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26/08/21

Non ci resta che la pasta all’amatriciana

        Amatrice. Col raduno di tutti i draghi del cucuzzaro, si è festeggiato in pompa magna anche il 5° compleanno del terremoto
Presidenti, governatori, parlamentari, consiglieri regionali e anche meno, sindaci, commissari, questori, prefetti, alte medie e basse cariche militari, capi di ogni risma, pompieri, vescovi, preti e cotillons. 
Cerimoniale ineccepibile: i rintocchi di campana a morto, la tromba che suonicchia il silenzio, la corona d’alloro sfiorata da ben addestrate mani tremanti, il coro in nero che attacca - come viene, viene - con l’Alleluia, la messa allo stadio con predica a tutte maiuscole, la folla di bandiere appena stirate con pure quella europea, i medagliati stendardi e gonfaloni dei Comuni, la commovente veglia con fiaccolata… più giornalisti, fotografi e televisioni come il sale, ovvio. 
E di qua, industriali, progettisti, costruttori e (im)prenditori attentissimi, “adesso i soldi ci sono”, “non mancano i capitali, quando si tratta di spenderli male” (G. Ceronetti).
Poi il paterno colloquio con i superstiti e i familiari dei morti [“Lo Stato vi sarà sempre vicino”, notare il futuro…], le reboanti promesse declamate con quelle facce un po’ così, quelle espressioni un po’ così… (se dovessi commentarle, sarebbero tutti omissis), le cifre tonde a molti zeri della ricostruzione e della rinascita sparate senza vergogna o allungamenti di nasi.
Ma incredibilmente, ad Amatrice ancora ci credono. Battezzano ogni cosa col nome “Rinascita”, Ponte della Rinascita, Bar Rinascita, Ristorante Rinascita, magari si ritroverà ‘sto nome pure qualche incolpevole neonata. 
Ma quale rinascita: della farmacia rimane solo una cassettiera con ancora i farmaci (scaduti) e una confezione di pannolini, sul pavimento sfondato di una casa di anziani distrutta resta solo una macchinetta per misurare la pressione, di una Opel Corsa, come di altre auto, non hanno rimosso neanche le carcasse… Hanno solo sgombrato le macerie, se le sono vendute - letteralmente, pietra dopo pietra - prima che finissero di mangiarsele le sterpaglie. L’antica torre civica, inclinata, puntellata e irriconoscibile, con quel provvisorio-definitivo sgarbato tetto rosso di ferro, è l’offesa bruciante simbolo della disonestà politica della “rinascita” di Amatrice-dimenticatoio-d’Italia.
Per il resto, a parte qualche (non indispensabile) opera pubblica frutto di donazioni private e la teatrale PRIMA - e unica - PIETRA inaugurata l’altro giorno (dopo 5 anni!) da Zingaretti, “UNA SOLA GRU E CANTIERI DESERTI”, “DOPO 5 ANNI LA RINASCITA NON C’E”. Anzi, tira ovunque un’aria macabra, da 5 anni!  
Fra un anno, il sesto compleanno sarà uguale. Però l’entusiasta sindaco Bufacchi pensa già al glorioso decennale, al 24 agosto 2026, quando gli incapaci, gli incompetenti, i furbi, i chiacchieroni e i la… (omissis) di oggi e di domani completeranno (dice lui) l’opera - in tutta evidenza mai iniziata - di ricostruzione di Amatrice. Alè!
      Eppure ci vorrebbe poco per interrompere questi indecenti Festival dei Disperati. Basterebbe educatamente sabotarli. Per esempio disertarli in massa, noi gente comune, noi vittime, noi familiari, noi spettatori solo all’apparenza non paganti. Lasciarli, i politici e gli alti papaveri, soli soletti. A guardarsi tra loro stupiti perché i loro ubbidienti sudditi-votanti non ci sono. Costretti a dirsi la messa da soli, a suonarsi il silenzio e l’Alleluia, a sparlare al vento, a spromettere, a non sorridere agli applausi a comando che non ci sono. Certo che qualche paura gli verrebbe, di venire assaliti dalle colline intorno da gente incazzata coi forconi, di essere inseguiti dai lupi intelligenti, dai cani selettivamente feroci dei pastori… cose così. Ad Amatrice (anche ad Accumoli, Arquata, Pescara del Tronto…) non sarebbe impossibile.
Ma non succederà. Non faremo niente, tutto continuerà come sempre. Anche dopo che loro si saranno mangiato tutto e a noi non resterà che la pasta all’amatriciana.  
 

PGC - 25 agosto 2021

 

20/04/18

Sognando la profezia del terzo candidato


Il Magnifico Messere de lo contado de Arquata e la sua Corte dei Miracoli si struggono e si rivoltano negli spasmi perché il loro "regnetto" non è più bello come prima, perché una volta c'era chi lo curava ed amava e non erano decine di ditte forestiere messe lì e pagate dallo Stato, erano quelli che lo abitavano e lo lavoravano: contadini, allevatori, boscaioli, tartufai, cercatori di funghi. Buona parte dei paesi non sono stati demoliti, figuriamoci se si parla di ricostruirli, perché non ci sono soldi... ovvero ci sono ma non per tutti. I pochi cittadini tornati dall'esilio dorato della costa e che non sono emigrati altrove, sono collegati al resto del mondo attraverso connessioni private costosissime. Gli abitanti dei villaggi SAE sono diventati a loro spese anacoreti digitali, dediti all'ego surfing ed allo spamming di emozioni su una soffice nuvola di bite. Oggi abbiamo nonnine 2.0 che vivono in paesi deserti ma ipercablati che fanno la spesa alimentare on-line e si fanno visitare a distanza sul profilo facebook dal medico condotto e se si sentono sole possono fare chatting dei pettegolezzi sui social. Non voglio neanche immaginare cosa succederà quando si tornerà in campagna elettorale con le solite interfacce dei due candidati già predestinati per regole di successione ereditaria che batteranno le "piazze virtuali" alla ricerca di followers e like, promettendo app a gogò per qualsiasi bisogno. E se qualcuno si sveglia... e se ci fosse un terzo incomodo, uno capace di collegarsi in video-conferenza con il Governo Centrale, uno capace di usare il suo cervello e fare di testa sua. Uno che decide che prima di tutto vengono i cittadini, che sono i veri padroni del territorio e che hanno bisogno di soldi per vivere, di case nuove, di chiese, di lavoro. Così questa mente illuminata istituirà il V.I.P., ovvero il Vitalizio Post-Sismico. Un modesto ma dignitoso assegno mensile riservato al 60% dei cittadini senza lavoro, ai precari ed ai pensionati con la minima, a chi è emigrato invitandoli a tornare nei paesi sempre più deserti. Ed ecco che i cittadini ormai in stato confusionale, semi-alcolizzati e sull'orlo del suicidio che hanno scambiato una ricostruzione edilizia con una palingenesi dell'uomo e dell'abitare in "puffilandie" di legno truciolato, avere come unico obbligo per ottenere il VIP quello di fare una cosa bella ed utile per i paesi, a piacere e senza fretta. Il VIP funzionerà. Tornati alla realtà reale, liberi di fare altrove lavori inutili e mal pagati i cittadini arquatani asseconderanno le loro passioni. Le stradine terremotate dei paesi si riempiranno di musicisti e poeti, artigiani, arrotini, ombrellai, giocattolai, ricamatrici. Nelle piazze deserte impazzeranno tornei di calcetto tra scapoli ed ammogliati con le panchine vuote piene di vecchi e giovani spettatori ciarlieri. Gli ex-assessori ripareranno buche ed aggiusteranno fontanelle senza chiedere voto di scambio. Riapriranno le vecchie cantine e le osterie e non si berrà solo per rendere gli altri più interessanti o per dimenticare di pagare il conto. I paesi si riempiranno di orti, ritorneranno ad essere coltivati anche i pascoli di montagna con campi di grano e di patate come una volta. Nasceranno anche due o tre "banche del tempo perso" per darsi una mano nei momenti del dolce far niente. Chi è ricco e garantito, escluso dal VIP, e che un po' rosicherà presto ci ripenserà perché l'economia tornerà a girare ed i negozianti faranno affari. Arquata del Tronto diventerà un caso mondiale, accoreranno migliaia di turisti, stavolta non per fotografare macerie ma volti sorridenti in uno strano territorio dove l'amore è di casa. Certo ci saranno ancora i pingui burocrati oziosi, ma non avranno sensi di colpa e chi continuerà a rubare sarà anch'esso meno povero. Finirà il rinchiudersi dentro, l'arroccarsi nell'egoismo e nell'indifferenza perché bisognerà rifare solo luoghi veri in cui accade la vita. Il terzo candidato deciderà che è arrivato il momento di ricostruire, riapparirà il popolo delle carriole, delle pale, delle cazzuole, delle betoniere. A centinaia si offriranno volontari nei cantieri "veri" da ogni parte del mondo. Fioccheranno di nuovo donazioni a gogò perché Arquata del Tronto sarà diventata la speranza di una nuova era dell'umanità. Man mano il progetto SAE verrà smontato e rivenduto ai paesi poveri, tutto viene riciclato per contenere i costi. Casa dopo casa, piazza dopo piazza, fontana dopo fontana, chiesa dopo chiesa i paesi verranno ricostruiti con entusiasmo e grande lena. A quel punto il terzo candidato si dimetterà da sindaco, tornerà a vivere libero tra le sue montagne ed i paesini finalmente piene di gitanti ed escursionisti e odori di buona cucina. Oddio che strano sogno ho fatto stanotte!

Vittorio Camacci - 19 aprile 2018