cari i miei due signori, la Shoah non è stato né sarà mai un crimine contro l’umanità paragonabile ad altri genocidi e crimini del cui abominio è certamente disseminata la storia della belva umana in ogni epoca e ad ogni latitudine.

E la Giornata della Memoria non nasce per ricordare genericamente “i principi irrinunciabili della pace e della libertà, della giustizia e della solidarietà, in nome della salvaguardia e della dignità di ogni persona umana”.

Essa nasce per ricordare quello che è stato un UNICUM STORICO: uno sterminio studiato scientificamente, “pianificato a tavolino ed avvalsosi di un avanzato grado di tecnologia, cosa che non era mai avvenuta in precedenza”, odio organizzato, “raziocinato, strutturato con attitudine scientifica”.
 
La Storia, signori, non la si adatta alle proprie convinzioni ideologiche, non la si modella sulle proprie necessità di propaganda, magari plasmandola al fuoco della fiamma tricolore che occhieggia nel simbolo del partito di almeno uno di voi due.
Se a fuorviarvi sia, oltre a ciò, anche una probabile scarsa conoscenza della Storia e di ciò che essa ha scolpito indelebile su ogni pietra e zolla di questo infelice pianeta, o se chi scrive i vostri comunicati non è abbastanza attento e dovreste dirglielo, non fa gran differenza.
Perché ugualmente pernicioso è il messaggio che trasmettete, e che la locale stampa diffonde con zelante acritico copia-incolla: il vostro è messaggio di retorica a buon mercato, che non tocca le coscienze. Solo la VERITÀ può toccarle, solo può farlo il riconoscere la natura assolutamente unica di ciò che è stata una “pianificazione ragionieristica dello sterminio, la “più ciclopica azione di rastrellamento, deportazione e sterminio della storia”.
Mescolare come voi fate la verità storica di una macchina scientificamente pianificata al genocidio con “ogni altro delitto contro l’umanità”, è offesa alla verità, alla memoria, a “questa” Giornata della Memoria. Anche trascinare dalla vostra parte le parole di papa Francesco adattandole a generica condanna dei crimini commessi contro l’uomo è operazione scorretta e fuorviante.
Puro esercizio di retorica, perfino grottesco, è agganciare - per far colpo - il tema della Shoah all’attuale tragedia pandemica (è la perla che conclude il messaggio di Acquaroli).
Disonesto è contrabbandare quale messaggio sulla Shoah la “risoluzione del 2019 con cui il Parlamento europeo ha condannato tutte le forme di totalitarismo che hanno schiacciato i popoli europei”.
 
“Giornata della Memoria - così scrive ancora lei, Acquaroli, o chi per lei - non può essere patrimonio di parte ed è nostro dovere evitare che possa essere utilizzata come qualcosa di strumentale”.
NO caro signore, la Giornata della Memoria è invece proprio quello, è “patrimonio di parte”, possesso inalienabile di quella parte di umanità che ha vissuto la Shoah sulla propria carne - chiedere alla Senatrice Segre, anche se non la sopportate perché non vi vota - e patrimonio di quanti ritengono primario dovere l’alimentarne e tenerne vivo il ricordo.
A strumentalizzare la Giornata della Memoria siete soltanto voi.
Provo vergogna per voi.
 
================
 
“... Perciò egli vorrebbe che la dannazione e i suoi segni restassero indelebili, eterne e mai rimarginate cicatrici sul corpo dell’umanità e della storia; sanarle, coprirle, integrarle nella continuità della vita sarebbe un ulteriore oltraggio alla vittime e una - sia pur involontaria – amnistia concessa a una realtà che deve restare inconcepibile”
(Claudio Magris, Prefazione a “Necropoli” di Boris Pahor)
 

================

Sara Di Giuseppe - 28 gennaio 2021



 

 

27/01/21

IL MONDO È SCOMPARSO

=========
        “Non hai mai pensato, caro Winston, che per l’anno 2050 nemmeno un solo essere umano sarà in grado di capire il significato di una conversazione come quella che stiamo tenendo ora?”
         (G.Orwell, “1984”)
  =========
 
        Un alieno che calasse per avventura nel Belpaese (ma chi glielo farebbe fare) e s’imbattesse nei notiziari nazionali, si convincerebbe che il pianeta di cui ha sentito favoleggiare lassù si sia ristretto come un tessuto scadente o maldestramente lavato, riducendosi alla sola Italia.
Perché il mondo è semplicemente scomparso dalla nostrana informazione (sia televisiva che giornalistica).
Vero che questa non ha mai brillato per ampiezza di sguardo e di orizzonti: che si tratti di mamma tivù o degli acclamati giornaloni di proprietà e al servizio di chi conta, il provincialismo ne è - da molto o da sempre - la specificità che ci mortifica in ogni confronto col giornalismo del resto d’Europa.
Ma certo la calamità planetaria in corso – no, non Renzi; quell’altra – ne ha ulteriormente ridotto il campo visivo e da circa un anno il resto del pianeta è evaporato dalle cronache, e figuriamoci dagli approfondimenti e dalle inchieste.

Sparite intere aeree del mondo di cui non si sa neanche più, salvo recarsi sul posto, se esistano ancora; di altre - tolte le psichiatriche cronache trumpiane con annesse sovradimensionate “maratone” - si sa appena il necessario per paragonarvi superficialmente le italiche epidemiche vicissitudini o tornano utili all’audience in caso di provvidenziali catastrofi…

Perfino il terrorismo è stato vaporizzato da ogni orizzonte televisivo e giornalistico: praticamente in sonno, pur essendo noto che se lo è - un po’ - in Europa non lo è certo altrove nel pianeta ma, a meno che non ci scodelli una strage vicino a casetta nostra, chissene.
 
        Contestualmente al contrarsi del campo visivo - patologia cronicizzata - si restringe, si minimalizza, s’impoverisce anche il linguaggio della (cosiddetta) informazione; di quella televisiva soprattutto, popolata di metafore che neanche le cronache calcistiche, prestate dalla peggior lingua parlata.

Nessun campo semantico è risparmiato, anzi la crisi politica si somma all’emergenza sanitaria stimolandone di nuovi: si va dal casereccio rimboccarsi le maniche, volano gli stracci, al machista/bellicista scendere in campo, serrare i ranghi; al cinematografico cabina di regia; al funerario andare alle urne (macabro, data la situazione); all’ascetico/ascensionale salire al Colle; all’andante con moto (o senza) e adesso andiamo all’estero; allo scolastico/sintattico il condizionale è d’obbligo; allo scolastico/matematico trovare la quadra; al pittorico mettere nero su bianco che un po’ somiglia all’Indovinello Veronese di 8°/9° secolo ma figurati se lo sanno; al nautico remare contro; all’ inquietantemente ortopedico quarta gamba. E via metaforizzando.
 
Il resto è linguaggio sciatto e poverissimo, spesso improprio, improbabili arzigogoli perditempo e maldestra mescolanza di registri dominata dal parlato, e in tivù come sulla stampa le eccezioni sono meno delle dita di una mano.
 
Stiamo sereni, però, perché a breve l’Italiano sarà finalmente “materia facoltativa a scuola”, e ti saluto e sono.

Scomparso già dalla Maturità il tema d’Italiano, abolita - o quasi - anni fa in molti indirizzi la Geografia, e la Storia non se la passa bene dato che “la geografia spiega la storia e viceversa”, e quanto all’Educazione Civica chi era costei, finalmente politica e informazione, burattini e burattinai non dovranno più darsi la pena di spingere lo sguardo sulla cultura e sul mondo.
 
A tutti loro e a noi per essere appagati e felici basterà che campeggi ovunque quel motto, quello che in eleganti caratteri abbellisce la bianca facciata dell’orwelliano Ministero della Verità:
 

“L’IGNORANZA È FORZA”

 
=========
 
        “…Relativamente al nostro, il vocabolario della neolingua era assai sottile, e ci si adoperava di continuo per trovare il mezzo di ridurlo ulteriormente (…). Ogni riduzione rappresentava una conquista, perché più piccolo era il campo della scelta, più limitata era la tentazione di lasciar spaziare il proprio pensiero”.
         (G.Orwell, “1984”)  
 

Sara Di Giuseppe - 27 gennaio 2021



 

13/01/21

BELLANOVA "BOSSANOVA"


 

 

 

 

 

 

 

 

 

               “ Oh come balli (parli) male bella bimba
               bella bimba, bella bimba
               Ma come balli (parli) male bella bimba
               bella bimba balli (parli) mal!”   

 
        Si sa che negli assalti alla diligenza tutti sono in ballo, ma la nostra Ministra delle Politiche Agricole costretta dal suo padrone a ballare la bossanova è sempre in affanno. Balla - parla - male.

        Non sarebbe più adatta, la “vilanella” Bellanova (“che pure non fa inamorar…”), a un ruspante valzerotto o a una tarantella campagnola?

        La bossanova è un ballo troppo raffinato per la rozza ITALIA [PIU’ MORTA CHE] VIVA: occorrono eleganza, fantasia, leggerezza, senso del ritmo (medio-lento), anche pazienza e un po’ di jazz… Senza, non è bossanova. Quell’incedere (dialettico) incalzante, le improvvise angolazioni, i muscoli vibranti e minacciosi, i registri troppo forti e i rabbuffi non servono. Mica balli/parli coi lupi.

        Neanche nel repertorio di Orietta Berti ci sono bossanova, ma orecchiabili e innocue canzoni popolari che le hanno portato visibilità e successo (come MA COME BALLI BENE BELLA BIMBA)

        Per fortuna domani il martellante stronzismo guerriero della ministra Bellanova-poco-bossanova, anzi del duo B&B Bellanova & Bonetti, si archivierà da solo. Ma poiché al peggio non c’è mai fine, c’è la probabilità di trovarci “rimpastati” con una ministra pure lei di serie B (come Boschi, poveri noi) senz’altro più sciolta a ballar la bossanova - con tacco 12 - al comando dell’Innominabile affetto da cirrosi mentale.  
 
 
PGC - 11 gennaio 2021

07/01/21

Il TRUMP de noantri

 

Per il 25° emendamento (sez.4) della Costituzione Americana, dopo i fatti di ieri – l’assalto al Congresso di Washington con morti e feriti – è probabile che lo dichiarino INCAPACE, il Trump d’America matto da legare. 
Con rimozione immediata, almeno per fermarne il delirio. (INCAPACE è un eufemismo)

    Per il TRUMP de noantri invece, anche se lo merita, purtroppo non possiamo far nulla: nella Costituzione Italiana il 25° emendamento non c’è.

        Anzi - incredibile ma vero - il “nostro” è al 25% nei sondaggi pure con la mascherina TRUMP.
 
 
PGC - 7 gennaio 2021

06/01/21

BOCCIAMOLE!

 

Fossero mancate conferme all’essere le amministrazioni regionali (oltre che in sé - post riforma del Titolo V della Costituzione - anche per la qualità dei personaggi che le rappresentano) la peggior calamità d’Italia dopo il Covid, la gestione dell’emergenza da parte di queste ce ne ha date e ce ne dà di ampie e generose.
 
L’ultima in ordine di tempo a farne le spese è la Scuola: della quale a nessun governo centrale e soprattutto regionale è mai importato una cippa, tanto da averla nel tempo sistematicamente spogliata e depauperata di risorse e qualità (una popolazione ignorante si sgoverna meglio), ma che da un anno in qua si ritrova più contesa della secchia modenese.
 
L’apoteosi è di oggi. Riapertura delle scuole indicata il 7 gennaio dal Ministero, poi il tira e molla delle Regioni costringe a cedere sull’11, ma ecco che alcune Regioni “si sfilano” (come dicono i giornalisti che loro sì, l’italiano lo sanno) e per alcune di quelle no, non va bene, la riapertura slitterà ancora; in qualcuna (Friuli, Veneto, Marche, forse altre) addirittura al primo febbraio, e comunque si procederà in ordine sparso (il motto di ciascun presidente-sgovernatore: faccio-come-mi-pare-dunque-sono).

[Ben vengano intanto nelle Regioni del Nord le riaperture delle piste di sci il 18, così la settimana bianca di studenti e famiglie è salva, giacchè sono in vacanza].

In terra papalina - ex ma non tanto - la giunta regionale marchigiana (a cui manca solo un renziano per peggiorare, se possibile) in piena sindrome compulsiva da comunicato stampa (ne sforna due al dì, prima e dopo i pasti, solitamente uno del presidente e uno dell’assessore di turno, su identico argomento e quasi con le stesse parole, i giornali lo sanno e solerti gli tengono il posto) per bocca del suo presidente annuncia che i fortunati studenti marchigiani torneranno a scuola il 31 gennaio (domenica). Voleva dire il primo febbraio. E la pensosa assessora esterno-ergo-sum ci aggiunge - stesso giorno stessa stampa - il suo bravo comunicato: “Basta con le altalene che ci impone il Governo” e bla bla.
 
Senonchè la poverina, in stato confusionale da eccesso di esternazioni, non si accorge o non gliel’hanno detto, che le altalene non le ha imposte il governo, il quale sull’argomento ha dato linee di indirizzo ben precise
* ma sono i geni che amministrano la Regione, cioè loro, a voler fare dell’incolpevole scuola - e non solo! - terreno di scorribande per l’esercizio del potere.
 
Non contenti di sgovernare la Sanità pubblica - nella migliore tradizione delle Amministrazioni Regionali post 2001 - la scuola torna loro utile come un’aia dove poter razzolare a piacimento.
Tanto l’istruzione è l’ultimo dei loro problemi: lo dimostrano, fra l’altro, anche col desolante linguaggio dei comunicati a pioggia, dalla responsabile ahinoi della Cultura all’assessore prestato dalla Polizia alla Sanità (Marchigiani statesereni) e via a tutti gli altri impudicamente comunicando: altalenante (quello sì) dalla povertà pura e semplice alla scopiazzata pomposità sotto vuoto spinto del politichese/aziendalese.
 
E mentre frignano perché la scuola riapre troppo presto (eh già, fosse mai che ricominci a circolare qualche congiuntivo disperso) non li sfiora l’idea che il problema non sono i contagi a scuola (il 2% dei focolai del Paese secondo l’ISS) ma tutto ciò che alla scuola gira intorno per consentirne la fruizione.

A cominciare dai trasporti.
 
E che, invece di pigliarsela col governo tiranno, la ministra, nonna Abelarda e la Banda Bassotti, potrebbero - certo sottraendo spazio agli imperdibili loro comunicati - guardarsi intorno.
 
Si accorgerebbero che oltre ai mezzi privati da utilizzare per il trasporto scolastico (come hanno fatto Toscana e Lazio) c'è una quantità di mezzi militari da convertire alla bisogna e che questi, oltre a risolvere gran parte del problema (sono perfino completi di autisti e benzina, molti sono anche 4 x 4 per le zone impervie), avrebbero finalmente uno scopo più dignitoso che quello di accompagnare soldatini in maschera a giocare alla guerra o a fare le inutili scorte.
 
Dopo di che, saggiamente e definitivamente, bocciamole senza esami di riparazione, queste calamitose Regioni.


* "La scuola deve restare aperta: decisioni diverse non sarebbero comprese; la scuola ha un ruolo fondamentale" 
     (Lucia Azzolina, 5 gennaio ’21 - Ansa.it)
 
Le immagini appartengono ai legittimi proprietari e sono utilizzate al solo scopo di corredare il testo
 
Sara Di Giuseppe - 6 gennaio 2021

19/12/20

MA SIAMO SICURI?...

        “L’esponente caratteristico delle alte sfere odierne è intellettualmente mediocre, qualche volta in maniera consapevole, ma pur sempre mediocre”
        
(Ch.Wright Mills, 1956)
 
 
        Storicamente accade che nelle grandi famiglie ci sia prima o poi il figlio o l’erede scemo, o più d’uno. Vedi gli Agnelli eccetera. I Guzzini a loro volta furono casalinghi e illuminati, e il loro marchio fu iconico. Poi fatalmente può arrivare il discendente che derazza, anche senza eguagliare le res gestae di un Lapo.
        Senonchè per un curioso fenomeno tutto italiota, la patente d’imbecillità congiunta all’appartenenza a grandi e mercantilmente blasonate famiglie qui fa curriculum e forma carriere.
Così si arriva, come il Guzzino in questione, a ricoprire almeno la presidenza di Confindustria Macerata (per ora). Da qui alla sparata infelice il passo è breve: la voce dal sen fuggita - “Se qualcuno morirà, pazienza” - fa il giro del Belpaese che s’indigna come un sol uomo, e prima che sia riuscito a ingoiarsi la lingua, il Nostro si vede costretto a lasciare la carica, chiedere scusa e bla bla.

        E un po’ forte di certo lo è, uscirsene a dire che pazienza un po’ di morti (più importante salvare l’economia, è il mercato bellezza, questo più o meno l'illuminato guzzinian retro-pensiero).

        Ma siamo sicuri che il guzzino nostro non sia stato solo meno prudente e falso degli altri? Siamo sicuri che quel che lui ha avuto la balordaggine di lasciarsi sfuggire di bocca, gli altri - cioè (quasi) l’intera galassia imprenditoriale, nonchè una certa opinione pubblica qualunquista reazionaria e retriva - non l’abbia sempre pensato?
        Confindustria non poteva far spallucce, la faccia(ta) è tutto in certi ambienti, ma davvero pensiamo che in generale i nostrani imprenditori si lascino impensierire più dal costo in vite umane di questa catastrofe che dal costo della stessa in termini di fatturato?

Sono i meno penalizzati, loro: ristori, dilazioni e casse integrazioni (intascati da molti anche senza averne bisogno) non sono mancati eppure essi sono i primi a frignare (“è poco, non ci basta”) e vien fuori l’anima profonda di un’imprenditoria incapace - non ci sorprende - di guardare oltre il proprio particulare e i conti in banca.
Eccezioni ci sono, ma poche.
 
        Indigeribile è l’ipocrisia degli scandalizzati e degli indignati: anime belle della politica, degli affari, del giornalismo, e non è un caso che il giovin guzzino abbia quasi rubato la “battuta” a compar Toti, sgovernator di Liguria e diretto discendente delle logiche da barattiere del Caimano: anche per Toti, tempo fa, “pazienza i morti”…

        Che tutto ciò possa accadere, e che addirittura una parte dell’opinione pubblica - seppur piccola, speriamo - trovi veniale il peccato (magari perché questi personaggi “danno lavoro”) significa aver smarrito l’unico orizzonte possibile, che veda l’uomo sempre come fine e mai come mezzo; ed essere a un passo da quella “società ottusa” nella quale non più l’uomo è misura di tutte le cose - come nell’antica filosofia - ma sono le cose ad essere misura dell’uomo,
“senza che vi sia un limite al suo essere strumentalizzato e sacrificato in nome delle cose stesse” (P.Ercolani, Figli di un io minore, 2019).
 
 
Sara Di Giuseppe - 18 dicembre 2020

17/12/20

Toponomastica sambenedettese da ridere

Non bastavano i cartelli delle vie scritti da somari patentati e forse laureati, con le iniziali dei nomi in minuscolo e spesso, addirittura, con in minuscolo nome e cognome del personaggio illustre cui s'intitola la via.

San Benedetto ci è abituata, non ci fa più caso, e che sarà mai se Ugo Foscolo lo scriviamo ugo foscolo, l’ignoranza è la nostra orgogliosa bandiera… 

Adesso però cominciano pure a fare la caricatura del nome! Prendi questa:
via m. ncenisio  (foto 21 ottobre 2020)
 
Un’indagine molto accurata ha accertato che, se metà dei cittadini non s’è accorta di niente, l’altra metà però si sganascia dal ridere. 
 
Infatti: attaccato al cartello di via m. ncenisio c’è lo STOP, e lì la gente si ferma, ride, ride ah ah ah e suona il clacson. Un successone, il buonumore fa sempre bene, specie in questi tempi tristi. Forse l’hanno fatto apposta. 

Dunque si pensa anzi si auspica che altre strade cambieranno, così potremo avere:

via   m. ncalieri
via   m. nfalcone
via   m. ntebello
via   m. ntefeltro
via   m. ntello
via   m. ntenero
via   m. nterenzo
via   m. ntessori
via   m. ntevergine
via   m. nterosa
via   m. ntecretaccio
          
………….
 
E  i maligni non dovranno pensare a refusi, sviste, crassa ignoranza, perchè si tratterà invece di una meritoria operazione-buonumore a basso costo e a prova di taccagneria: un cartello metallico nuovo, completo di staffa, costa € 28.50 +IVA, uno autoadesivo 5.95…
 
PGC - 17 dicembre 2020

14/12/20

Caro ambasciatore ti scrivo

Caro ambasciatore ti scrivo
così ti distraggo un po’

e siccome sei molto lontano
più forte ti scriverò…
 
        Caro ambasciatore d’Italia in Egitto Giampaolo Cantini, forse la distraggo un po’, Lei ha tanto da fare… ma poiché la televisione ha detto che il nuovo anno porterà una trasformazione e tutti quanti stiamo già aspettando, io spero ancora - ma quasi non spero più - che si tratti di una risolutiva svolta nel caso dell’assassinio di Giulio Regeni.
Lei, che vive al Cairo da più di 3 anni, sa meglio di tutti che si tratta di un maledetto imbroglio che “non deve” essere risolto. Da una parte, il presidente dell’Egitto Al Sisi che ci prende in giro fingendo di collaborare quando lui stesso è complice del delitto. Dall’altra, l’Italia che annaspa perchè chiede giustizia con la debolezza di chi non vuole o non può disturbare gli affari - legittimi o loschi - che legano i due Paesi.

Lei sta in mezzo. Ma Lei non è uno qualunque, Lei è importante.
 
        Ecco, in questa vergognosa storia senza fine io mi aspetto un’azione stupefacente proprio da Lei. Questa: faccia i bagagli e vada via di sua iniziativa, prenda il primo aereo per Roma, mandi a quel paese Al Sisi “in memoria di Giulio Regeni”. Noi verremo tutti all’aeroporto ad abbracciarla.
Ieri Corrado Augias, “in memoria di Giulio Regeni”, ha restituito a Macron la Legion d’Onore perché ha insignito della stessa onorificenza proprio quell’Abdel Fattah Al Sisi complice di efferati crimini. Un gesto di protesta inconsueto, ammirevole, coraggioso e forte.
Lei può e deve fare molto di più
, ne ha l’opportunità. Mica s’aspetterà d’esser “richiamato in patria per consultazioni” (ma quali..) come frettolosamente toccò al suo predecessore (campa cavallo, adesso…).
Riguardo al caso Regeni (ma non solo), il nuovo anno potrebbe addirittura essere peggiore di questo, altro che “trasformazione”. Cosa c’è da trattare con un figuro come Al Sisi? Aspettiamo ancora, e quanto?
I passi felpati della diplomazia non sono ammissibili in questo vergognoso affaire. Ci vogliono slanci morali, anche rischiosi, imprevedibili e impensabili, specialmente in un mondo appartato e prestigioso come il Suo. Che rumoroso scatto in più sarebbe, e che eco avrebbe, questo della Sua libera e sdegnosa partenza senza ordini dall’alto! 
I soprusi, i mezzi della Polizia Politica egiziana, gli imbrogli dei suoi governanti, già troppi, continueranno impunemente.
 Lei non può continuare a girare per il campo come un elegante arbitro inutile. STOP. Lei non gioca più.
        Caro ambasciatore Cantini, dia retta: prenda e vada via, dia le dimissioni dall’Egitto, adesso. La Sua categoria, sempre un po’ sotto traccia, risalirà nelle quotazioni e - silenziosamente - Le sarà riconoscente. E gli italiani - non succede spesso, per fondati motivi - penseranno all’utilità e soprattutto all’umanità di un bravo ambasciatore, per una volta fuori dal coro.


Pier Giorgio Camaioni - 14 dicembre 2020


 

CHE COSA È IL JAZZ.

Quando non sai cos'è, allora è jazz! Il jazz è uno di quei generi di cui ti innamori subito, a prescindere. Cominci ad amare quella canzone perché c'è qualcosa nel ritmo che parla di te, che racconta di te, che muove e smuove delle tue sensazioni, i tuoi ricordi, una manciata di pensieri, e nella gran parte dei casi non ha nemmeno bisogno di un accompagnamento vocale. 
È l'esempio di come la musica vada oltre, oltre ogni cosa. Di come la musica si faccia capire benissimo pur essendo solo aria e nell'aria. S'innalza con grinta ed arriva dritto verso la parte più intima di noi stessi, più propensa e vicina all'emozione riprodotta da quel ritmo.
 
Il jazz è amore, tecnica, passione, sperimentazione ed improvvisazione.  
È tra i generi musicali più belli al mondo. È un'arte a sé all'interno del mondo stesso - immenso - delle note. Ha un ritmo incredibile, si è sempre mescolato bene ad ogni tipo di genere musicale già esistente e - soprattutto - moderno.  Credo sia giusto che venga promosso e divulgato.

Negli anni ’70, la Milano non da bere che guardava verso l’Europa, era una fabbrica di alta cultura e si poteva suonare musica di alta qualità. Soprattutto Il jazz perché il jazz aveva bisogno di poco. Il jazz è una musica acustica perciò: sassofono, tromba, piano, qualche volta il vibrafono, una batteria, un amplificatore per il basso e già ci siamo! Quindi era molto più semplice organizzare dei concerti Jazz di alto livello nell’ambito dei locali. 

In quell’epoca i giovani non si dedicavano ad incontrarsi per un “Happy Hour”, ma lo facevano andando ad ascoltare la musica dal vivo! I locali erano pieni di ragazzi che andavano a sentire era il Jazz. I concerti rock, non erano programmati nei locali perché serviva un’attrezzatura tecnica impegnativa. A quell’epoca non c’erano i piccoli amplificatori portatili che ci sono adesso, quindi il rock che ha bisogno di molto volume sonoro rimaneva nell’ambito concertistico.  

Uno dei locali più importanti degli anni ’70 era il “Capolinea”, un capannone in via Ludovico il Moro, piazza Negrelli, in mezzo alla nebbia - perché allora c’era la nebbia. Lo frequentavano musicisti che bazzicavano nell’area milanese.

Al Capolinea i musicisti avevano il palco a disposizione per poter provare nel pomeriggio il repertorio che avrebbero suonato alla sera. Ci si incontrava verso le 16 e si continuava fino all’ora in cui era offerta una piccola cena e si poteva beneficiare delle straordinarie bruschette che nella mia memoria equivalgono ad una sorta di madelaine proustiana. Pane toscano, olio toscano, aglio, aglio, aglio, non so se toscano anch’esso ma sicuramente responsabile di qualche imbarazzo nell’avvicinarsi a persone che non ne avevano fatto uso…e poi una quantità di fumo inimmaginabile oggi, allora si potevano fumare le sigarette nei locali: si tornava a casa con gli abiti così intrisi di fumo che andavano lasciati sul balcone!

Dopo quella stagione preliminare il Capolinea si è allargato, hanno creato una sala grande, un po' fatiscente e creata intorno ad un albero il cui tronco delimitava il palcoscenico che era adeguatamente attrezzato ed è diventato il luogo dove venivano ospitati concerti importanti di jazzisti americani,...una lista lunghissima da Gerry Mulligan ad Art Blakey, da Paul Bley a Jim Hall, da Chet Baker a Charlie Haden, da Elvin Jones a Betty Carter, da Archie Sheep a Tony Scott, da un giovanissimo Wynton Marsalis a Dino Saluzzi e noi del Quintetto Free Jazz. Ma soprattutto il Capolinea organizzava il festival Jazz in Italy con i migliori jazzisti nazionali e con la partecipazione di una nuova generazione di musicisti che sarebbero divenuti illustri protagonisti della scena italiana e che erano già habituè della programmazione corrente del locale: Paolo Pellegatti, Luigi Bonafede, Larry Nocella, Massimo Urbani, Gigi Cifarelli, Michele Bozza, Marco Vaggi, Attilio Zanchi e Lucio Terzano.

Poi c’era il grande Jazz organizzato da Polillo e Maffei nei teatri milanesi, i quali, in quegli anni i grandi del jazz americano, da Duke Ellington a Ella Fitzgerald, da Ray Charles a Dizzy Gillespie, da Charles Mingus a Thelonious Monk, da Miles Davis a John Coltrane, da Ornette Coleman a Albert Ayler e altri ancora, in tournée in Europa facevano tappa a Milano. E ancora l’antologia del jazz dal canto gospel al Dixieland, dal blues al Ragtime, dal bop - bebop, fino al free jazz rappresentato da noi del quintetto free jazz svoltosi in tre giorni all’Università Statale di Milano. L’idea di fondo è stata quella di fornire agli studenti gli strumenti per capire come si è costruita la musica jazz. Quindi non fare della propria musica un non luogo ma il riflesso della propria identità espressiva.

Paul Valery diceva che non c’è nulla che non assomiglia a qualcosa e io sono molto d’accordo; una specie di elogio dello spazio, vale a dire: ascolto cento cose diverse e quando produco la mia cosa, utilizzo quegli elementi che ho selezionato nelle cose che ho ascoltato.

Credo che per la comunità queste riflessioni siano un’esperienza molto importante per aprire ancor di più la mente e capire la musica jazz.


Con tanta cordialità

Tonino Armata - 12 dicembre 2020


 


 

 

 

 

 

12/12/20

Cambiamoli di posto, così si calmano

Onorevoli (si fa per dire) deputati e senatori peggio che a scuola. Certo molti di loro mal le frequentarono o mai ci andarono, a giudicare da come si comportano negli austeri emicicli di Palazzo Montecitorio e Palazzo Madama.
 
Una rissa al giorno.
Basta una contrarietà perchè dai banchi curvi ad arco e in discesa si scaglino a falange, bavosi e urlanti, come posseduti da Belzebù. Fuori controllo, adulti difettosi che brandiscono parole estreme come armi di confusione di massa.

Superlavoro (peraltro strapagato) per i commessi chiamati a separarli, e questi talvolta sono bravi nel placcarli al volo. Non sempre ce la fanno con le buone - chè quelli là, pure se non hanno il fisico, guizzano scattano e sfondano come rugbisti delle Tonga - e allora gli tocca portarli via di peso a quattro di bastoni.
Sul raffinato pavimento di marmo siciliano restano sconce scie di scarpe spaiate, cravatte, brandelli di camicie, bretelle rotte, pezzi di telefonini, cartacce, mascherine con stemmi di chissachè... Hai voglia a scampanellare, Presidente, una di queste ce le prendi anche tu. È la politica di questi luridi tempi, bellezza.
 
Il fatto è che le postazioni degli onorevoli-si-fa-per-dire sono stabilite all’antica, con criterio geografico, sulla base dell’appartenenza politica “da sinistra a destra”: PD & C. intruppati tutti a sinistra, Lega - Fratelli d’Italia e destrorsi a destra, forzitalioti e frattaglia varia dalle parti del centro, buttati o più di qua o più di là.
 
Ci sono poi, dentro di ogni gruppo, posti privilegiati per i bravi e posti periferici per i somari (come a scuola), posti strategici ad alta visibilità per i caporioni o i presunti leader, posti agevoli per le donne, posti qualunque per mezzecalzette, matricole, gregari.

Ogni partito comunque tiene i suoi ben intruppati e ne deriva un paccuto cameratismo di squadra: si passano i compiti, bisbigliano, ciangottano, borbottano, gracidano, squittiscono, dormicchiano, chattano … pochi stanno attenti con le orecchie appizzate o “lavorano”.
Ma quando parte l’ordine, il branco esplode compatto come un unico corpaccione: s’alzano in piedi tutti all’unisono e strillano s’aizzano s’incazzano scattano (qualcuno sui banchi!) affilano coltelli e menano.
Ognuno “cerca in sé lo scimpanzé” e, garantito, lo trova.

Ed è l’iradiddio. Le scintille accendono i fuochi perché ognuno ha vicini-vicini i propri compari di partito, potenti amplificatori dell’improvvisata protesta - “massa critica”, come è di moda dire oggi a sproposito - che urla e si sbraccia senza, spesso, sapere il perché: importante è far casino a favore di giornali, tivù e scolaresche in visita. 
Con le zaffate di quell’aria schifida che arrivano fino a noi spettatori.
 
        Eppure un rimedio c’è, alla barbara indisciplina dei nostri - ahinoi - rappresentanti. Cambiamoli di posto, così si calmano! Come a scuola, quando si traslocavano ai primi banchi i Franti  (i somari, i ripetenti e i 7 in condotta) e agli ultimi i Garrone (i bravi, i secchioni e i ruffiani).
 
        Si modifichi il vecchio regolamento: dalla prossima Legislatura (ma anche prima, senza aspettare che ne caccino 345) i posti siano assegnati a sorte.

I presidenti di Camera e Senato, bendati, estrarranno i nomi come al Lotto, i commessi - a stipendio ridotto, che è meglio - gireranno la manovella del bussolotto con le palline. Davanti alle tivù, per la trasparenza.
 
Gli onorevoli-si-fa-per-dire verranno così sparpagliati nell’emiciclo, non incasellati secondo l’appartenenza politica ma mischiati a caso, come espulsi da un frullatore.
Così un invertebrato PD potrebbe ritrovarsi a sinistra un neo-primitivo leghista e a destra un velenoso renziano… una vecchia lenza forzitaliota coabiterebbe (all’inizio ringhiando) con un 5Stelle dai grilli in testa… un moribondo LEU verrebbe tenuto in vita dal vicino maramaldo Fratello d’Italia… mentre profughi Verdi, crucchi Volkspartei, valdostani dall’aria francese & spicci sarebbero seminati dove capita, tanto non contano
.
E ogni mese si cambia, altra estrazione. Ma niente premi, nessuno vince.
 
        Voglio vedere. Molti si sentiranno soli e indifesi, nè stringeranno facilmente nuove amicizie del cuore, ma cominceranno - forse - a incivilirsi un po’. 
Potranno soprattutto riflettere, frenarsi istintivamente a vicenda prima di diventare guitti da avanspettacolo, nostri rappresentanti di cui vergognarci.
 
        Va da sé che andrebbero estratti a sorte anche i posti nei Consigli Regionali, Provinciali e Comunali.
 
        Chissà che non diventiamo tutti migliori, a costo zero.
 
 
PGC - 12 dicembre 2020